domenica, Maggio 9

Il percorso conservatore della Nuova Zelanda I successi del Partito Nazionale di John Key: intervista al politologo Liam Casinger

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E’ un cammino nuovo, quello che sta percorrendo la Nuova Zelanda. Da circa 6 anni, infatti, il Paese è saldamente nelle mani del Partito Nazionale guidato dall’attuale Premier John Key, riconfermato per la terza volta consecutiva poche settimane fa. Il Premier, molto noto anche al di fuori dei confini neozelandesi, è uno dei personaggi più popolari della politica conservatrice anglosassone.

Nato nel 1961 ad Auckland da padre britannico e madre austriaca, Key è laureato in Economia e Commercio presso la University of Canterbury di Christchurch, oltre ad aver frequentato alcuni corsi manageriali presso l’università di Harvard. L’uomo forte della politica neozelandese si è poi inserito nel mercato del lavoro come agente valutario, cominciando a Wellington, per poi passare ad Auckland, Singapore e poi Londra, dove venne promosso a Direttore Esecutivo delle attività valutarie globali della Merrill Lynch.

Proprio il periodo londinese, segnato da stipendi e bonus milionari, ha contribuito maggiormente all’attuale fama del Primo Ministro neozelandese, descritto come “the smiling assassin”, l’assassino che sorride. Noto per la velocità con cui effettuava decine di licenziamenti alla volta, Key si è guadagnato la fama di attento ma spietato cultore del risanamento dei conti aziendali. Membro del parlamento neozelandese ininterrottamente dal 2002, John Key ha assunto un impegno politico sempre maggiore, fino ad arrivare al ruolo di leader dell’opposizione nel 2006. Quelli erano gli ultimi anni del quinto governo laburista, guidato dal popolare ex Primo Ministro Helen Clark.

Il 2008 fu l’anno del primo mandato da Capo del Governo, ottenuto con una massiccia campagna elettorale incentrata sulla promessa di radicali cambiamenti in ambito economico e di politiche nazionali. La Nuova Zelanda stava attraversando un periodo altalenante in termini economici, mentre la maggior parte dell’opinione pubblica considerava tramontata la pur longeva stella di Clark.

La Nuova Zelanda e il relativo settore bancario hanno infatti avuto un percorso più complesso, rispetto alla vicina Australia, nella lotta alla recessione globale. Il Paese dei Maori si è sempre rivelato fortemente dipendente, sia in campo politico che in campo economico, dal vicino alleato. Dopo una forte crescita economica cominciata nel 2000 e terminata nel 2008, la Nuova Zelanda ha accusato un calo delle esportazioni al pari di un calo della domanda interna, riportando il PIL del 2010 al livello di cinque anni prima. Solo dalla seconda metà del 2010 gli stimoli economici hanno permesso al Paese di invertire il trend e riprendere la crescita. A tal proposito è stato essenziale l’accordo di libero scambio stipulato con la Cina, entrato in vigore nel 2008 e pienamente operativo dal 2019.

Nonostante le maggiori difficoltà rispetto all’Australia, ad ogni modo, entrambe le economie hanno seguito strade simili, quelle di due Paesi occidentali sui generis: estremamente sviluppati socialmente ed economicamente, fortemente basati sulle esportazioni di materie prime, caratterizzati da Welfare state ma, allo stesso tempo, di impostazione fortemente capitalista e corporativistica.

Le politiche di John Key hanno dunque riscosso successo e si sono incentrate, nel corso degli anni, su temi storicamente vicini al proprio partito di appartenenza. Key ha infatti orientato la politica nazionale verso una crescente privatizzazione della sanità pubblica, del sistema scolastico e di quello pensionistico, una liberalizzazione del commercio con i partner asiatici, una controversa posizione sui diritti delle coppie omosessuali – caratterizzata da una iniziale opposizione alle unioni civili ma anche dal parere favorevole alle adozioni per le coppie gay – una progressiva riduzione delle emissioni di gas serra e da una politica internazionale interventista, di supporto a quella australiana e statunitense.

Le idee personali del Premier che hanno maggiormente interessato l’opinione pubblica straniera, tuttavia, riguardano la proposta di riforma della bandiera nazionale e l’apertura ad una discussione che porti verso la proclamazione di una repubblica neozelandese, nonostante Key si dichiari un monarchico. La Nuova Zelanda è infatti un Paese marcatamente tradizionalista, analogamente alla vicina Australia, come dimostrato dal fatto che ancora oggi il Capo di Stato sia la Regina d’Inghilterra e che la bandiera contenga la Union Jack – la bandiera inglese – nel quadrante superiore di sinistra.

