domenica, Aprile 18

Il porto della discordia field_506ffb1d3dbe2

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Victoria Harbour Hong Kong porto

Un pugno in un occhio. Così gli abitanti di Hong Kong giudicano il progetto che prevede la costruzione di una darsena militare cinese nel cuore della regione amministrativa speciale, deturpando la vista mozzafiato su Victoria Harbour che accompagna quotidianamente le loro passeggiate. Fieramente osteggiato dalla popolazione locale, il piano ha ottenuto l’approvazione unanime da parte del Consiglio per la Pianificazione urbanistica a metà di febbraio, ed per il momento in attesa della conferma da parte del Consiglio esecutivo della città, l’organo che dal 1997 (anno del ritorno dell’ex colonia britannica alla Cina) detiene il potere locale sotto il motto ‘un Paese, due sistemi’.

Si tratterebbe soltanto di un’area di 0,3 ettari (2.970 metri quadrati) proprio difronte alla guarnigione murata che il PLA (Esercito popolare di liberazione) detiene a Central, il quartiere finanziario della città. Una porzione ridicola rispetto ai 9,87 ettari di spazio continuo di cui è composto il lungomare, sottolineano i fautori del progetto. Stando a quanto riferito dal consiglio di pianificazione, lo sviluppo in verticale sarebbe limitato a 5,8 metri di altezza: la zona sarà destinata alla costruzione di edifici di piccole dimensioni come uffici, spogliatoi e strutture per la distribuzione di energia elettrica. Il tutto verrebbe, inoltre, occultato da cancelli elettronici pieghevoli, poi nascosti all’interno degli edifici secondari quando non in uso.

Sì, perché, come rassicura il Segretario per lo Sviluppo Paul Chan Mo-po, la banchina sarebbe «a volte utilizzata dal PLA, ma più spesso destinata ad uso pubblico». In altre parole, l’Esercito potrà utilizzare l’area quando ne ha bisogno, ma per il resto del tempo continuerà a rimanere sotto il controllo del governo locale, anche se diversi legali interpellati dal ‘South China Morning Post’ hanno fatto notare che non è ben chiaro in che misura i cittadini potranno usufruire dello spazio. «Sarà ancora possibile sedersi e protestare? Potremmo radunarci lì o esercitare il diritto alla ricreazione?» Paul Zimmer, fondatore della Ong Designing Hong Kong dà voce ad alcune delle domande che in questo periodo ronzano per la testa a molti in città.

“Dopo il massacro di piazza Tian’anmen, a Hong Kong parecchie persone vedono ancora il PLA con sospetto”, racconta a ‘L’Indro’ John Carroll, esperto del periodo coloniale e professore di storia moderna della Cina presso l’Università di Hong Kong, “alcuni hanno espresso la preoccupazione che il molo possa essere utilizzato per portare nuove truppe al fine di reprimere i disordini civili (anche se vale la pena notare che, in realtà, ci sono già milizie a sufficienza sull’isola). L’aspetto simbolico della manovra è determinante. L’Esercito fin’oggi ha continuato a mantenere un basso profilo a Hong Kong, ma la nuova banchina cambierà certamente la situazione nel Central District, che il centro finanziario della città”.

Il piano era nell’aria fin dal 1994, ben tre anni prima del ritiro inglese dall’isola, quando un accordo tra Pechino e Londra stabilì che l’amministrazione locale avrebbe dovuto concedere alla Cina 150 metri di lungomare per la costruzione di un molo destinato a scopi militari. La questione era poi rimasta sotto traccia fino a quando, nel febbraio dello scorso anno, il governo locale ha deciso di chiedere ‘democraticamente’ il parere dell’opinione pubblica. Il sondaggio lanciato dal Consiglio si è concluso il 28 maggio con 19.000 commenti a sfavore e soli 20 sì. Pare che i residenti del Porto Profumato non vedano proprio per quale ragione «un luogo che appartiene alla gente di Hong Kong» debba finire nelle mani dei soldati cinesi. Anche se la Basic Law, documento costitutivo  assicura (almeno sulla carta) un alto grado di autonomia in svariati settori, fuorché -espressamente- per quanto riguarda la politica estera e la difesa.

