mercoledì, Settembre 22

Il Papa all'Onu: guerre, solidarietà e ambiente

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Per il momento, dunque, l’Europa non si pronuncia sull’annosa questione, anche se stamattina l’Alto Rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, Federica Mogherini, ha detto con toni concilianti che devono esserci tutti seduti al tavolo delle trattative. Con un celata vicinanza all’intento della Merkel, la Mogherini ha detto che la soluzione alla crisi siriana è che tutti i principali attori internazionali e regionali dialoghino. «Questo è l’obiettivo a cui si sta lavorando insieme con le Nazioni Unite». Europa, Stati Uniti, Russia, Turchia, Iran e Arabia Saudita, pur avendo agende e priorità diverse e spesso divergenti, avrebbero in realtà un interesse comune: quello di sconfiggere l’Isis. «Questi attori regionali e internazionali» sottolinea lady Pesc intervistata da Repubblica «uniti attorno a un’agenda comune avrebbero l’influenza e il potere necessari per far parlare anche le parti in conflitto ed è necessario che al tavolo siedano anche esponenti del regime del presidente siriano Bashar al-Assad». Le parole della Mogherini, dunque, sembrano avallare in qualche modo il progetto della Russia che intanto continua a schierare le sue truppe in Siria.

I jet, arrivati a Latakia dopo uno scalo tecnico tra il 18 e il 19 settembre presso la base di Hamadan, in Iran, avrebbero, infatti, pare abbiano già cominciato a eseguire alcuni voli di ricognizione, anche se non sarebbero stati ancora impiegati per bombardamenti. Secondo l’intelligence Usa, Mosca ha già inviato in Siria 24 caccia, tra i quali 12 Sukhoi Su-25 Frogfoot e 12 Sukhoi Su-24 ‘Fencer. Putin non sembra curarsi troppo delle polemiche europee sulla questione siriana e va avanti nel suo progetto che coinvolge, ora anche l’Iran. Le forze armate di Russia, Siria e Iran, infatti, hanno stabilito un centro di coordinamento a Baghdad per avviare una coopoerazione con le milizie sciiti sostenute da Teheran e impegnate a combattere l’Isis in Iraq. Lo ha appreso l’emittente Usa Fox News da fonti di intelligence occidentale. A loro dire, nella cellula di coordinamento sono presentati alcuni generali russi di basso rango ma non è ancora chiaro se sia coinvolto anche il governo iracheno. Della questione siriana ne discuteranno faccia a faccia Obama e Putin. L’incontro, previsto per lunedì, dovrebbe disgelare i rapporti tra le due super potenze, ma non è detto che i rapporti già tesi non impediscano a due leader di affrontare serenamente la discussione. In ballo non ci sono solo gli equilibri tra gli storici due blocchi contrapporti, ma la lotta mondiale contro il califfato islamico.

E c’è chi la lotta contro il pericolo jihadista la fa anche senza armi. La Francia, per esempio, ha deciso di rafforzare la cyberguerra contro i terroristi dello Stato Islamico, intensificando la protezione ai sistemi informatici della difesa, ma anche passando all’offensiva. «Non è più un tabù» ha detto il ministro della difesa «che i gruppi armati terroristici investono in modo massiccio nello spazio digitale». Il ministro ricorda quindi che la fonte di questa propaganda è stata identificata a Raqqa, in Siria, con dei punti di collegamento che si trovano nei nostri diversi Paesi e che utilizzano le infrastrutture e gli operatori internet della Francia. Di qui la necessità di rispondere in modo appropriato. Ad Abu Dhabi, da cui partono i caccia francesi impegnati in Iraq, e dall’8 settembre in Siria, il Centro di analisi di lotta informatica difensiva (Calid) passa continuamente al setaccio la rete lanciando le allerte. Secondo Le Figaro, il governo francese punta, però, ad una maggiore unità per il controllo di internet che dovrebbe essere operativa a partire dal 2018 con una squadra di 800 persone. «L’obiettivo è creare un vero e proprio scudo protettivo», ha detto il ministro. La portaerei Charles-de-Gaulle, che presto dovrebbe tornare operativa contro l’Isis, potrà anch’essa contare su una protezione cyber», ha detto una fonte ben informata.

«Le regole d Dublino sono ormai superate, l’Europa si muova insieme per riformarle, anche decidendo a maggioranza in caso fosse necessario». Parola di Federica Mogherini, Alto rappresentante dell’Ue per la politica estera, che ha indicato, in questo modo, uno dei prossimi step nello sforzo europeo per far fronte alla crisi dei migranti. «Dublino era un regolamento pensato in un altro tempo, per far fronte a un fenomeno di dimensioni ben diverse da quelle di oggi», ha osservato. «Per questo motivo lascia la responsabilità principale della gestione ai Paesi sulle frontiere esterne dell’Unione. Oggi invece mi sembra chiaro che chi arriva ai nostri confini lo fa perché vuole venire in Europa, non in questo o quello Stato membro. Per questo dobbiamo affrontare il problema come un problema europeo. Dunque ci muoveremo in questa direzione». Mogherini si augura si possa giungere a una decisione consensuale tra gli Stati membri, ma non esclude soluzioni a maggioranza, esattamente come è accaduto nei giorni scorsi nel caso del voto europeo sul ricollocamento obbligatorio di 160mila rifugiati. Nonostante le belle intenzioni, però, sul campo continuano le tensioni e ancora si innalzano muro. L’Ungheria ha annunciato di aver quasi completato la costruzione del muro con la Croazia e ha già avviato la costruzione di un’altra barriera al confine con la Slovenia, anche se non è chiaro se si snoderà per tutti i 102 km di frontiera. La notizia, ancora una volta, non è piaciuta alla Commissione europea che, attraverso il responsabile per l’immigrazione, Dimitris Avramopoulos, è in contatto con le autorità ungheresi e slovene. «Gli eventi sono in corso, seguiamo la situazione per cercare di verificarli» ha spiegato il portavoce della Commissione, Daniel Rosario. «Ciò che è possibile fare fra due Paesi dello spazio Schengen» ha aggiunto, rispondendo alla domanda se sia permesso elevare barriere «è introdurre controlli temporanei se ci sono gravi motivi per farlo». «In questo caso» ha aggiunto la portavoce Maja Kocjiancic, «si deve rispettare il principio della proporzionalità e non ci devono essere discriminazioni». Ma nessuna barriera sembra fermare i migranti. «Nessuno si illuda di poter fermare questo mare di gente disperata» ha detto ancora Mogherini, ricordando che questo è un fenomeno con cui dovremo fare i conti ancora a lungo.

Perché i giorni, le settimane, i mesi passano ma la fuga dalle guerre non si arresta e intanto le condizioni dei migranti diventa sempre più difficile tanto che l’Unicef ha lanciato un appello per raccogliere 14 milioni di dollari per assistere i bambini. Secondo gli ultimi dati disponibili Eurostat, tra gennaio e luglio 2015 sono stati 133.000 i bambini che hanno cercato asilo nell’Unione Europea, in media 19.000 al mese. «Con così tanti bambini in fuga, e con l’arrivo dell’inverno in Europa, la priorità deve essere prendersi cura di questi bambini adesso» ha dichiarato Marie Pierre Poirier, Coordinatore Speciale Unicef per la crisi rifugiati e migranti in Europa. «Lavorando con i governi e altri partner in Europa, ovunque il nostro supporto sia necessario, l’Unicef farà il possibile affinché i bambini rifugiati e i migranti siano al sicuro, in salute e i loro diritti e la loro dignità vengano pienamente rispettati».

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