mercoledì, Maggio 12

Il perdono per gli Ebrei Intervista a Riccardo Di Segni, rabbino capo in Roma

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Riccardo Di Segni perdono ebrei

Per la religione ebraica il perdono è parte di un processo di ricostruzione di un rapporto alterato tra due parti: chi offende e chi è offeso. Si possono offendere sia gli esseri umani, sia Dio, ma anche gli animali e la natura, o il Signore con una parte del creato.

Chi ha offeso deve prendere atto che l’azione da lui commessa è scorretta, confessarla come tale a se stesso e nel proprio intimo davanti a Dio, impegnandosi a non ripeterla più. Questo processo si definisce in ebraico ‘teshuvà’, ossia ‘ritorno’, recupero del giusto cammino dopo aver commesso una qualsiasi colpa. Dopo questo atto interiore ci si deve riconciliare con l’offeso chiedendogli perdono per il male o il torto arrecatogli. A sua volta l’offeso deve concedere il perdono richiesto, anche se può rifiutarlo per ben due volte, ma alla terza deve cedere. Se non lo si perdona, chi ha offeso non è più tenuto a chiedere scusa. Se si tratta di un’offesa che riguarda la natura, non c’è chi può perdonarla.

Il perdono non elimina secondo la mentalità ebraica la necessità di una sanzione, che deve servire a riparare il danno arrecato, con lo scopo di distogliere chi ha commesso il male dal compiere un’azione illecita nella società e aiutare il medesimo a riflettere sul male che ha provocato. Il perdono non può essere delegato ad altri: solo chi è offeso e chi è il responsabile della colpa può esercitare questo diritto-dovere. Il perdono è essenziale per la sopravvivenza del mondo.

L’errore è parte della natura umana, ma se vi fosse solo giustizia nel mondo non vi sarebbe sopravvivenza per gli esseri umani perché l’uomo non resisterebbe in tale condizione perfetta, come dimostra il libro della Genesi che descrive le prime condizioni del creato. Così fu lo stesso Signore a introdurre il concetto di misericordia, stabilendo che esso deve andare insieme e convivere con la giustizia, dato che nemmeno il solo perdono consente un mondo perfetto.

Così come la pace tra individui deriva da un perdono dell’offeso a chi ha commesso la colpa, ma non elimina la stessa per la quale è da comminare una pena in base al principio di giustizia che regola la società e i rapporti interpersonali, analogamente tra le nazioni vige lo stesso principio e la pace si stipula per gradi. Essi sono: sospensione delle ostilità, riparazione del torto, accordi di buon vicinato, garanzie di non aggressione, stabilimento di comunicazioni e riconoscimento dell’altrui umanità. Questo processo è complesso e comporta quello che viene definito uno sforzo eroico sia da parte di chi ha subito l’ingiustizia, che da parte del colpevole. Il concetto secondo gli ebrei è che le vittime hanno i loro diritti che vanno rispettati attraverso un’azione di giustizia.

Sull’argomento abbiamo intervistato il rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Di Segni.

 

Ci può spiegare cosa è il perdono nella religione ebraica?

Il perdono è un atto di remissione, di rinuncia al rancore e di purificazione della persona che ha arrecato offesa.

Come si ottiene?

Si ottiene con la richiesta di perdono da parte della persona che ha arrecato offesa a chi ne è stato vittima: deve esserci un sincero desiderio di riconciliazione, consapevolezza dell’azione fatta e intenzione a non ripeterla più. Questo procedimento vale sia per quanto riguarda i rapporti tra gli esseri umani, che per quelli tra gli esseri umani e il Signore.

Esistono colpe che non possono essere perdonate?

La questione è molto complicata: al limite possono esistere tali colpe, ma molto dipende dall’atteggiamento di chi si è comportato male.

Parliamo dello Yom Kippur: in che consiste questa festività?

È un giorno all’anno che culmina in un lungo ciclo penitenziale, nel quale si fanno preghiere e atti di contrizione per chiedere al Signore di riconciliarci con Lui. E in questo periodo dell’anno sappiamo che, se il nostro pentimento è stato sincero, Lui cancellerà le nostre colpe.

Chi ha recato offesa a un fratello deve prendere atto che l’azione da lui commessa è scorretta, confessarla come tale a se stesso e discretamente davanti a Dio e impegnarsi a non farla più. È ciò che viene definito ‘teshuvà’. Ce ne parla meglio?

‘Teshuvà’ rappresenta il ‘ritorno’: è l’impegno che uno fa a non commettere più una certa colpa rendendosi conto della gravità della stessa.

Dopo questi atti chi ha recato offesa deve riconciliarsi con l’offeso, chiedendogli il perdono. A sua volta l’offeso deve concedergli il perdono; può rifiutarlo per due volte, alla terza deve cedere; se non lo fa, chi ha offeso non è più tenuto a chiedere scusa. Come mai la scelta delle tre volte?

La scelta è determinata dal fatto che non si può portare le cose all’infinito.

Come si pone l’ebraismo in caso di colpa collettiva?

Devono essere tutti i soggetti coinvolti a pentirsi.

Il perdono è essenziale per la sopravvivenza del mondo ed è legato in maniera indissociabile alla giustizia. Ci spiega questo concetto?

Non è possibile pensare al mondo senza perdono, ma neanche pensarlo senza giustizia. La giustizia deve, quindi, coesistere accanto al perdono.

Nell’ebraismo il concetto del perdono come entra, se entra, nella prassi della convivenza civile e nella politica?

Il perdono entra dappertutto, precisando che questo va dalla persona che ha commesso l’azione scorretta e viene dato da chi ne è stato vittima. Non esistono deleghe, sia nel retrocedere dalla colpa che nel decidere di dare perdono. Entra nella convivenza civile e nella politica nel senso che vale in entrambi i casi. Il perdono comunque non esclude la sanzione.

Come l’Olocausto ha cambiato il perdono nel popolo ebraico?

Perché il perdono dovrebbe essere cambiato?

L’ebraismo come ha ‘perdonato’ l’Olocausto?

Come dicevo prima, non esistono deleghe: per cui ciascuno può perdonare il male arrecatogli a chi glielo ha fatto, ammesso che costui o costoro glielo chiedano.

Oggi il perdono ebraico cosa sta perdonando alla società contemporanea?

La risposta è come sopra: il perdono non può essere delegato. Non è la società che deve essere perdonata.

 

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