martedì, Maggio 18

Il padre di Tito racconta field_506ffbaa4a8d4

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Venerdì 14 agosto, al termine della visita protetta con suo figlio Tito, Alessandro Del Grande rientra a casa e ha un desiderio. Vuole raccontare cosa sia, per davvero, una visita protetta tra un bimbo e un papà che si amano. E si mette a scrivere…

«Stamani la seconda visita protetta. Tralascio la descrizione di come stia mio figlio, perché soffre e al momento non ho la forza di raccontarlo. Voglio dare un breve spaccato di che cosa sia una visita protetta per i non avvezzi, invitando chi voglia a contribuire. Cinque ore chiusi in una stanza di trenta metri quadri, scatole e scaffali pieni di giochi (di recupero…), due persone che ci guardano e ascoltano di continuo, due volte alla settimana. Un bacio, un abbraccio o una parola dolce non hanno intimità. Ogni cosa che dico a mio figlio è suscettibile di interruzione, capita che mi parlino sopra e mi impediscano di trasmettere un pensiero. Mio figlio riceve sempre e comunque il messaggio di un padre castrato, quando lui vorrebbe e avrebbe anche diritto a vedere il suo eroe… Fuori c’è casa nostra, i giochi, il mare, i giardini, i ristoranti, le gelaterie, gli amici e le abitudini che non ci possiamo più permettere di frequentare. Non ci sono alimenti, solo acqua. Per una visita come quella di stamani, dalle 8:30 alle 13:30, la madre ha fornito una bustina con qualche tarallo e qualche galletta di riso, una bottiglietta di acqua e nessun vestito di ricambio. Poi è normale che babbo arrivi con lo zaino e ci pensi lui a merende, giochi e ricambi, ma è singolare che tutte queste brave persone contino sul genitore definito ‘problematico’… Solo un aneddoto, perché vedo che ho già scritto tanto, poi probabilmente ne aggiungerò ancora: oggi ho chiesto come si sarebbe svolto il pranzo per Tito; dopo consulto con una responsabile, l’operatore rispondeva che avrebbe pranzato alle 14:00 a casa della madre. Ho chiesto che provvedesse la struttura ricevendo il rifiuto, ho domandato che fosse chiamata la madre a portare un pasto adeguato per le 12:00; dopo un nuovo consulto è emerso che la madre era stata sentita e non si era resa disponibile. Dopo rimostranze da parte mia, ci hanno accompagnati al bar interno della struttura, scortati come mafiosi, attraverso corridoi gremiti di anziani e di invalidi, in un contesto deprimente e sicuramente inidoneo a un bambino, per pranzare con un pezzo di dolce, un succo di frutta e un gelato confezionato. Per inciso, a mie spese. Andate per favore a vedere sul mio diario cosa cucinavo al mio piccolo Tito, spesso alzandomi alle sei della mattina per potergli offrire cose buonissime. Tutto questo perché? Tito ha 5 anni, può raccontare dove sia stato, che abbia fatto, se il papà lo abbia mai trattato male, spaventato… ma al giudice, non ai servizi o alle ctu… Allora perché ci obbligano a vivere in questo modo? È il bene di un bambino? Non insultate la madre o altri, commentate cercando di dire cosa mi sia dimenticato io, perché si sappia cosa sia una visita protetta».

 

 

Alessandro, ho letto la sua descrizione. Mi ha colpito. Indignato. Ho provato un sentimento di adesione.

La ringrazio.

 

Quanti anni è durato il matrimonio?

Dal maggio 2007 al novembre 2013

 

È stato un grande amore?

Credo di si.

 

E Tito che età aveva al momento della separazione?

Tre anni e tre mesi, al momento della fuga improvvisa.

 

Fuga?

Sì, fuga.

 

Mi spieghi, sua moglie scappò con il bambino?

Ero in ferie quel giorno, mentre aspettavo l’uscita del bimbo davanti al cancello dell’asilo, ricevetti un sms di lei, che diceva più o meno: «Non lo andare a prendere, non c’è.»

 

Avevate litigato la notte prima?

No.

