domenica, Maggio 16

Il piano B

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Genova, attesa al seggio per l'arrivo di Beppe Grillo

Non ci volevo credere: l’ennesima burla travestita da “pari opportunità”. Già perché questa non è che l’ultima di una lunga serie di iniziative a favore di noi donne che, con il solo obiettivo di permetterci di accedere a posizioni perf noi altrimenti inaccessibili, in realtà non fanno che sminuire le capacità che (magari non tutte noi, ma qualcuna di sicuro sì) abbiamo.

Parliamo delle ultime elezioni. L’idea era partita già nel 2013 in qualche comune, ma non essendo io andata a votare se non lo scorso maggio non me ne ero ancora accorta. Dall’anno scorso è infatti possibile esprimere due preferenze all’interno della stessa lista, purchè vengano indicati candidati di sesso opposto.

Una sola preferenza può riguardare sia un uomo che una donna, due preferenze devono per forza riguardare almeno una donna. Un po’ come le quote rosa. Questo perché? Perché altrimenti non saremmo state votate? Già lo scorso 9 aprile si leggevano i comunicati stampa nei quali il Partito Democratico rivendicava l’obbligo di indicazione di candidati di sesso opposto alle prossime elezioni europee come una grande vittoria nella lotta alla discriminazione di genere: “introduce nella legge elettorale europea disposizioni finalizzare a rafforzare la rappresentanza di genere sulla falsariga della normativa introdotta nel 2012 per le elezioni dei consigli comunali“. Le donne vengono salvaguardate dalla legge già nella composizione delle liste: “la composizione paritaria delle liste dei candidati, disponendosi che i candidati dello stesso sesso non possono essere superiori alla metà; inoltre, i primi due candidati devono essere di sesso diverso“.

Nelle liste, pertanto, le donne dovevano essere almeno la metà dei candidati. Il votante, alle ultime elezioni, ha potuto esprimere fino a tre preferenze, che non dovevano tuttavia riguardare persone dello stesso sesso. Mi chiedo in che cosa esattamente una legge come questa dovrebbe tutelarci se non dalla stupidità di credere che una donna non possa essere considerata capace e, di conseguenza, votata se non per un mero obbligo di legge.

Una normativa del genere presuppone infatti che le donne vadano tutelate e la loro partecipazione nelle istituzioni non incoraggiata attraverso, ad esempio, tutele che rendano possibile la maternità e la carriera, ma tutelata e garantita. Come se la presenza delle donne nelle istituzioni fosse una soluzione politicamente corretta per persone diversamente abili.

Come donna non mi sono affatto sentita tutelata. Come donna mi sono sentita offesa. Offesa dalla legislazione e offesa da tutte le altre donne che non hanno reagito alla burla. Non può essere questa una vittoria per le donne se la maggior parte dei votanti considera la loro presenza nelle istituzioni un dovere civico e non un merito. Non può essere una vittoria se si tratta di candidature e di voti scelti per mettere a tacere le coscienze e non per convinzione.

Non penso che questa sia nemmeno una vittoria per noi donne normali, che non siamo state nè candidate nè elette: elezioni che sono state ancora una volta, anzichè l’occasione per cambiare veramente qualcosa, il simbolo della nostra incapacità di fondo a farcela senza che un uomo (o un legislatore) pensi a noi. Ancora una volta siamo state trattate rispetto agli uomini in maniera differente, elette non per merito ma per calcolo. Possiamo stare tranquille perché questo meccanismo del voto a candidati di sesso diverso è solo una misura transitoria? No, perchè dal 2019 verranno introdotte le quote rosa anche nelle elezioni europee. Un riserva dedicata a noi, nella quale ci verrà concesso di sedere di fianco all’uomo e di dire la nostra. Che poi la nostra venga ascoltata è un altro paio di maniche. Che la nostra venga considerata intelligente e non una perdita di tempo per mettere a tacere chi grida alla discriminazione è praticamente utopia.

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