lunedì, Agosto 2

Il piacere Elena B.B., la donna che per prima scoprì il seno - Capitolo 4

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Quel luglio-agosto era affocato, ma ciononostante la legna buona alimentava in continuazione le fiamme nel salone. Un suo vezzo, ché soleva convocare gli ospiti tutte le sere alle diciannove, quando il sole non era ancora tramontato. Stava la bella Elena su di uno scranno assisa, leggermente rialzata, coperta da capo a piedi da vesti di panno che scendevano oltre le dita dei piedi, ma soprattutto nascondevano all’immaginazione l’oggetto del generale desiderio. Sembrava, ed era, imperturbabile alla calura, naturale ed indotta, e tale rimaneva sino a notte, mentre gli altri, con suo gran diletto, via via cominciavano a scoprirsi, quasi denudarsi, giusto contrappasso per quella manica di neghittosi bonvivant di provincia.

Il ventuno di agosto, accalorati quant’altri mai, gli ospiti erano quasi completamente discinti. Margherita Facchi, piccola nobiltà locale con ascendenze tridentine e turcomanne, era una fiorente trentaquattrenne, conosciuta come ‘il promontorio dei due mari’, assai popolare anche per esser stata allieva e (faceva intendere) amante di Carducci. Da tempo fremeva, essendo stata superata in popolarità, e di quanto, dalla ‘Contessa degli stalloni’, come era solita appellarla spregiativamente coniugando titolo nobiliare acquisito ed attività paterna. Epperciò mentre calore, vinrosso e ormoni a ruota libera facevano salire la temperatura anche oltre quella reale, Margherita drizzò le spalle, attirò l’attenzione generale ed abbassò, lentamente ma non troppo, la parte superiore dell’abito profferendo con voce torbida e chiara “E perché, le mie?”. Chi si lanciò in applausi e cachinni, chi rise, chi protestò, chi ammutolì. Poi gli sguardi si rivolsero verso lo scranno d’Elena, sin lì silente. Osservò la sciagurata, prima paonazza di furia ora di vergogna, la fissò negli occhi per un lunghissimo istante. Poi, gelida: “Ma mi faccia il piacere…”. La poveretta fuggì in lacrime tra la riprovazione divenuta unanime, e la notte stessa si imbarcò definitivamente per terre d’Asia, ove fu vista, così si disse, gestire una fumeria d’oppio ad Istanbul.

Curiosamente quella sera era presente anche il Marchese napoletano Giuseppe De Curtis, detto Don Peppino, che quattordici anni prima aveva avuto un figlio, Antonio, da una liasòn con Anna Clementi, di diciassette anni più giovane. In famiglia (ché con Anna ‘faceva famiglia’ anche se la sposò solo molto più tardi) l’episodio, con la fatal battuta finale, era divenuto proverbiale. E così quel ragazzetto, divenuto il grande Totò riprese l’espressione, appena modificandola, come monito a tutti i ‘caporali’, onorevoli Trombetta o prevaricatori malnati che fossero, che trascendevano. E divenne la sua celeberrima “Ma mi facci il piacere…”.

Il proprio piacere, invece, lo reclamava, con qualche legittimo diritto, il Conte, che per impalmare immediatamente quella pur ricca ma stitolata ragazza, aveva dovuto vincere le contrarietà della nobile famiglia Bugli. Arduino (“Ardo già dal nome”, soleva celiare) la desiderava più che mai. Lui che tanto aveva vissuto e amato, possedendo nobildonne, popolane e fantesche a iosa, ancor giovane aveva sviluppato, forse per sazietà, una peculiare albagia per l’atto, tanto che era solito schernire affettuosamente gli amici: “Suvvia, fate ancora certe cose come ragazzini. La fatica è tanta, il piacere breve, non ne vale la pena”. Sino all’incontro con Lei, che gli aveva di subito riacceso i sensi, mai più placati sino a quel momento, ed ora rinfocolati oltre ogni misura da quanto avvenuto. “L’uomo che aveva avuto tutte le donne” come l’avevano soprannominato (“E tutte le altre avrebbe potuto avere”), da quando l’aveva fatta sua sposa non voleva che lei, solo lei, unicamente lei.

‘La Corte d’Elena’ si riuniva perciò per cinque giorni, escludendo domenica, che dedicava al Signore, e giovedì che dedicava, si fa per dire, al marito. Solo una volta a settimana, infatti, gli si concedeva, e solo dopo l’ammonimento del confessore che sottrarsi al dovere coniugale avrebbe costituito peccato. E pur non essendo certo che tanto poco bastasse a metterla in regola con gli impegni di moglie (a tal proposito i Manuali Morali di Sant’Alfonso Maria de’ Liquori e di San Roberto Bellarmino discordavano), vabbé dargliela quattro o cinque volte al mese avrebbe dovuto bastare. Ma oltre a tenerlo a stecchetto da un giovedì all’altro, Ella gli compariva innanzi sì nuda, svelato anche la rigogliosa oasi, ma coperto ciò che chiunque vagheggiava, e lui più di chiunque. Il seno era completamente e pesantemente drappeggiato, e mai nuovamente ebbe a farglielo toccare, né tantomeno vedere. E quanto più Arduino si struggeva, implorava, strepitava, più protestava che così lo induceva ad atti impuri o peggio, più lei, tetragona, gli si concedeva solo ‘de retro’ (ma mai, virtuosamente, ‘in vas indebitum’), protendendo i fianchi quasiché pretendesse che l’atto avvenisse con il minor contatto carnale possibile. Quei seni che aveva liberato, liberando con essi tutto il proprio corpo, riteneva avessero ormai assolto al proprio compito. E, almeno al momento, non dovessero più essere esibiti.

Così trascorreva, quietamente ma non troppo, quella calda estate, mentre si avvicinava il diciannove settembre, giorno fissato per il Processo. Ma prima che si aprisse il sipario su quel proscenio, Elena aveva ancora un ultimo, vitale, compito cui assolvere.

 

4 – Continua

 

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