lunedì, Settembre 20

Il populismo, i social e gli utili idioti Gli esperti della comunicazione hanno capito che la posizione dei dittatori di voler la chiusura dei social non funziona, ma hanno capito come volgerla alla propria causa

0

La destra populista manipola le informazioni. Evidentemente il suo messaggio non convince se per raggiungere i suoi potenziali votanti deve alterare dati e condizionare la realtà per sperare di ottenere consenso. Basterebbe questo per vedere qual è la vera natura del populismo e come il mondo dell’informazione sia la nuova trappola del consenso. Un consenso che ha trovato una via di diffusione capillare e pure inaspettabile per la destra populista, il mondo dei social, il primo dei quali è Facebook.

La società di Zuckerberg vende le informazioni dei suoi utenti a società a capo delle quali c’è quel Bannon, il re dei populisti americani, che è riuscito a farsi defenestrare da Trump dopo essere stato lo stratega della sua elezione. Così Bannon, davvero uno dalla storia ambigua, si è trovato un nuovo lavoro: gira il mondo per diffondere la propaganda dell’internazionale populista.

La manipolazione dei social è il veicolo diretto della propaganda dell’internazionale populista, che ha come suoi alleati personaggi politici la cui ispirazione di regime è la dittatura. È il caso di Putin il quale, dicono le indiscrezioni, avrebbe avuto una parte nella gigantesca operazione populista via social nella vittoria di Trump alle elezioni americane. Ma non solo negli Stati Uniti la mano longa di Putin si fa sentire:  secondo altre indiscrezioni, anche in Italia Putin è entrato in azione, finanziando la Lega, un partito populista e con i fondi bloccati ma che ha potuto muoversi come se ne disponesse liberamente nell’ultima campagna elettorale. Un partito, la Lega, che si appresta a governare con il suo leader, il quale in Europa è stato il più solerte politico a dichiarare la sua opposizione alla guerra dei dazi in Russia….

Il mondo dell’informazione, all’inizio salutato come la realizzazione della democrazia e delle opportunità per tutti, sta mostrando il suo vero volto, un volto che decide chi deve star dentro con posizioni di comando e chi deve lavorare perché chi comanda abbia benefici e consensi. E denaro. L’informazione, soprattutto quella sul web, è in mano a due società che, con lo specchietto delle allodole della libertà di parola data a tutti, sta in realtà imbracando tutti dentro le sue condizioni, affatto libere.

Non è un caso che l’illibertà dei social sia stata facilmente occupata dai populisti e occupata da chi, avendo saldamente il potere in mano, ne controlla l’accesso alla fonte, come è il caso di Erdogan, il primo sultano che si ispira a Hitler anche nella persecuzione dei kurdi, come gli ebrei erano perseguitati dai nazisti. È una dimensione torbida e morbosa quella del populismo cavalcato dai dittatori, e lo diventa di più quando trova sponde nella destra populista, la quale è complice dei dittatori nella costruzione del messaggio propagandistico.

Populisti e dittatori sono uniti dal filo rosso dei social, cosa che d’un sol colpo fa vedere la natura di internet, ossia l’attore principale della propaganda.

Non vorremmo semplificare le cose, ma siamo alle prese con questo: perché, da Erdogan a Putin, per passare da Trump e finire con la zona d’ombra della Cina, i social sono i principali mezzi della costruzione del consenso e per questo direttamente controllati dal potere? I social si prestano alla diffusione di fakenews che poi premiano chi le ha costruite. Ma attenzione: Zucherberg and C. non sono artefici del controllo; a loro basta fare denaro senza curarsi da dove lo prendono e per che scopi sono usate tutte le informazioni che posseggono quando le vendono ai migliori offerenti. Il problema, semmai, inizierà a porsi quando Zucherberg si candiderà alla Casa Bianca, come si sente ciclicamente dire.

Gli esperti della comunicazione hanno capito che la posizione dei dittatori di voler la chiusura dei social non funziona, ma hanno capito come volgerla alla propria causa. Hanno bypassato l’anarchia dei social iniziando a manipolarli, mettendo in rete notizie false e confezionando agli utenti proposte ad hoc grazie ai loro profili di cui si sono impossessati i vari Bannon.

Facebook è il più eclatante social che ha agito in combutta con società tipo Cambridge Analytical, ma è ormai assodato che dove c’è un social c’è la contaminazione di qualche populista che infetta di fakenews i social stessi con un solo obiettivo: condizionare la partita più grossa, le vittorie alle elezioni politiche nei vari paesi.

Ma sarebbe un errore mettere sotto accusa solo i social; nella partita entra lo stesso e unico gestore di internet, alla faccia della libera concorrenza del mercato, ossia Google, che di fatto possiede già una sterminata banca dati dei cittadini di tutto il mondo: per farne cosa esattamente?

Ogni cittadino che si crede, illudendosi, di essere ancora libero non sa che guardoni tecnologici lo osservano e cercano di manipolarlo. Se l’informazione non fosse la partita sulla quale si gioca il consenso, perché Erdogan, per mano di un suo prestanome, il magnate turco Audio Dogan, avrebbe concluso un accordo per la vendita di alcuni tra i principali media di opposizione in Turchia, tra cui Hurriyet e la Cnn turca, per 1,25 miliardi di dollari? Ma non finisce qui: anche il quotidiano laico Posta, uno che vanta la maggior vendita di copie in Turchia, entra nel pacchetto di acquisizione, in modo tale che Erdogan controlla una fortissima quota della diffusione mediatica.

Sotto gli occhi dei cittadini, almeno di quelli non finiti nella trappola dei social, ossia gli utili idioti della propaganda, si sta svolgendo la più gigantesca operazione antidemocratica della storia. E nessuno tra chi avrebbe il potere di contrastare tale operazione riesce a intervenire. Cosa devono pensare i cittadini ancora liberi dai social del silenzio dei decisori ufficiali? E che cosa, ancora, quei cittadini devono pensare di internet, che evidentemente non si libera dalla sua origine, ossia un mezzo nato in ambito militare per favorire le comunicazioni e controllare la fonte di ognuno che lì entrava?

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->