mercoledì, Settembre 29

Il ponte che non c'è e quello rotto nel PD

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Lui, il Presidente, è figlio di una cultura che non riesce ad andare oltre il presente, che punta sulla gratificazione immediata, come nei videogame, e non si preoccupa di ciò che sarà l’indomani. Intanto parliamo di ponte poi si vedrà. Intanto ridicolizziamo l’opposizione interna al Pd, poi se ne parla. Un uomo solo al comando e discretamente estraneo alla storia del suo partito, incapace di mettere pace in un luogo che non è sua proprietà personale, ma contenitore di storie importanti. Non dimentichiamo che se siamo in Europa lo dobbiamo alla tenacia del Centrosinistra. Un conto, dunque, è sconfiggere i propri avversari interni, tutt’altra cosa è mettere una bomba sotto un patrimonio collettivo.

All’interno del Partito democratico in questo momento non esistono alternative al Segretario, ma la minoranza del Pd, come i marinai d’acqua dolce, si mostra impreparata a rispondere in maniera razionale e paziente alla situazione che si è determinata in seno al partito. Certo, una situazione imprevista, come capita quando si va per mare e non si naviga nella vasca da bagno, ma procedere per mini scissioni rischia di riconsegnare il Paese ad una destra che non sta più a destra solo perché la pedana è finita.

Matteo Renzi, che potrebbe avere una parabola del tutto simile al suo partner del Nazareno, sarebbe un avversario alla portata di un’opposizione interna appena decente, se avesse la sapienza di aspettare il proprio turno senza isterie. Così la situazione è precipitata letteralmente, proprio perché anche l’opposizione interna è incapace di esprimere un progetto che superi la gittata di quello dell’ex Sindaco di Firenze, ma soprattutto perché Matteo Renzi lo sopporti solo se ci stai lontano, se gli sei avversario cerca di colonizzarti o ti caccia. Non bisognava, però, cadere nella trappola, l’opposizione esiste proprio per fare memoria di ciò che dovrebbe essere, andarsene non serve, in questo Pierluigi Bersani si mostra come sempre una persona matura, consapevole che il problema non si risolve togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. Renzi e renzismo finiranno, forse molto prima di quanto si pensi, non è intelligente pensare di affidare il partito agli attuali fedelissimi, che nel frattempo, c’è da giurarlo, avranno cambiato giacca.

Per il bene del Paese sarebbe meglio uscire da questa sgradevole sagra paesana, che vede Renzi nei panni dello spaccone Gaston, il malandrino de ‘La Bella e la Bestia’, circondato da un’obbedienza avvilente, che si vantava di essere ‘imbattibile a sputazzare’, mentre i suoi avversari interni paiono anime inquiete in cerca di ristoro, posseduti dall’insopportabile certezza di essere sempre nella ragione e di avere diritto all’ultima parola anche quando perdono, e di brutto, le primarie.

Un partito è una cosa assai più seria, che appartiene a chi vi si riconosce, spesso persone molto migliori di chi lo guida. Per questo richiede attori all’altezza. Per adesso la risposta ad una destra che si riorganizza, vedi Bologna, è un centrosinistra che si frantuma nell’astio.

 

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