venerdì, Luglio 30

Il Parlamento paralizza la Corte Costituzionale field_506ffbaa4a8d4

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E’ uno stallo che dura da un anno e mezzo. La situazione è questa: c’è un organo costituzionale, la Corte Costituzionale, che funziona a scartamento ridotto: i suoi componenti dovrebbero essere quindici. Attualmente sono dodici. Spesso undici, perché uno dei dodici non gode di buona salute. Basta che se ne ammali un altro, anche una semplice influenza, e viene meno il numero legale minimo. Ma anche se godranno tutti di ottima salute (cosa che naturalmente si augura loro), lavorano al limite, per quel che riguarda il lavoro concreto; ma anche dal punto di vista formale, si possono formulare parecchie riserve e perplessità. In questo senso: la Corte Costituzionale ha un compito delicatissimo, quello di stabilire se una legge è conforme o meno con la Costituzione; e poniamo che si stabilisca che lo è (oppure no) con una maggioranza di sei a cinque. Si può immaginare che se ci fossero i tre mancanti, magari quella che è ‘maggioranza’ diventa ‘minoranza’? Che una sentenza invece che sette a cinque possa essere votata da sette a otto? E comunque, al di là di questo, la situazione paradossale in cui ci si viene a trovare è questa: un organo costituzionale (il Parlamento), di fatto impedisce a un altro organo costituzionale (la Corte Costituzionale), di poter funzionare. Perché (sempre la Costituzione lo prescrive), la Corte è composta per un terzo da cinque ‘nominati’ dal Presidente della Repubblica; un altro terzo viene eletto dalla suprema magistratura; i restanti sono eletti da Senato e Camere riunite; i tre mancanti sono appunto di nomina parlamentare. In un anno e mezzo i Senatori e i Deputati non riescono a individuare tre galantuomini da mandare alla Consulta. Assurdo vero? Eppure è così.

Chissà, forse bisognerebbe fare come si fece alla morte di papa Clemente IV: i membri del Sacro Collegio si riuniscono a Viterbo, ma non riescono a trovare una soluzione e un accordo. Va avanti per quasi un anno, fino a quando il podestà Alberto di Montebuono e il capitano del Popolo Raniero Gatti il 1 giugno del 1270 conducono a forza i cardinali nella sala del Palazzo dei Papi, li chiudono lì dentro, riducono il vitto e fanno scoperchiare parte del tetto. In tre settimane accade quello che non si era riusciti a fare in un anno, viene eletto Tedaldo Visconti che prende poi il nome di Gregorio X.

Chi sono il podestà e il capitano del popolo di oggi? Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, i presidenti del Senato Pietro Grasso e della Camera Laura Boldrini, manifestano apertamente la loro preoccupazione e fastidio per una situazione che non si sblocca; ai fianchi lavorano i radicali, una cinquantina di loro dirigenti e militanti da tre settimane conducono uno sciopero della fame, ricordando che anche nel 2002 si era creata una situazione analoga. Marco Pannella intraprende uno sciopero della sete, le Camere si riuniscono ad oltranza, e alla fine il plenum viene completato. Cominciano a muoversi anche i giuristi. I presidenti emeriti della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick e Francesco Paolo Casavola ammoniscono che il vulnus va sanato.

Votazioni ad oltranza, dunque? Per ora il Presidente Mattarella si limita a discrete, felpate, pressioni. Più espliciti Grasso e Boldrini, che evidentemente si sono consultati con il Quirinale, prima di esprimersi pubblicamente. Si parla di ‘amarezza’ per l’impasse, e per l’assenza, da parte delle forze politiche, di iniziative adeguate per dar seguito all’appello fatto mesi fa dallo stesso Matterella. E palazzo Chigi? Matteo Renzi per ora lascia che la patata bollente venga sbucciata da Maria Elena Boschi. Forse lei ci riuscirà, nell’impresa. I candidati ufficiali continuano a restare, per il Partito Democratico, Augusto Barbera, e per Forza Italia Francesco Sisto; sottovoce, però, circolano anche altri nomi, come Giovanni Guzzetta, per dirne di uno; candidature che al momento hanno un duplice scopo: bruciare alcuni, tenere occultati gli ‘assi decisivi; e sondare gli ‘umori’ del Movimento 5 Stelle, da una parte; del PD e di Forza Italia, entrambi fortemente dilaniati, e i cui contrasti si rivelano poi nei voti segreti.