Il fatto è che, come spiega alla rivista ‘Time Out’ Chu Hoi-dick, fondatore di Land Justice League, il PLA sull’isola detiene già 2000 ettari di terra, ereditata dall’esercito inglese al passaggio dei poteri e tutt’oggi sottoutilizzata. Molti a Hong Kong vorrebbero che quel suolo venisse restituito e destinato allo sviluppo urbanistico della città, una delle più densamente popolate del mondo. «(I soldati cinesi) hanno accumulato tanta terra inutilizzata e ne vogliono ancora?!» si chiede Chu.

Le varie postazioni militari, tutt’oggi sparpagliate nella regione, sono un lascito dell’epoca coloniale post-Guerre dell’oppio, vestigia di una delle pagine più buie della storia cinese. La base navale Ngong Shuen Chau, ceduta dalla dinastia Qing alla Gran Bretagna nel 1860 assieme alla penisola di Kowloon, è diventata nel 1905 base della British Royal Navy; poi ricostruita tra il 1994 e il 1997 e così trasferita alle milizie cinesi. La fortezza Stanley, edificata nel 1841, ospitò l’ultima resistenza congiunta di Regno Unito e Canada all’invasione giapponese del 1941, per passare ai cinesi nel ’97, mentre la Gun Club Hill Barracks, la caserma costruita per ospitare i soldati britannici nell”800, è stata consegnata ai cinesi, che hanno provveduto a integrarla con un ospedale militare, sempre a seguito del ritorno di Hong Kong alla mainland. Quello di Victoria Harbour costituirebbe il primo attracco costruito dal PLA da quando l’ex colonia è passato sotto la sfera d’influenza cinese. Ragione per la quale l’alto valore simbolico e politico del progetto sembrerebbe infastidire i residenti più di quanto non faccia la componente estetico-ambientale.

Per Kenneth Chan, parlamentare del Civic Party e agguerrito contestatore della presenza dell’esercito cinese in città, il piano riflette l’incapacità del governo condotto da Leung Chun-ying (uomo eletto da un comitato pro-Pechino) di tutelare gli interessi dei residenti; un’accusa che affonda nel ventre molle dell’amministrazione locale, ritenuta da molti un burattino nelle mani del governo cinese.

Lo scorso dicembre alcuni attivisti indipendentisti di Hong Kong People First hanno fatto irruzione nel quartier generale locale dell’Esercito di liberazione popolare, sventolando l’ex bandiera coloniale e chiedendo il ritiro del PLA dalla regione amministrativa speciale. Il gesto è stato duplicato un mese più tardi su scala minore, sempre a scopo dimostrativo. Si tratta dei primi casi in cui dei dimostranti si sono introdotti nella zona militare riservata di Tamar da prima che Hong Kong tornasse alla madrepatria. La stampa cinese, dal nazionalista ‘Global Times’ al ‘Sing Tao Daily’, ha sfruttato i due episodi per invitare l’Esercito ad alzare la guardia, avvertendo che, qualora i due ‘incidenti’ venissero presi sottogamba, potrebbe arrivare il giorno in cui sedicenti manifestanti entreranno nella guarnigione per mettere a segno un attacco terroristico. Come fare? Stando al ‘Global Times’, una soluzione al problema c’è: occorre sensibilizzare i cittadini al ruolo del PLA, come simbolo di sicurezza e stabilità sull’isola, aumentando gli scambi tra la popolazione e l’Esercito, accogliendo visitatori in caserma, e tenendo seminari nelle scuole. Una conoscenza più approfondita della vita militare renderà meno sgradita la presenza dei soldati sull’isola.

La ricetta del tabloid in lingua inglese, tuttavia, non sembra cogliere il centro del problema. Mentre si avvicina il 2017, anno in cui, stando alle promesse del governo comunista, dovrebbe essere concesso il suffragio universale per eleggere l’amministratore della città, una recente indagine pubblicata dalla Hong Kong University evidenzia che soltanto il 33% degli hongkonghesi intervistati si è detto orgoglioso di venire considerato ‘cinese’, il tasso più basso dal 1998. Negli ultimi tempi la tolleranza dei residenti per la presenza stanziale o occasionale dei cugini sull’isola è precipitata ai minimi storici, sopratutto da quando il Porto Profumato è diventato la meta prediletta dei chiassosi turisti cinesi, il 72% dei visitatori sbarcati nel 2012. E’ abbastanza evidente che i cugini della mainland non sono i benvenuti. Che siano in divisa o meno.

 

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