lunedì, ottobre 22

Il piano Renzi e la vera emergenza dei migranti economici La più grande sfida dell'Europa

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In questi anni, l’Europa, si trova di fronte, alla più grande sfida della sua storia. Nel pieno di una crisi economica e demografica, segnata dall’anemica ripresa e dall’imprevedibile sopravvivenza dei sistemi previdenziali, il terrorismo e il flusso incontrollato di migranti economici e richiedenti asilo, rischia di sbriciolare, traguardi raggiunti, dopo anni di faticose trattative.

Partiamo da alcuni dati: le richieste di asilo in Europa, sono passate tra il 2010 e il 2015, da 287000 a 1.4 milioni. In ordine di grandezza, dati Eurostat e Frontex alla mano, nel 2015, le richieste sono provenute soprattutto da siriani (318650), afgani (145970), iracheni (103620), kosovari (93260), albanesi (64635), eritrei (46965), e gambiani (13985). Di fronte a questi numeri, l’agenzia europea Frontex, che dovrebbe proteggere 80000 chilometri di frontiera, ha per il 2016 un bilancio di 254 milioni di euro. Nulla, se confrontato con quanto ha speso nel 2015, una città come Milano, per il proprio bilancio: 5 miliardi di euro.

Questo ci dà il polso della gravità di ciò che sta accadendo. Ma ci sono due ordini di problemi. Il primo, più contingente, è il flusso dei richiedenti asilo e di rifugiati provienti dai teatri di guerra  e dai Paesi politicamente instabili del Medio Oriente. Il secondo, non nuovo,  è il flusso di rifugiati e migranti economici che proviene dall’Africa. Per il primo, si è riusciti, molto discutibilmente, a tamponare l’emergenza, trasformando la Turchia in un anticamera dell’Unione Europea. Per il secondo invece, malgrado le tristi immagini di Ventimiglia e Calais,  non è stata data alcuna soluzione, demandandando ai soli Paesi coinvolti, gli oneri e i costi.

Ed è qui che iniziano i dolori. Perché, mentre il primo flusso può aumentare o diminuire in proporzione all’insorgenza di guerre, tragedie umanitarie o conflitti etnico-religiosi, il secondo è continuo, è anche di carattere economico e proviene da un continente numericamente più giovane. Il fatto che i Paesi europei non riescano a trovare un accordo su quest’ultimo punto,  è dovuto al fatto che molti africani prediligono, comprensibilmente, Paesi come Francia, Belgio e Regno Unito e non la maggioranza dei Paesi membri.

In questo quadro, visto l’ergersi di barriere al centro dell’Europa (Calais e Ventimiglia), la paura dei Paesi di transito e di quelli che si accollano l’onere del salvataggio e dell’identificazione dei migranti, è di diventare un enorme campo profughi. Ma mentre per i primi, il problema si risolve temporaneamente, chiudendo le frontiere, per i secondi, non v’è via di scampo.

L’Italia ha fatto la sua parte, nel nobile sforzo di salvare vite umane. Ma non ha potuto fare altrettanto per identificarle, vuoi per la scarsità di risorse e di personale adatto, vuoi per la sordità dell’Europa e i vincoli imposti dal Trattato di Dublino, provocando lo scaricabarile della loro identificazione. Ecco perché l’Austria, come Paese di transito, si sente erroneamente legittimata, in questi giorni, nell’imminenza dell’estate e delle buone condizioni climatiche, a lanciare il suo avvertimento all’Europa, in una sorta di “tana libera tutti”.

Ultimamente, nel panorama della più completa incertezza, si inserisce, la nuova proposta informale (non paper) di accordo italiana, inviata congiuntamente a Commisione e Presidenza del Consiglio Europeo e denominata “Migration Compact”.

Il documento, con tono ottimistico per l’accordo trovato con la Turchia, chiede l’attenzione dei partners europei, sulla possibiltà di vincere la sfida dell’immigrazione dall’Africa, cooperando maggiormente con i Paesi di origine e transito dei migranti. Dopo una breve introduzione sulla differenza dei flussi, quello orientale (più contingente) e quello centro occidentale (destinato a durare più di un decennio), il documento delinea ciò che la UE può offrire ai Paesi africani e poi, ciò che essi possono fare in controparte. Le proposte non sono nuove, molte, fanno riferimento ad accordi precedenti. Il piano infatti, riprende i principi decisi al vertice UE-Paesi africani, del  Consiglio Europeo di Valletta (Malta), del 12 novembre scorso.

In poche parole, il documento chiede alla UE di aiutare questi paesi tramite: 1) Progetti d’investimento ad impatto infrastrutturale, con gli strumenti di cooperazione, attualmente esistenti, 2) l’Istituzione di strumenti obbligazionari, gli EU-Africa Bonds, per facilitare l’accesso dei Paesi africani al mercato dei capitali, in cooperazione con la BEI ed altre organizzazioni finanziarie, 3) l’Istituzione di un nuovo strumento finanziario, l’IEAM (acronimo non specificato), per il finanziamento dell’azione sull’immigrazione e, infine, l’istituzione di un fondo per gli investimenti in Paesi terzi.

Il tutto per: 1) lottare contro il traffico di migranti, aumentando la cooperazione giudiziaria e di polizia, 2) gestire il flusso, con il sostegno a strutture locali di accoglienza e di identificazione (soprattutto nella cintura sahariana), 3) finanziare la creazione di centri di accoglienza rifugiati, nei Paesi di transito e di origine, in cooperazione con l’UNCHR e l’OIM, 4) selezionare l’arrivo dei  migranti, in base alle quote UE e in base alla creazione in loco, di strumenti per l’accesso di lavoratori al mercato europeo, secondo le esigenze delle nostre imprese, 5) aiutare i Paesi di transito, nel rimpatriare i migranti respinti dalla UE e non solo, verso i Paesi di origine.

Questo, a corollario della prima esigenza, di creare una guardia costiera e di frontiera europea, secondo la proposta della Commissione UE,  del dicembre scorso.

Il documento si conclude, con la priorità strategica di stabilizzare la Libia, per aiutarla a combattere il terrorismo e a contollare il flusso di migranti.  

Una buona iniziativa, che malgrado la formale accoglienza di amicizia dei partners europei, rischia di dissolversi nel nulla, se essi non si renderanno conto, che il sogno dei padri fondatori sta già naufragando, tra gli egoismi nazionali, la non condivisone dei costi e l’esclusiva ricerca dei consensi elettorali interni. 

 

 

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