 

E lei come ha reagito? Cosa ha fatto?

Ho chiamato Katia, nessuna risposta. Ho provato ancora per qualche minuto, niente. Allora mi sono recato alla più vicina stazione dei carabinieri per esporre fatti. E per chiedere aiuto.

 

La aiutarono?

Mi ricevette il maresciallo Francesco Lopez. Mi disse testualmente che «un filo si era spezzato» e che al massimo poteva domandare informalmente a Katia se fosse disposta a farmi vedere il figlio…

 

Ma è pazzesco quel che mi sta dicendo!

Fu quel che il maresciallo mi disse.

 

Domandare informalmente?!?!? In una stazione dei carabinieri?!?!

Né più né meno. E se non erro, il maresciallo mi richiamò qualche ora dopo per riferirmi del rifiuto della madre. Null’altro.

 

Un atteggiamento incommentabile… Che tra l’altro rivela un inganno… O no?

Col senno di poi concordo, non fu un atteggiamento adatto a un esponente delle Forze dell’Ordine… Quel 5 novembre 2013 fu una giornata bruttissima.

 

La mia domanda va da sé: codesto Lopez conosceva sua moglie?

Sì, la conosceva.

 

Avrei scommesso mille contro uno.

E avrebbe vinto. Una ventina di giorni dopo scoprii che, più o meno durante i tre mesi precedenti, mia moglie aveva frequentato periodicamente la stazione consegnandovi un certo numero di esposti a mio carico. A volte vi si era recata da sola, altre in compagnia del padre o dello zio, quest’ultimo carabiniere anch’egli.

 

E questi esposti non le erano mai stati notificati o riferiti ufficialmente?

Solo uno. Era un esposto-diffida del 10 ottobre 2013. Due giorni dopo venni chiamato dal capitano Gallù che, in presenza al maresciallo Lopez, mi intimò di cessare presunti comportamenti ingiuriosi e minacciosi verso mia moglie.

 

In che modo Katia si sentiva ingiuriata o minacciata?

Era tutta una falsa rappresentazione. Con mia moglie non vi erano attriti nel quotidiano. Certo, accadeva che a sera, dopo che Tito si era addormentato, lei si lasciava andare a provocazioni improvvise e illogiche. A mia volta replicavo che nelle sue parole coglievo un tenore esclusivamente provocatorio e che così continuando tutti e tre ci avremmo rimesso. Le nostre vite… Capitava pure che mi arrabbiassi, che scoppiassi a piangere, che le offrissi il mio aiuto per evitare la sfascio della nostra famiglia. Le dicevo che non volevo separarmi ma che se era il suo desiderio l’avrei accontentata senza battagliare. I temi delle sue affermazioni vertevano su “io ti rovino”, “io ti distruggo”, “io distruggo questa famiglia”,  “domani vado dall’avvocato e ti mando la lettera”… Erano come risposte a ostilità che nemmeno manifestavo, come se dovessi pagare per qualcosa che avevo fatto ma non era così, recitava. La richiamavo al bene della famiglia e di suo figlio… Pochi giorni prima di scomparire, lei mi rispose “Te ti meriti una donna che ti voglia bene, ma quella non sono io”. Le proposi un abbraccio, acconsentì, piangemmo insieme. Questo abbraccio e pianto lo ripetemmo di lì a poco nel letto.

 

Ma la cosa che mi appare gravissima è che in una stazione dei carabinieri non sia valutata seriamente la veridicità di accuse gravi a fronte della sottrazione di un minore al suo legittimo padre. Ovvero, hanno abbandonato il padre in un deserto.

È stato fatto molto di più. È stato relazionato di mie affermazioni non vere, addirittura di una pratica di percosse poi smentita, l’anno successivo, da Katia stessa nel corso di un interrogatorio fonoregistrato dal pm. Sono reati gravi, che si uniscono a molti altri, documentati inutilmente da molti mesi presso la Procura di Livorno.

 

Questo maresciallo Lopez è ancora al suo posto?

So che è stato trasferito ma non so e non posso dire se a seguito delle mie querele.

 

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