giovedì, Giugno 17

Il petrolio curdo della discordia field_506ffb1d3dbe2

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petrolio curdo

Diversi incubi, oltre a quello ‘nero vestito’ dell’ISIL, disturbano le notti del nuovo Governo iracheno di Haider al Abadi: tutti, più o meno direttamente, riguardano il petrolio e la Regione semiautonoma del Kurdistan Iracheno. Ne è esempio il contratto, firmato lo scorso maggio, tra la TEC (Turkish Energy Company), compagnia statale turca di recente formazione, e il colosso petrolifero statunitense Exxon Mobil Corporationper l’esplorazione di blocchi di territorio curdo alla ricerca di petrolio: tali esplorazioni avverrebbero infatti in virtù di un accordo con il Governo del Kurdistan, ma senza l’assenso di Baghdad.

La questione si inserisce in uno scontro più ampio tra le Autorità curde e il Governo iracheno per il controllo delle risorse naturali della Regione semiautonoma, di cui sia Erbil sia Baghdad si ritengono legittimi titolari. Una faccenda scottante, con cui aveva già avuto a che fare l’Esecutivo dell’ex Primo Ministro Nouri al Maliki. L’ultimo ‘colpo di scena’ risale ai primi di settembre, ma ha un prologo a fine luglio scorso, quando una petroliera, battente bandiera delle Isole Marshall e carica di greggio proveniente dal Kurdistan iracheno (si parla di un milione di barili, per un valore di 100 milioni di dollari), dopo essere partita a giugno dal porto turco di Ceyhan, avrebbe spento i propri strumenti di identificazione radar per riapparire al largo del porto di Galveston, nei pressi di Houston, in Texas, per consegnare a non precisati acquirenti il prezioso carico.

Sebbene il Governo iracheno abbia reagito citando in giudizio la compagnia greca Marine Management Services, società che gestisce la petroliera incriminata, simili traversate non sembrano volersi arrestare. A inizio settembre, infatti, la stessa petroliera arriva ancora nelle acque statunitensi carica di greggio curdo, preceduta da una seconda petroliera, scomparsa ancora carica all’altezza del Sinai Egiziano per riapparire vuota, qualche giorno dopo, nei pressi di Israele.

Fin dalla creazione della regione semiautonoma del Kurdistan iracheno, all’indomani del rovesciamento dell’ex Presidente Saddam Husseinle Autorità curde hanno cercato di ottenere l’emancipazione commerciale dall’Iraq, rivendicando il diritto di vendere direttamente il petrolio estratto dai propri pozzi. Di contro, Baghdad ha sempre sostenuto la propria esclusiva competenza nel commercio delle risorse energetiche del Paese, che compongono, nel caso degli idrocarburi, più del 90% delle entrate statali, riservandosi di compensare le varie Province di provenienza dei minerali con percentuali sui proventi. Un confronto, questo, che è proseguito durante tutto il periodo di Governo di al Maliki, arrivando talvolta a toni marcati: come quando, nell’aprile del 2012, il Kurdistan congelò temporaneamente le forniture di petrolio a Baghdad.

Alla base del disaccordo sta una diversa interpretazione della Costituzione irachena del 2005, che secondo Erbil permetterebbe al Kurdistan di concludere nuovi contratti, lasciando a Baghdad la sola gestione di quelli già firmati precedentemente; il Governo di al Maliki, di contro, ha sempre ritenuto necessaria l’approvazione di Baghdad, affinché qualsiasi contratto possa essere considerato legale.

Nel 2007, le due Autorità furono a un passo dall’approvazione di una Legge sugli idrocarburi, che tuttavia non fu emanata a causa di un disaccordo su alcuni particolari. Il Governo del Kurdistan iracheno, pertanto, ha successivamente approvato una sua Legge sugli idrocarburi, non riconosciuta da Baghdad, e sulla base di questa ha firmato diversi accordi. E così, con il coinvolgimento, a partire dal 2011, della ExxonMobil e del Governo turco, l’Autorità del Kurdistan ha internazionalizzato lo scontro, attirando nel suo versante ‘controparti commerciali’ dotate di peso anche a livello politico.

È dell’ottobre 2011 il controverso accordo della compagnia petrolifera statunitense ExxonMobil per l’esplorazione geologica e l’eventuale scavo di sei blocchi di territorio del Kurdistan iracheno. Elemento della controversia è la controparte dell’accordo: il Governo del Kurdistan stesso, e non il Governo iracheno. Un particolare significativo, capace di complicare le relazioni tra la Exxon e Baghdad, che considera tali accordi illegali. Come conseguenza, nel maggio 2012 la Exxon è stata esclusa dalla gara di appalto per l’esplorazione di 12 blocchi nel sud del Paese.

