mercoledì, Settembre 22

Il Papa all'Onu: guerre, solidarietà e ambiente

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Dopo la strage di ieri all’Hajj, il pellegrinaggio alla Mecca, che ha lasciato sulla strada oltre 700 vittime, oggi il Re saudita Salman ha ordinato una revisione dell’organizzazione e del piano di sicurezza. La richiesta del monarca è arrivata durante un incontro con i vertici della sicurezza saudita. «Abbiamo dato ordine alle autorità competenti» ha spiegato Salman «di indagare sul tragico incidente e di fornirci i risultati dell’inchiesta al più presto. A prescindere dai risultati comunque, non risparmieremo sforzi per migliorare il metodo e i meccanismi attuati nel periodo dell’Hajj».

Intanto la Guida Suprema dell’Iran, ayatollah Ali Khamenei, ha proclamato tre giorni di lutto per le vittime, 131 delle quali erano iraniane. Nel comunicato che annuncia la decisione, Khamenei ha denunciato le gravi responsabilità del governo saudita nella strage, accusandolo di cattiva gestione del pellegrinaggio e di misure improprie. Anche il governo del presidente Hassan Rohani ha diffuso un comunicato in cui si denunciano le responsabilità delle autorità saudite e si chiede di identificare i fattori che hanno causato questo incidente. Il ministero degli Esteri iraniano ha convocato l’incaricato d’affari saudita a Teheran per esprimere una forte protesta a nome del governo della Repubblica islamica. La notizia della tragedia ha fatto il giro del mondo e ha rattristato soprattutto le comunità islamiche che ieri celebravano la Festa del sacrificio. «Viviamo la festa nel dolore profondo per quanto avvenuto ieri alla Mecca». Lo ha affermato il presidente della Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai) Foad Aodi. «Non possiamo restare passivi dinnanzi a questo episodio di sangue» ha detto ancora. «Centinaia di fedeli sono rimasti soffocati e calpestati. Le parole crollano dinanzi a queste morti brutali. Certo è che serve maggiore sicurezza partendo dai Paesi Arabi per garantire un’osservanza pacifica della religione islamica e per favorire il rispetto tra le altre fedi. La diversità culturale e religiosa deve essere al centro delle politiche europee, proprio perché è alla base dell’identità di un’Europa nuova ed interculturale».

Il momento della verità si avvicina e cresce la febbre da elezioni in Catalogna. Domenica cinque milioni e mezzo di elettori, infatti, andranno alle urne per rinnovare il parlamento della comunità autonoma e c’è chi considera l’appuntamento un vero e proprio referendum sull’autonomia della regione spagnola. Il presidente uscente Artur Mas e i dirigenti della lista indipendentista Junts Pel Si (Insieme per il sì) hanno fatto in modo che quest’elezione sia un plebiscito sull’indipendenza. Una bella spina nel fianco per Mariano Rajoy, durissimo oppositore alle spinte verso l’indipendenza. L’anno scorso, il 9 novembre, si è svolta una consultazione sull’indipendenza, malgrado la Corte Costituzionale ne avesse ordinato la sospensione. Inizialmente il capo del governo catalano, Artur Mas, aveva chiesto un referendum, ma anche questo era stato sospeso. Successivamente il leader indipendentista ha quindi convocato una consultazione alternativa e lo scorso gennaio Mas ha annunciato elezioni anticipate in chiave di plebiscito per il 27 settembre. Gli ultimi sondaggi hanno dato la maggioranza assoluta proprio alle forze indipendentiste nel Parlamento regionale, condizione posta dal presidente del governo locale, Artur Mas, per iniziare il cammino verso la secessione dalla Spagna. Una maggioranza che si tradurrebbe in 68 dei 135 deputati.

La coalizione indipendentista, per iniziare la strada verso l’indipendenza avrebbe, però, bisogno del sostegno di Cup, il partito di sinistra indipendentista, che non ha aderito alla lista. Alla Spagna non resta che aspettare con il fiato sospeso e sperare che non si prospetti quello che, in realtà, tutti temono. In realtà, non è solo la Spagna a tenere gli occhi puntati sulle elezioni di domenica, perché se dovesse vincere il fronte secessionista e si realizzare l’indipendenza, la Catalogna uscirebbe automaticamente dall’Unione Europea e dalla moneta unica, con un contraccolpo sull’economia della zona euro.

 

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