domenica, Ottobre 17

Il Porto Profumato assediato dai rifiuti Entro il 2019 le tre discariche dei Nuovi Territori raggiungeranno la loro massima capacità

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Per la seconda volta nel giro di un mese, critiche e divergenze hanno nuovamente spaccato a metà il Consiglio Legislativo di Hong Kong (Legco). La questione è quella -letteralmente- opprimente delle montagne di rifiuti che sovrastano l’ex colonia britannica. Entro il 2019 tutte e tre le discariche situate nei Nuovi Territori raggiungeranno la loro massima capacità; una prospettiva, questa, che agli occhi di molti rende la risoluzione del problema non più procrastinabile. Anche a costo di affrontare qualche rischio.

Da diverso tempo un sottocomitato del Legco è alle prese con un piano di studio per l’estensione di 13 ettari dell’impianto di Tseung Kwan O, il più piccolo dei tre, che dovrebbe arrivare acquisire ulteriori 6,5 milioni di metri cubi di spazio, per un costo di 1,9 miliardi di HK$. A ciò si aggiunge la proposta per la costruzione di un inceneritore da 18 miliardi di HK$ sull’isola di Shek Kwu Chau, a sud di Lantau, che -secondo stime del Governo- brucerà 3000 tonnellate di rifiuti al giorno. Lo scorso anno la commissione aveva già destinato 35 milioni di HK$ per uno studio di fattibilità sull’ampliamento dell’impianto di Tuen Mun, e 9 miliardi di HK$ sono stati stanziati per l’estensione della discarica di Ta Kwu Ling. Entrambi i budget sono in attesa dell’approvazione da parte del Finance Committee, mentre i timori dei residenti e dei legislatori dell’Alleanza Democratica per l’impatto ambientale continuano a ritardare i lavori. Ma di tempo non c’è n’è più. 

Per il Segretario per l’Ambiente Wong Kam-sing si tratta di ‘un’ultima risorsa’. Tirando le somme,  «qualcuno dei membri del consiglio ha soluzione alternative per risolvere il problema dell’igiene pubblica?» ha domandato al montare delle polemiche tra il pubblico presente. Quella dell’immondizia di Hong Kong è un’annosa questione. Dagli anni ’60 a oggi, l’ex colonia britannica ha già riempito e chiuso ben 13 discariche, divenute successivamente campi da golf, parchi ecologici, giardini e aree ricreative. Per vent’anni sono stati in funzione quattro inceneritori di rifiuti a Lai Chi Kok, Kennedy Town, Mui Wo e Kwai Chung, fino a quando la pubblicazione del Libro bianco sull’inquinamento del 1989 non ha portato ad ulteriori verifiche e alla scoperta di tossine nei siti.

I critici ricordano che l’incenerimento produce scorie solide pari circa al 10-12% in volume e 15-20% in peso dei rifiuti introdotti, più ceneri per il 5%. A loro volta gli impianti di smaltimento comportano una serie di rischi per l’ecosistema, dalla lisciviazione di sostanze chimiche tossiche nelle falde acquifere al rilascio di emissioni di metano generate dalla decomposizione dei rifiuti. Lo scorso autunno, mentre la città cinese di Shenzhen boccheggiava in una densa cappa di smog, le autorità locali puntarono il dito contro le discariche dei Nuovi Territori per la forte puzza avvertita nei distretti più a sud. Discariche e inceneritori sono una misura emergenziale non la soluzione, ammoniscono gli esperti. Secondo quanto scrive sul South China Morning Post’ Daniel de Blocq van Scheltinga, membro della Camera di Commercio tedesca a Hong Kong, l’ex colonia britannica dovrebbe imparare dall’Olanda, a sua volta alle prese con mancanza di spazio e un’opinione pubblica particolarmente sensibile alle tematiche ambientali. Nei Paesi Bassi le discariche vengono usate solo per il 2%, il riciclo copre il 60%, mentre il 31% dei rifiuti viene utilizzato per produrre energia.

