sabato, Settembre 25

Il nuovo Vietnam avanza Tra luci e ombre il Paese cresce: grandi chances per l’Italia ma bisogna ancora saperle cogliere

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Bangkok – Proprio lo scorso anno, il 2013, si sono svolte diverse celebrazioni, soprattutto a Torino e Venezia, oltre che nella Capitale, in occasione del Quarantennale delle Relazioni Diplomatiche tra Italia e Vietnam. Ma finora è mancata una certa continuità nelle relazioni tra i due Paesi, una continuità che avrebbe meglio giovato all’Italia se si fosse presa più piena coscienza del Vietnam moderno e contemporaneo, apertamente votato allo sviluppo, tanto che già oggi è possibile considerarlo un hub economico di grande rilievo in tutto lo scacchiere geopolitico e commerciale asiatico a livello continentale e non solo nel più ristretto ambito Sud Est asiatico.

Il Vietnam contemporaneo è un cantiere in forte fermento. Mentre nei grandi agglomerati urbani come ad Ho Chi Minh City ed Hanoi si affastellano le cosiddette “case matita”, appartamenti costituiti da tre stanze sovrapposte, giusto un piano terra per il cucinotto e per parcheggiare la bici, una camera da letto al primo piano, un bagno ed un soffitto al terzo tutto per dormire e tornare al lavoro, tutt’intorno la Nazione sembra varcare un enorme “stargate” temporale dove si sta progressivamente abbandonando la vetusta cartolina mentale del Vietnam che ancor oggi “gira” nei contesti culturali arretrati. Il Vietnam contemporaneo, infatti, è molto oltre quelle immagini sbiadite, è un Paese che corre ed ha voglia di “modernizzarsi” anche a tappe forzate, se necessario.

L’ingombrante vicino “Cina” da lungo tempo ormai appalta forza lavoro vietnamita, per rapporti commerciali inveterati e che prescindono dai più recenti e velenosi contrasti a proposito delle questioni territoriali con corredo di manifestazioni anche violente anti-cinesi svoltesi nel mese di Giugno e per le quali oggi ci si sta più diplomaticamente e realisticamente accordando, visti i grandi interessi in essere tra le due Nazioni asiatiche. Ma il fattore vincente che il Vietnam può porre sul piatto della bilancia è il costo-lavoro, ancora estremamente vantaggioso, al punto tale che risulta essere meno oneroso di quello cinese. E’ chiaro che –a questi livelli- per i Paesi Occidentali compresa l’Italia è praticamente impossibile competere così al ribasso. Le Autorità vietnamite, in primis il Ministero per l’Economia e quello per gli Affari Esteri, hanno più volte apertamente invitato il Governo italiano (nonostante la girandola di Premier che volta per volta rappresentava l’Italia) ad affacciarsi con maggiore incisività sul mercato vietnamita. La risposta italiana non è stata tra le più pronte così che la rappresentanza vietnamita ha preferito muoversi in prima persona per spiegare quale sia il Vietnam attuale e quali forme convenienti si prospettano al giorno d’oggi per le Nazioni Occidentali che vogliano investire nel Vietnam, come è accaduto nel 2012. Si tratta di aspetti che hanno ben compreso i francesi per ascendenze coloniali antiche, hanno ben compreso i tedeschi il cui export nel comparto meccanico e dell’industria pesante riscuote grande successo e così come lo hanno capito anche altre Nazioni europee che finora hanno preferito muoversi singolarmente (come hanno fatto Olanda e Belgio) visto che l’Unione Europea da questo punto di vista ragiona ancora poco come “Unione” e si muove spesso solo come “cartello” economico.

Il Vietnam, poi, ha un’altra freccia importante nella propria faretra delle chances a sua disposizione, i dazi doganali particolarmente vantaggiosi per chi voglia esportare in Vietnam e da lì in tutta l’Asia. Diversamente da quanto sta da tempo facendo la Thailandia, dove si adotta una politica economica protezionistica, con alti dazi doganali in difesa dei propri prodotti e della propria economia, il Vietnam preferisce mantenere un basso livello di imposizione sulla merce lì esportata. Così, molta imprenditoria occidentale, compresa quella italiana, preferisce esportare in Vietnam ed una quota parte ampia del prodotto ivi esportato viene poi trasportata via terra. Si potrà usufruire di accordi economici bilaterali per i quali i dazi doganali dei Paesi viciniori sono diversamente regolati nelle relazioni con il Vietnam. Ovviamente, in previsione della unificazione del mercato economico ASEAN, questo diverso atteggiamento di Paesi protezionistici (come la Thailandia) e Paesi più “liberisti” (come il Vietnam) sarà bilanciato in modo più articolato e complesso.