E’ così importante, questa partita, questo braccio di ferro? Sì. Per dirne una: tra breve la Corte Costituzionale dovrà pronunciarsi su questioni decisive come l’Italicum, la nuova legge elettorale per le elezioni politiche elaborata dal Governo Renzi. Riforma che oggi viene contestata sia dalla minoranza del PD che da Forza Italia. Indicativa la presa di posizione di un esponente della fronda a Renzi come Roberto Speranza: «Basta picchiare la testa al muro sui giudici della Consulta. E’ il momento di riaprire un dialogo vero con tutte le forze politiche. Non funzionano i patti ad excludendum».

Messaggio recepito, a quanto pare dai pentastellati. Danilo Toninelli chiarisce come procedere: «Le condizioni non cambiano. I nomi devono essere buoni e terzi». No a Sisto, dunque; e quasi No a Barbera perché «le votazioni non lo hanno giudicato idoneo…Ora più che mai siamo indispensabili, verranno certamente a bussarci». Si vedrà.

Per ora, Renzi gonfia il petto e ostenta ottimismo e volontà di ‘fare‘.

Gli scricchiolii, tuttavia, si avvertono, e non più isolati. Il PD, per il fine settimana, ha voluto allestire oltre duemila ‘banchetti’ e gazebo, per comunicare i risultati positivi che il Governo Renzi avrebbe conseguito. Tutti i maggiori esponenti e leader si sono esibiti all’insegna de ‘L’Italia del coraggio’. Un’immagine che stride con quella fornita dal Censis: un’Italia ‘addormentata’, dimostrazione plastica della distanza tra ceto politico e Paese. Nel suo 49esimo rapporto annuale sulla situazione del Paese, il Presidente del Censis Giuseppe De Rita spiega che viviamo ancora «in letargo esistenziale»; siamo un Paese «non più capace di progettare il futuro, per cui finisce per restare prigioniero della cronaca (scandali, corruzioni, contraddittorie spinte a fronteggiarli). È un’Italia dove crescono le disuguaglianze e gli egoismi, dove le pur apprezzabili riforme realizzate dal governo faticano a suscitare consenso». Gli indicatori economici segnalano una timida uscita da una crisi durata sette anni; ma l’elemento più inquietante è la perdurante sfiducia degli italiani: poca fiducia nell’economia (cresce il patrimonio finanziario, diminuiscono gli investimenti), e nelle istituzioni: solo 9 per cento degli intervistati che si affida al sistema dei partiti; si mettono in discussione anche aspetti considerati ‘sicuri’ come Unione Europea e libero mercato. Cresce la ‘forbice sociale’: il 20 per cento delle famiglie spende più di quanto guadagna; la burocrazia è un Moloch famelico: ogni dieci leggi abrogate, ne vengono varate dodici nuove. Tra il 2007 e il 2014 il numero di espatriati è più che raddoppiato: da 51.113 a 136.328, valore più alto mai registrato dagli anni ’70 a oggi. Il 51,6 per cento (42.342 persone) che ‘scappa è costituito da giovani tra i 18 e i 39 anni.
Come se la cava l’inquilino di palazzo Chigi? Dice che «quella del letargo è un’immagine che non mi convince. Chi sta tenendo in piedi l’Italia è gente che non dorme. Gente che crede nel merito, che rischia tutti i giorni».
Verissimo. Ma il Censis quando parla di ‘Italia addormentata’ non si riferisce a quell’Italia; si riferisce allo scollamento tra Paese e mondo politico, che ormai è ampio quanto il Grand Canyon del National Park in Arizona; gli piaccia o no, Renzi di quel mondo politico è parte integrante, come è vero che è nato l’11 gennaio del 1975; fra un po’, dunque, festeggerà i suoi primi quarant’anni.

 

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