mercoledì, Aprile 14

Il 'Palazzo' siamo noi image

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Una famosa e stimata politologa commenta, in diretta sul social network più amato dagli italiani, il talk show televisivo ‘In Onda‘, in onda per l’appunto su ‘La7‘ sabato sera. Non si comprende bene se i post che scrive siano sue opinioni o se intenda sottolineare i passaggi che più la colpiscono, fatto sta che leggo, tra le altre, questa frase: «Renzi è qualcosa ancora legato al Palazzo, non è ancora dentro la società italiana».

Improvvisamente avverto i chiari sintomi di un corto circuito mentale, che mi trascina, alquanto recalcitrante, alla fatidica domanda: cos’è il ‘Palazzo? Questa metonimia, vaga quanto abusata, suona come una campana fessa, spandendo note troppo banali e ripetitive per non provocare nel Lettore smaliziato un fastidioso effetto deja vu. Ma tutto può servire, per fare chiarezza negli angoli della coscienza rimasti più o meno volontariamente in penombra, e magari può scapparci un ragionamento sensato sul significato del potere in una nazione avanzata e civile qual è la nostra, nonostante la sindrome da cupio dissolvi che sembra dilagare. Cerchiamo perciò di dare dei contorni più precisi a questo Palazzo‘, che turba i sonni del rivoluzionario dormiente nel cuore di tante persone.

Direi innanzitutto che una tale figura retorica può essere accettabile, come semplificazione giornalistica, riferita a entità più ristrette, come può essere ad esempio la cerchia di uomini che dirige in Italia lo sport e il calcio in particolare. Un giro di soliti noti che gestisce il business miliardario dell’intrattenimento più popolare e seguito, rappresentato da imprenditori ed affaristi molto attenti a non farsi sfuggire nemmeno un ossicino della gallina dalle uova d’oro, forse l’unica che razzola oggi nell’aia del nostro Paese.

Forse l’espressione può bene adattarsi anche alla Rai, spesso identificata proprio nel palazzo di Viale Mazzini, a Roma, che ne custodisce da decenni i segreti e le vergogne.

Ma se parliamo dei veri centri di potere, quelli dove la vita politica italiana si dipana tra mille tortuosità nel tentativo di imboccare la strada verso l’inafferrabile chimera di una democrazia finalmente compiuta,  allora siamo davanti a un’altra realtà. Una realtà che coinvolge l’intero sistema capitalistico del cosiddetto Occidente, una realtà che va ben oltre la gestione del governo locale, chiunque sia chiamato ad amministrarlo. Il Palazzo è l’espressione di una congerie di elementi tra loro indissolubilmente correlati, un’entità che, a ben guardare, è l’essenza stessa del gioco democratico. Il quale, a tutt’oggi, costituisce ancora la miglior forma (o se preferite la meno difettosa) di governo tra quelle possibili mai sperimentate sull’intero pianeta. Insomma, iperbole per iperbole, possiamo tranquillamente scendere sul terreno tanto aborrito ed affermareIl Palazzo siamo noi‘.

La democrazia, inevitabilmente delegata alla gestione di un ‘Palazzo’, è ricca di imperfezioni, di carenze che generano anche profonde ingiustizie, soprattutto se le sue regole non vengono tenute sotto stretto e costante controllo, tramite continue modifiche ed innovazioni che le tengano al passo coi tempi, cambiando ciò che non funziona più in quanto obsoleto o rivelatosi, alla prova dei fatti, inadeguato. Se necessario, anche la Costituzione può e deve subire degli aggiornamenti, in nome di uno sviluppo in senso positivo della convivenza civile.

Questi mutamenti periodici sono le riforme, di cui si parla incessantemente negli ultimi mesi nell’attesa, spasmodica, che il governo attualmente in carica dimostri di essere in grado di vararle, dopo decenni di immobilismo senza eguali nel panorama del mondo occidentale. Le discussioni accese e approfondite su queste tematiche sono non solo legittime ma salutari, vitali per l’evoluzione democratica di una nazione.

Ciò che trovo, invece, decisamente fuori luogo è il fatto che, pur di perseguire obiettivi del tutto personali, si insista a procedere per strizzatine d’occhio e ammiccamenti populisti, come se non esistesse un sistema nel quale tutti abbiamo un ruolo e al quale nessuno, dico nessuno, possiede credenziali tali da potersi definire estraneo.

A meno che qualcuno non sia in grado di proporre una forma di Stato talmente nuova e rivoluzionaria da rappresentare un’alternativa seria allo sviluppo in senso migliorativo di quella attuale.
Ma, sinceramente, non vedo nuovi Karl Marx o nuovi Benedetto Croce, o pensatori lontanamente vicini a tale caratura, in giro.      

 

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