Ma mentre si cercano tecniche di smaltimento indolore (e inodore), è necessario prima di tutto cambiare le abitudini di chi gli scarti li crea. L’emergenza rifiuti, si sa, è un male che affligge le società opulente e nasce dal benessere: maggiore disponibilità economica porta a spendere di più e a sprecare anche di più. Hong Kong ha visto i suoi rifiuti aumentare vertiginosamente a partire dal 1986, in maniera direttamente proporzionale al proprio Pil. Nel frattempo la popolazione è cresciuta di oltre un milione di unità, valendo al Porto Profumato un posto tra i Paesi più densamente popolati al mondo. Un fattore che certo non aiuta. Nel 2011 il totale dei rifiuti solidi urbani -dove per rifiuti solidi urbani si intendono prevalentemente gli scarti domestici, industriali e quelli derivanti da attività commerciali- ha raggiunto le 6,3 milioni di tonnellate; 1,12 milioni di tonnellate in più che nel 2000, pari ad un aumento di oltre il 20% nell’arco di un decennio. In media ogni abitante dell’ex colonia britannica genera 1,36 kg di immondizia al giorno, più che in città quali Londra, Tokyo, Taipei e Seul. Secondo Friend of the Earth, il 40% del cibo di Hong Kong finisce nella spazzatura, uno spreco che ammonta giornalmente a 3500 tonnellate.

Davanti al lievitare minaccioso dei numeri, il Governo locale ha promesso una riduzione degli sperperi del 10% entro il 2016, fiancheggiato da una task force di creativi. Nel 2009 la Ong Greeners Action, in collaborazione con i ristoranti di Hong Kong, ha lanciato la campagna ‘Save Food’, senza tuttavia aver ancora esplorato realmente metodi pratici per riciclare il cibo scartato. Carol Lin, professore associato della City University of Hong Kong, è alle prese con un processo che dovrebbe trasformare i prodotti da forno in acido succinico, un composto che può essere utilizzato nella produzione delle bioplastiche e detergenti ‘ecofriendly’. Ma siamo ancora a livello sperimentale.

Allo stato attuale, la gestione dei rifiuti continua ad essere riassunta nel mantra ‘Only Collection and No Recycling‘, ovvero accumulare tutto nelle discariche, che accolgono ogni giorno 9000 tonnellate di rifiuti, mentre l’industria di riciclaggio locale risulta ancora decisamente arretrata rispetto a quella di altri Paesi. Ad oggi fino al 99% del materiale di scarto locale viene esportato altrove per subire ulteriori trattamenti, così che l’industria di riciclaggio dell’isola, di fatto, si occupa soltanto della fase primaria di recupero, imballaggio ed esportazione. Mentre l’1% dei rifiuti viene trattato a Hong Kong, ogni anno centinaia di pacchi di materiali riciclabili prendono il largo verso la Cina continentale. Questa dipendenza dall’esterno non soltanto inibisce il progresso del settore locale, ma rende anche il Porto Profumato particolarmente vulnerabile a fattori economici esterni, come già accaduto nell’annus horribilis 2008, quando il prezzo d’acquisto della cartastraccia nell’ex colonia inglese precipitò verticalmente dai 2000 HKD per tonnellata ai 700 HKD.

Dieci anni fa il Governo di Hong Kong ha tentato di incentivare il settore con la costruzione a Tuen Mun di un ‘Ecoparco’, poi affiancato dalla stesura del ‘Policy Framework for the Management of Municipal Solid Waste2005-2014, volto a sensibilizzare la popolazione contro gli sprechi e a rivitalizzare l’industria del riciclo. Per un’estensione complessiva di 20 ettari, l’area di Tuen Mun è ripartita in 14 siti adibiti alla raccolta dell’olio da cucina usato, rottami metallici, scarti di legno, rifiuti di plastica e molto altro, di cui, tuttavia, soltanto 7 sono diventati operativi.

 

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