domenica, Settembre 19

Il petrolio compra pacificazione sociale e armi field_506ffb1d3dbe2

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Bouteflika

E’ un vecchio adagio della politica di Abdelaziz Bouteflika. Dal giorno in cui si è insediato nel Palazzo d’El Mouradia, nel lontano 1999, alla fine cioè del decennio nero che ha devastato l’Algeria negli anni ’90 provocando circa 200.000 morti, i profitti dovuti alla vendita degli idrocarburi sono serviti a mantenere in piedi un sistema, a irrorare sotto fiumi di denaro il malcontento, a spegnere le velleità dell’opposizione e ad alimentare un sistema di corruzione a tutti i livelli. Il 1999 è stato un anno fortunato per Bouteflika perché è coinciso con un aumento vertiginoso del prezzo del petrolio. Non è un caso infatti che il Pil per abitante in Algeria sia passato da 1360 dollari nel 1999 a 5448 dollari nel 2013. 

Eppure a beneficiare di questa ricchezza, dovuta all’esistenza d’immensi giacimenti di gas e petrolio i cui introiti si aggirano ogni anno attorno ai 50 miliardi di euro, non è stato il popolo algerino. Nel 2011, anno dell’esplosione della “Primavera Araba”, l’Algeria, piagata da un tasso di disoccupazione degli under 30 che toccava drammaticamente il 30%, è stato uno dei primi paesi a sollevarsi al grido di “pane, libertà, dignità” con rivolte, manifestazioni di studenti, marce del sabato, scioperi a ripetizione e l’esplosione del cosiddetto fenomeno delle ‘torce umane’ che però non ha avuto lo stesso impatto nella popolazione che ebbe l’auto-immolazione di Mohammed Bouazizi in Tunisia. Sostanzialmente qui la Primavera Araba non è mai scoppiata ma il malcontento cova da anni sotto la cenere e sarebbe già esploso senza quei correttivi economici ‘provvidenziali’ da parte del governo. Dal 2011 si sono moltiplicati gli sforzi finanziari per calmare il malcontento sociale attraverso tutta una serie di misure : aiuti statali per l’affitto, edilizia popolare, aumento delle pensioni, aumento del salario degli insegnanti o delle indennità di disoccupazione. 

Alcuni generi di prima necessità come i cereali, il latte, l’acqua, il carburante e l’elettricità beneficiano di sovvenzioni molto onerose per le casse pubbliche. Le spese sociali e per le infrastrutture hanno infatti superato i 600 miliardi di dollari dall’inizio del mandato di Bouteflika fino al biennio 2012/2013 eppure essenzialmente quasi la metà dei 38 milioni di algerini vive in condizioni difficili in quartieri dormitorio e senza adeguate cure sanitarie. Circa 4 milioni di persone, circa il 50% della popolazione attiva, non possiede alcuna protezione sociale e  lavora al nero (circa il 16% del Pil).

Il problema è che tutto questo flusso di denaro è gestito in maniera opaca, senza alcuna razionalizzazione e progettazione per il futuro e il grido di allarme di diversi economisti è rimasto inascoltato: il sistema non può andare avanti a lungo perché serve a tenere calma la situazione nel breve periodo ma rischia di crollare su sé stesso nel lungo periodo. Oltre alle spese redistributive l’establishment utilizza a man bassa le riserve senza preoccuparsi dell’avvenire e senza creare posti di lavoro produttivi. Dai tempi in cui Bouteflika ha preso in mano le redini del potere la situazione non è cambiata: la vendita d’idrocarburi rappresenta ancora il 97% delle esportazioni algerine. Intanto pero’ circa la metà delle riserve di petrolio e gas sono state sfruttate e la produzione è in netto declino (-25%). Molti economisti dubitano che l’Algeria riesca a fornire i 7 miliardi di metri cubi annui di gas che l’Unione Europea vorrebbe acquistare per mettere fine alla dipendenza nei confronti della Russia dopo la crisi ucraina.

A questo va aggiunta un’altra piaga del paese: la corruzione. Il rapporto di Transparency International del 2013 (un’Ong che si occupa di lotta contro la corruzione) è senza appello. L’Algeria figura tra i paesi più corrotti al mondo (classificata 94esima su 177 paesi) anche se la sua posizione è notevolmente migliorata rispetto al 2012 (era in 105esima posizione). Gli ultimi esempi ne sono una riprova lampante. Il costo finale dell’ospedale militare di Orano, che avrebbe dovuto attestarsi sui 160 milioni di dollari, ha già superato i 900 milioni di dollari. L’autostrada Est-Ovest, che attraversa tutta l’Algeria, ha già inghiottito 18 miliardi di dollari e nonostante ciò resta ancora incompleta ed in molti tratti completamente inagibile. La corruzione è giunta anche ai più alti livelli dell’establishment con l’emissione di un mandato d’arresto internazionale ai danni di Chakib Khelil, ex ministro dell’energia algerino, che, secondo la giustizia italiana, avrebbe ricevuto tra il 2007 ed il 2009 tangenti dell’ordine di 197 milioni di dollari dalla compagnia italiana Saipem per ottenere contratti in Algeria (indagati anche l’amministratore delegato dell’Eni Paolo Scaroni e altri manager della compagnia italiana, l’inchiesta è condotta dalla Procura di Milano).  

Nonostante dunque un netto calo dei proventi derivanti dalla vendita d’idrocarburi, il malcontento e la precarietà in cui vive quasi la maggioranza della popolazione, nonostante la corruzione e parallelamente il declino della produzione d’idrocarburi l’Algeria continua però ad acquistare in maniera massiccia armi. Con il suo 3% di fetta di mercato, l’Algeria si piazza all’ottavo posto nella lista dei più grandi importatori di armi nel mondo, come indica un rapporto dell’Istituto Internazionale di Ricerca di Stoccolma per la Pace (SIPRI). La nuova finanziaria del 2015 consacra addirittura 13 miliardi di dollari all’acquisto di armi (portaerei, elicotteri, caccia), cioé il budget di Marocco, Egitto, Tunisia messi assieme ed il 48% delle importazioni d’armi di tutta l’Africa. Una cifra “monstre” – 13 volte di più di quanto facesse l’Algeria ad esempio 25 anni fa sottolinea il quotidiano ‘El Khabar’ – che la dice lunga sulla natura del regime di Bouteflika, che tra armi, corruzione e spreco di denaro pubblico tiene da 15 anni le redini di un paese che è un vulcano pronto ad esplodere. 

 

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