sabato, Settembre 18

Il parastato dell'Eni in Libia field_506ffbaa4a8d4

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La Libia, se ancora possiamo parlarne come uno Stato unitario e sovrano, sembra aver trovato il punto d’equilibrio nel caos totale. E da lì non si schioda da mesi. A marzo avevamo fatto una chiacchierata con Gianfranco Damiano, Presidente della Camera di commercio italo-libica, fotografando il Paese come ‘vicino al baratro’ e afflitto da una serie sconfortante di problemi. Dallo sdoppiamento del potere politico, coi governi di Tobruk e Tripoli in lotta tra loro, alla totale perdita di controllo delle varie tribù a cui durante l’era di Muammar Gheddafi erano state assegnate invece sfere d’influenza ben precise; per arrivare poi all’inquietante affacciarsi dell’Isis in alcune importanti città come Derna. E ci sarebbe anche da dire del fitto commercio di vite umane, che dai porti libici sta alimentando i flussi di migranti in cerca di un futuro nel Vecchio Continente. Ma questa è ancora tutta un’altra storia, che va oltre la questione libica e chiama in causa cambiamenti epocali destinati oramai a divenire globali.

Ad ogni modo Damiano non può far altro che ripetere sconsolato che oggi nulla è cambiato rispetto a qualche mese fa in un Paese dove “l’unica cosa positiva è la stanchezza e la sempre più pressante voglia di normalità da parte dei libici, imprese e famiglie, che cercano, nonostante tutto, di pensare e lavorare per costruire un futuro”. Il Presidente della Camera di commercio non si fa problemi a liquidare l’oramai annuale operato del diplomatico Onu, Bernardino Leon, come uno sfoggio reiterato di “dilettantismo”, per cui si sta pagando “un prezzo troppo elevato, data la rilevanza dei problemi sul tavolo, a causa di un incarico affidato superficialmente”. Damiano tra l’altro chiama in causa anche l’Italia, assente ingiustificata al tavolo delle trattative, con una lunga latitanza che al di là delle solenni dichiarazioni pubbliche delle nostre autorità, ci vede “oramai dietro l’Egitto nel Mediterraneo come peso specifico”.

D’altronde pare proprio che Renzi non si voglia esporre sul dossier libico e difatti non ha fatto toccare palla a Lapo Pistelli (l’ex vice Ministro degli Esteri, ndr), che assieme a Marco Minniti era una delle persone più competenti sull’area del mediterraneo all’interno del Governo”. Dichiarazioni molto interessanti peraltro se messe in relazione all’annuncio, un mese fa, del passaggio proprio di Pistelli all’Eni, dove ricoprirà la carica di vice presidente senior, occupandosi dei “rapporti con gli stakeholders in Africa e Medio Oriente”.

E proprio la vicenda di Pistelli ci porta a uno dei nodi principali della crisi libica, la questione dello sfruttamento delle abbondanti risorse energetiche nazionali: oltre a quelle già citate infatti, un’altra profonda piaga della Libia recente è il crollo del prezzo del petrolio, le cui quotazioni si sono dimezzate in pochi mesi, arrivando a quasi 50 dollari al barile per il Brent. Inutile dire che questa congiuntura ha rappresentato un colpo di eccezionale gravità per le già zoppicanti casse statali, tra l’altro gravate da una doppia amministrazione pubblica e perdipiù con una banca centrale in esilio a Malta, costretta a foraggiare sia Tobruk che Tripoli. Va da sè poi che in una Libia allo sbando per lo sfarinamento del potere politico e del tessuto sociale e con gravi problemi di sicurezza pubblica (l’ultimo esempio è il rapimento dei quattro tecnici italiani della Bonatti), l’estrazione di petrolio e gas abbia subìto pesanti riduzioni, coi colossi energetici di mezzo mondo che hanno progressivamente abbandonato il Paese, dalla Exon a Bp, a Total e Repsol.

Nel corso di questa crisi, che dura oramai da quattro anni, l’unica compagnia che non ha avuto contraccolpi, aumentando addirittura le attività di estrazione di petrolio e gas è stata proprio l’Eni, il colosso nostrano che ha fatturato 114 miliardi nel 2013. Oggi attraverso alcuni giacimenti a olio e al maxi giacimento di gas naturale di Wafa, l’Eni è in grado di produrre 300 mila barili al giorno (60 mila in più rispetto al 2014); e attraverso il gasdotto Greenstream, posato tra Mellitah e la siciliana Gela, passano ogni anno circa 9 miliardi di metri cubi di gas, di cui 3 rimangono in Italia e i rimanenti 6 finiscono in Europa. Per capire l’importanza capitale di queste attività basta ricordare che la Libia rappresenta oggi il 15% della produzione totale dell’Eni, di cui circa l’80% è destinato all’Italia.

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