mercoledì, Agosto 4

Il posto degli Stati Uniti nel mondo secondo democratici e repubblicani

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Gli scandali riguardanti sia Hillary Clinton che Donald Trump, emersi con impeccabile puntualità, indicano che la campagna elettorale statunitense sia ormai entrata nella sua fase più delicata. Gli organi di informazione e le classi politiche europee seguono l’aspra contesa con una certa apprensione, nella convinzione – ormai radicatissima – che il futuro del ‘vecchio continente’ sarà profondamente segnato dal tipo di verdetto che uscirà dalle urne. Evidentemente, il fatto che in questi ultimi anni la politica estera statunitense abbia seguito un’unica linea strategica a prescindere dagli schieramenti al potere è un fatto che sembra non destare particolare interesse. La speranza che l’ascesa di un candidato a scapito dell’altro possa produrre significative fratture è una vecchia illusione che continua ad esercitare un certo fascino su questa sponda dell’Atlantico, nonostante la realtà dimostri l’esatto contrario.

Vale la pena ricordare che nel 2007 il generale Wesley Clark dichiarò di esser venuto a conoscenza di un piano elaborato dal governo Usa mirante a «far fuori sette Paesi in cinque anni, ovvero Iraq, Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e per finire Iran». Paesi, quelli elencati da Clark, tutti rigorosamente non allineati al ‘Washington consensus’, dotati di Banche Centrali scollegate dal sistema della Bank for International Settlements di Basilea ed ispirate ai precetti anti-usurari della finanza islamica. È particolarmente indicativo, sotto questo profilo, che le nazioni elencate da Clark di cui l’amministrazione Bush trascurò di occuparsi siano state colpiti o da attacchi militari diretti o da progetti di destabilizzazione fortemente appoggiati dall’estero sotto la presidenza Obama. Dal raffronto tra i modus operandi che hanno caratterizzato le due amministrazioni succedutesi alla Casa Bianca a partire dall’inizio del nuovo millennio emerge che il repubblicano George W. Bush ed il democratico Barack H. Obama hanno impiegato mezzi diversi per perseguire i medesimi interessi; dal contenimento dell’Iran alla balcanizzazione di Siria ed Iraq, dal contrasto alla Russia al rallentamento della prorompente crescita economica cinese.

Le elezioni del 2016 sembrano tuttavia avere le carte in regola per rompere la sostanziale continuità in politica estera protrattasi fino a questo momento, come suggerito dagli endorsement dei centri di potere incistati nello ‘Stato profondo’ (Wall Street e complesso militar-industriale in primis) e dei ‘grandi vecchi’ (tra i quali entrambi i Bush) a favore del candidato democratico Hillary Clinton. Il motivo l’ha spiegato l’ex direttore della Cia Robert Gates, che in un’intervista rilasciata al ‘Wall Street Journal’ ha dichiarato che «Trump è irrecuperabile. Si ostina a non voler sapere nulla del mondo e di come guidare il nostro Paese e il governo, ed è caratterialmente inadatto a guidare donne e uomini in uniforme. Non è qualificato ed è inadatto a essere comandante in capo». Dichiarazioni, quelle di Gates, per nulla rispondenti alla realtà dei fatti, dal momento che il disinteresse per il resto del mondo è uno dei caratteristici della politica statunitense, dove una parte ragguardevole di congressisti e presidenti dichiara con orgoglio di non aver mai viaggiato all’estero nonostante le loro ottime condizioni economiche (lo stesso George W. Bush, rampollo di una dinastia di petrolieri, nel 2000 vantava di non essersi mai spinto fino oltre i confini del Messico).

Donald Trump, con il suo programma politico fondato sul primato degli affari interni sulla politica estera, non fa altro che trarre ispirazione da una concezione della cosa pubblica risalente alle origini degli Stati Uniti, i quali nacquero da un profondo desiderio di rottura con l’Europa e i suoi principi. La ‘dottrina Monroe’ e le invettive di Ralph Waldo Emerson contro il ‘vecchio continente’ sono allo stesso tempo chiare manifestazioni di questo anelito ed esortazioni ad approfittare dei vantaggi in termini di isolamento assicurati dagli oceani.

L’approccio ‘insularista’ trovò grande sostegno proprio tra gli esponenti del Partito Repubblicano, i quali posero le condizioni per lo sviluppo del poderoso apparato industriale statunitense attraverso politiche protezionistiche particolarmente invise al sud agricolo e latifondista, che traeva i propri enormi guadagni dalla vendita di cotone alla Gran Bretagna. La sanguinosa guerra civile che oggi si tende molto superficialmente ad attribuire alla volontà del repubblicano Abraham Lincoln di liberare i neri dal giogo della schiavitù fu in realtà una resa dei conti tra il nord industriale e protezionistico e il sud liberista ancorato alla teoria ricardiana del ‘vantaggio comparato’, che di fatto evitava che i Paesi con cui la Gran Bretagna faceva affari di svilupparsi tecnologicamente permettendo a Londra di conservare la supremazia geopolitica.

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