venerdì, Aprile 16

Il partito liberista unico e la sinistra che non c'è field_506ffb1d3dbe2

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La commissione lavoro del Senato ha approvato oggi, giovedì 18 settembre, la delega al governo sul lavoro. Martedì 23 settembre il “Jobs Act” approderà in aula. L’obiettivo di Renzi e Poletti è l’approvazione della legge delega da parte del Parlamento entro ottobre per arrivare poi, entro la prossima primavera, ai decreti attuativi. Tutti i senatori del Pd in commissione hanno votato a favore, ma il partito è fortemente diviso sulla riforma. L’ala sinistra è nettamente contraria all’abolizione dell’articolo 18, così come la Cgil e la Fiom. Bersani parla di “intenzioni surreali” del governo. Orfini chiede modifiche al testo presentato in commissione. Esultano invece Sacconi e il Ncd di Alfano.

La mistificazione mediatica del Jobs Act.

Come andrà a finire lo vedremo nelle prossime settimane. Quel che è già oggi certificata è la mistificazione mediatica e di linguaggio della riforma. Si parla di “tutele crescenti” ma si intende, in realtà, “l’abbassamento delle tutele esistenti”. Si parla di universalizzazione delle coperture sociali (a precari, finte partite Iva, disoccupati, lavoratori anziani ed esodati) ma si punta in realtà al ridimensionamento del welfare. Per questo avere dubbi sulla bontà della riforma e porsi qualche domanda è d’obbligo. Io, ad esempio, ne ho due per il premier che è anche segretario di quello che dovrebbe essere il principale partito della sinistra italiana.

Due domandine a Renzi e ai liberal del Pd. 

La prima: se davvero l’intenzione è quella di introdurre il contratto unico a tempo indeterminato a tutele crescenti per i nuovi assunti con l’obiettivo di eliminare la selva di contratti precari ed estendere diritti fondamentali (maternità, previdenza, indennità di disoccupazione) a tutti coloro che oggi ne sono esclusi – che è un obiettivo condivisibilissimo – perchè si è cominciato con il decreto Poletti che ha aumentato la flessibilità e abbassato le tutele per l’apprendistato e le assunzioni a termine, e perchè si vuole continuare ora eliminando l’art. 18, cioè la norma che contrasta i licenziamenti senza giusta causa?

La seconda: con la recessione che incombe, le imprese che chiudono a ripetizione, oltre il 42% di giovani senza lavoro, l’occupazione vietata agli over 50 e il tasso di disoccupazione globale al 12-13%, davvero questo governo pensa che rendendo più facili i licenziamenti si possa favorire la crescita e creare nuovi posti di lavoro? Davvero Renzi, Poletti e Taddei pensano, come Sacconi, Ichino e i liberal del Pd, che l’Italia possa risorgere e rilanciarsi diventando più “cinese”, abbassando tutele e salari dei lavoratori (con il demansionamento, ad esempio)? 

Il partito unico dei liberisti e la sinistra che non c’è.

No, io non credo che loro lo pensino e ci credano. Penso che abbia ragione la Camusso quando dice che questo è solo “lo scalpo da portare ai falchi di Bruxelles” per avere più flessibilità sui conti dell’Italia. Credo che questo “accanimento terapeutico” contro i pochi che il lavoro non l’hanno ancora perduto (non è forse la lotta ai più tutelati senza peraltro compensare adeguatamente i meno tutelati, il senso vero della riforma?) serva solo a sconfiggere definitivamente quel che resta della vecchia cultura di governo della sinistra in Italia e in Europa, per affermare il “partito unico” che piace alla Troika, alla Germania della Merkel, ai liberisti e ai banchieri d’Europa. E osservo, amaramente, la totale assenza di strategie alternative e pensieri lunghi da parte di tutti i leader della sinistra europea. Così, davvero, destra e sinistra pari sono. E tra un anno o due Renzi rischia di diventare l’erede di Berlusconi e il nuovo leader del centro-sinistra-destra.

 

 

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