martedì, ottobre 23

Il patto di ferro Usa – Arabia Saudita

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Quello tra Stati Uniti e Arabia Saudita rappresenta indubbiamente uno dei più vecchi, solidi e allo stesso tempo redditizi rapporti di alleanza degli ultimi tempi. L’intesa si inserisce perfettamente nella logica della Guerra Fredda, ed è scaturita dalle concezioni strategiche e geoeconomiche di alti funzionari del calibro di George Kennan, James Forrestal e William Draper, secondo i quali la strategia Usa da dispiegare sul fronte meridionale dell’Unione Sovietica avrebbe dovuto poggiare su Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la prima a sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, la seconda a presidiare le frontiere a Sud dell’Unione Sovietica e la terza a garantire i rifornimenti petroliferi in dollari. Fu essenzialmente questo il contenuto dell’accordo raggiunto sull’incrociatore Quincy in navigazione sul Grande Lago Amaro del Canale di Suez tra il Presidente Franklin Delano Roosevelt e Ibn al-Saud il 14 febbraio 1945, che assicurava a Riad la protezione militare statunitense in cambio di costanti approvvigionamenti energetici sauditi.

Ibn al-Saud e Franklin Delano Roosevelt sull’incrociatore Quincy il 14 febbraio 1945

Questa particolare intesa è rimasta intatta anche a fronte di congiunture geopolitiche particolarmente problematiche come la crisi di Suez del 1956 e, soprattutto, la Guerra dello Yom Kippur. Il conflitto, scoppiato nell’ottobre del 1973 quando Siria ed Egitto attaccarono Israele per riconquistare le regioni del Golan e del Sinai occupate dallo Stato ebraico nel 1967, fu preceduto da chiari segnali di allarme provenienti dal Cairo, che sotto la presidenza di Anwar al-Sadat aveva dapprima espulso il personale tecnico sovietico, compromettendo un’alleanza che aveva garantito al Paese aiuti di natura sia civile che militare, e successivamente pronunciato discorsi pubblici e organizzato manovre militari difficilmente mal-interpretabili. Non a caso, l’intelligence israeliana informò Tel Aviv dell’imminenza dell’attacco egiziano, ma ciò non impedì alle forze siriano-egiziane di colpire piuttosto duramente l’aviazione e le forze di terra israeliane. Alcuni analisti tendono a giustificare la sbalorditiva e assolutamente inusuale inadeguatezza militare dimostrata da Israele in quell’occasione con motivazioni di carattere eminentemente politico, secondo cui fu in realtà l’intervento diretto del segretario di Stato Henry Kissinger a convincere i dirigenti di Tel Aviv a tenere un profilo artificiosamente passivo di fronte al pericolo incombente, dietro la minaccia del blocco dei finanziamenti che gli Usa concedevano (e continuano a concedere) annualmente allo Stato ebraico. Mentre il conflitto infuriava, Arabia Saudita ed Abu Dhabi decretarono il blocco degli approvvigionamenti di idrocarburi destinati a tutti i Paesi accusati di sostenere Israele, mentre gli Stati Uniti continuavano in realtà a rifornirsi segretamente di petrolio saudita tramite la controllata Saudi Aramco e le altre grandi compagnie petrolifere si avvalevano della collaborazione dello Shah di Persia Reza Pahlavi per aggirare l’embargo e garantire il regolare afflusso di petrolio.

Henry Kissinger, segretario di Stato sotto l’Amministrazione Nixon, con lo Shah di Persia Reza Pahlavi

Quando Israele riuscì a rovesciare la situazione e ad avere la meglio sui propri avversari, l’Opec decretò un primo aumento del prezzo di riferimento dell’‘oro nero’ da 3,01 a 5,11 dollari al barile prima di procedere a una seconda rivalutazione l’anno seguente, che fece toccare al greggio quota 11,65 dollari per barile, per un aumento complessivo del 400% circa. Secondo gli stessi analisti che hanno parlato di ‘passività artificiosa’ israeliana pilotata dagli Stati Uniti, questo rincaro petrolifero rappresenterebbe il punto d’approdo di un’ambiziosissima e complessa operazione orchestrata dietro le quinte dal presidente Richard Nixon e dal segretario di Stato Henry Kissinger, dalle compagnie petrolifere americane, dagli sceicchi arabi e dallo Shah di Persia Reza Pahlavi. I documenti scovati molti anni dopo e resi di pubblico dominio dall’analista William Engdahl rivelano che l’obiettivo dell’operazione era quello di provocare un aumento vertiginoso del prezzo del petrolio anche a costo si sacrificare la crescita economica mondiale, così da rafforzare il dollaro – che tendeva a svalutarsi in seguito allo sganciamento dall’oro deciso da Nixon nell’agosto del 1971 con il ripudio degli accordi di Bretton Woods – cui il petrolio era strettamente legato, e instaurare un meccanismo di ‘riciclaggio dei petro-dollari’ che avrebbe fatto la fortuna delle grandi banche anglo-statunitensi. In base a questo sistema, l’Arabia Saudita, assieme agli altri Stati membri del Consiglio per la Cooperazione del Golfo, avrebbe mantenuto alti i livelli di sfruttamento dei giacimenti di cui dispone in cambio di ingenti profitti da investire in titoli di Stato Usa, in azioni di compagnie quotate alle Borse di Londra e New York e in armi prodotte dal complesso militar-industriale statunitense. Di fatto, questo processo salda il legame delle monarchie del Golfo Persico con il capitale occidentale e garantisce loro sia protezione militare sia la possibilità di continuare ad accumulare enormi ricchezze.

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