Malgrado da Washington sia partito a più riprese l’avvertimento, rivolto alle imprese statunitensi, di non sfruttare le controversie irachene a fini commerciali, la ExxonMobil non ha interrotto la propria strategia nel Paese. Tanto che diversi analisti rimproverano al Governo del Presidente statunitense Barak Obama di non aver mai tentato di impedire simili politiche commerciali, e arrivano a sospettare una celata connivenza di Washington al fine di mantenere debole e frazionato l’Esecutivo iracheno.

Le risorse curde, tuttavia, hanno attirato l’attenzione anche di un influente vicino dell’Iraq, la Turchia del Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan. Avvicinatosi alla regione semiautonoma fin dal 2011, nel marzo di quell’anno il premier turco vi si reca in visita ufficiale e per tutto il 2012 discute con l’Autorità curda di un possibile accordo.

Infine, nella primavera del 2013, la compagnia di Stato turca TPAO (Turkiyye Petrolleri AO) firma un contratto, il cui testo rimane segreto, con l’Autorità del Kurdistan iracheno per l’acquisto di petrolio direttamente da Erbil, senza la mediazione di Baghdad. Da qui, seguono nel 2013 le prime esportazioni di greggio via camion e l’avvio della costruzione di un oleodotto che collega il giacimento di Taq Taq, in territorio curdo, direttamente con Kirkuk e la città di confine di Feyshkabour, dove il condotto si dovrebbe connettere a un ramo non utilizzato del già esistente Iraq-Turkey Pipeline (ITP). Fino alla firma, nel maggio del 2014, del contratto di esplorazione tra la TEC e la ExxonMobil, e, un mese dopo, di un accordo cinquantennale per l’esportazione di idrocarburi curdi in Turchia.

Ne usciva, già prima dell’offensiva dell’ISIS e del venir meno dell’autorità irachena su larghe parti di territorio, un quadro di forze complesso. Da una parte un Governo iracheno debolefiaccato da anni di lotte intestine, in un Paese minato dalla frammentazione politica e sociale, che trova nelle sue risorse, il petrolio soprattutto, l’unica fonte di sostentamento considerevole. Dall’altra il Kurdistan iracheno, le cui mire secessioniste si realizzano con un piano di graduale emancipazione che prevede l’autofinanziamento grazie ai proventi del petrolio, e che prosegue con l’internazionalizzazione dello scontro con Baghdad, ossia il coinvolgimento di Turchia ed ExxonMobil nelle sue trame commerciali e strategiche.

La ExxonMobil, da parte sua, in quanto impresa privata persegue una logica del profitto e si rivolge per prima a un Kurdistan che offre condizioni economiche di estrazione più vantaggiose rispetto a Baghdad. Tra l’altro, a partire dal 2012, altre compagnie internazionali, come la statunitense Chevron o la francese Total, decidono di entrare nel mercato curdo, indebolendo, di fatto, la già precaria resistenza da parte del Governo di al Maliki. E infine la Turchia, gigante regionale in potenza, che di risorse ha disperato bisogno per poter carburare la propria crescita economica, e che non disdegna di diversificare le fonti di approvvigionamento, tra le quali al momento hanno rilevanza Iraq e Iran.

Alla luce di un tale quadro, le due notizie dell’estate, l’accordo di giugno tra Exxon e TEC per lo sfruttamento dei sei blocchi in Kurdistan e la nave carica di petrolio curdo nei mari statunitensi, dimostrano come il controllo che Baghdad esercita sulle proprie risorse sia sempre più precario.

Indubbiamente, la conquista da parte dell’ISIL di parti del territorio iracheno e il controllo che il gruppo detiene su diversi giacimenti petroliferi, così come il caos che ha investito il paese durante l’estate, hanno contribuito a indebolire Baghdad (ne è prova la caduta di un Maliki che usciva da una vittoria elettorale).

In quest’ottica, l’accordo Exxon-TEC e l’allargamento dell’area di esportazione del petrolio da parte del Kurdistan, con aiuto turco, dimostrano come il confronto in atto da anni abbia raggiunto un livello più spinto. Un elemento, questo, da considerare attentamente nell’analisi delle attuali difficoltà dell’Iraq e che sottolinea come le dinamiche economiche ed energetiche, più che lo scontro confessionale, svolgano, nel Paese, un ruolo preponderante.

 

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