Le multiformi politiche di John Key, ad ogni modo, hanno trainato con successo il Paese fuori dalle tenaglie della recessione globale, portandolo ad una crescita del 2,5% nell’ultimo anno, numeri che si prevede arrivino sopra al 3% per il 2014. Anche gli indicatori sociali tracciano il quadro di un Paese prospero con un’alta qualità della vita, il cui sviluppo umano – quantificato dalla classifica HDI delle Nazioni Unite – è stato posizionato al 7° posto al mondo, su 187 nazioni valutate.

Della svolta conservatrice del Paese abbiamo parlato con Liam Casinger, politologo e commentatore politico neozelandese.

 

Mr. Casinger, alla luce di quanto scritto, è lecito affermare che la Nuova Zelanda sta vivendo una nuova fase conservatrice della propria storia?

Oramai questo è fuor di dubbio, ripetiamo spesso il gioco di parole in base al quale John Key ha trovato la chiave (“key”) dell’elettorato del Paese. Basti pensare che negli ultimi 25 anni la Nuova Zelanda ha avuto 3 Primi Ministri conservatori – ben 7 legislature – e solo 1 Laburista, pur con 3 legislature.

Qual è il segreto di John Key, un uomo che sembra aver dato finalmente voce alle istanze di lento e progressivo riformismo del Paese?

John Key è un self-made man, un uomo che si è fatto da solo partendo con poco. E’ nato da una modesta famiglia di migranti europei, ha ricevuto una formazione universitaria, cosa non del tutto scontata nella Nuova Zelanda negli anni ’70 e nei primi anni ’80, ed ha avuto successo. Ha lavorato molti anni all’estero, ma ha cominciato in Nuova Zelanda ed è lì che è tornato. Una storia positiva, che ha fatto riflettere i Neozelandesi sul fatto che forse era davvero possibile fare le riforme necessarie fino a qualche anno fa. Inoltre non dobbiamo dimenticarci che stiamo parlando di uno Stato quasi microscopico dal punto di vista demografico, con solo 4,5 milioni di abitanti, una condizione che permette una maggiore rapidità nei meccanismi di mobilità sia verticale che orizzontale del mercato del lavoro, a differenza di molti Paesi europei o americani.

Le somiglianze nei meccanismi politici di Australia e Nuova Zelanda sono evidenti, quale pensa che sia la ragione?

Questa è una domanda importante da porsi. Le due nazioni sono entrambe ricche, bianche, giovani, in forte crescita economica e, cosa fondamentale, molto isolate geograficamente. Questo ha creato dei meccanismi sociali e politici, a livello nazionale, assenti in quei contesti in cui molte nazioni devono affrontare assieme problematiche comuni. In Nuova Zelanda, così come in Australia, prevalgono innanzitutto gli interessi dei propri cittadini, anche se talvolta questo richiede dei livelli di autonomia che poco supportano la cooperazione internazionale.

Qual è il ruolo di John Key e del Partito Nazionale in merito a temi controversi come il cambiamento della bandiera e la proclamazione della repubblica?

Questi ruoli sono diversi, nonostante si sviluppino di pari passo. Il National Party è un grande partito composto da anime diverse, molte delle quali estremamente conservatrici. Risulta dunque evidente come, a certe frange della destra neozelandese, siano decisamente invise queste proposte di riforme costituzionali. Il partito si sta tuttavia rinnovando sotto la guida di John Key, il quale è invece uno dei maggiori sostenitori dell’idea di una repubblica neozelandese – come il suo predecessore, d’altro canto – così come sostiene l’idea di riformare la bandiera nazionale, sostituendola con una felce argentata su sfondo nero. Il successo degli ultimi anni del Partito Nazionale va cercato anche in questo: essere capaci di affrontare temi che in passato sarebbero stati appannaggio delle opposizioni.

John Key sembra dunque offrire una efficace sintesi della moderna e conservatrice Nuova Zelanda, ritiene che farà parte della sua scena politica a lungo?

Credo proprio di sì. Gli ultimi sondaggi mostrano, a 6 anni dal primo mandato, un indice di popolarità del 70%, il più alto tra tutti i Paesi occidentali. Il fatto di essere il Capo di Governo più popolare del mondo occidentale offre i suoi vantaggi: gli Australiani chiedono a Tony Abbott di introdurre misure più simili alle sue, mentre nel Regno Unito, una volta meta ambita per la maggior parte dei Neozelandesi, si chiede a David Cameron di prendere spunto dalle riforme economiche attuate proprio in Nuova Zelanda, incentrate sulla riduzione degli sprechi ma anche delle tasse. L’attuale condizione economica, sociale – e dunque politica – del Paese mi lascia pensare che il Partito Nazionale trainato da John Key giocherà un ruolo fondamentale ancora a lungo.

 

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