L’Italia ha colto i consigli vietnamiti con più chiara spigliatezza solo nel mese di Giugno scorso, quando il Premier in carica, Matteo Renzi, ha fatto visita in Vietnam (e in Cina): è stato così il primo Premier italiano a far visita al Vietnam dal lontano 1973. Il che la dice lunga su quanto ritardo l’Italia abbia accumulato nei confronti della coscientizzazione della velocizzazione del processo di crescita del Vietnam stesso. Tra i temi che hanno sospinto il Premier italiano in carica, il successo elettorale alle Europee in quel momento appena colto, l’Expo di Milano 2015, la volontà di interloquire contemporaneamente sia con la Cina sia con il Vietnam in quel periodo in contrasto particolarmente acceso e far valere l’incipiente ruolo di Presidente di turno del Consiglio Europeo. Piaggio e Merloni sono due tra i Marchi italiani noti in tutto il Mondo che oggi sono ad alta operatività in Vietnam per i motivi di cui sopra.

Il Vietnam odierno e la sua velocità nella modernizzazione. Proprio in questi giorni sono stati emessi i dati relativi al tasso di famiglie che vivono sotto il limite della povertà in Vietnam che si ritiene possa restare al di sotto del 5 per cento anche nel 2015 e possa anche discendere di circa un punto e mezzo percentuale su base annua fino al 2020. Intervenendo con un suo discorso sulla riduzione della povertà nelle regioni meridionali del Paese, il Presidente onorevole dell’Assemblea Nazionale, Do Manh Hung, ha affermato che il tasso di povertà in quei Distretti potrebbe scendere anche del 30 per cento e la ricaduta del tasso di povertà potrebbe anch’essa discendere ulteriormente. Il Vietnam ha condotto sforzi drastici nella riduzione della povertà durante i decenni trascorsi, come ha sottolineato lo stesso Do Manh Hung durante il suo intervento. Nelle sue parole si è descritto come la povertà sia discesa fino al 9.45 per cento nel 2010 dal 22 per cento nel 2005.

Nel 2005 vi erano sei regioni con un tasso di povertà di più del 20 per cento e nel 2010, ve n’erano quattro. L’anno seguente, le regioni del Nord Est e del Nord Ovest hanno registrato un tasso di povertà del 20 per cento. L’Assistenza basata sul fornire posti di lavoro e servizi di salute pubblica sono stati parte attiva nella riduzione della povertà e degli scopi connessi con tale tema. Tra il 2006 ed il 2010, più di 150.000 lavoratori hanno ricevuto corsi liberi e gratuiti di addestramento professionale ed il 60 per cento di essi è stato poi messo in grado di trovare un lavoro o diventare esso stesso un imprenditore in proprio.

Tra il 2010 ed il 2012, un novero aggiuntivo di 1.1 milioni di lavoratori sono stati inseriti in corsi di addestramento vocazionali. In quel numero, l’11 per cento erano soggetti che vivevano sotto la soglia di povertà ed il 5 per cento era composto da soggetti vicini alla soglia di povertà. Secondo un documento emesso dal Ministero del Lavoro, Invalidità e Affari Sociali, 468 centri di addestramento vocazionale sono stati edificati in 51 Provincie, lì dove vivono molte minoranze etniche locali.

L’addestramento ed i Corsi vocazionali, o di approfondimento e miglioramento professionale per singoli settori lavorativi, sono fortemente richiesti, in tempi recenti in Vietnam, come peraltro ha sottolineato lo stesso Duong Duc Lan, a Capo dell’Amministrazione del Training Vocazionale presso il Ministero del Lavoro, dell’Invalidità e degli Affari Sociali. Da più parti, infatti, soprattutto nel mondo dell’imprenditoria si necessita sempre più di figure professionali più avanzate poiché il mercato del lavoro vietnamita s’è anch’esso adattato alle rinnovate richieste che giungono dal Mondo delle multinazionali e degli investitori stranieri che finora sostengono e finanziano il Vietnam e molte sue diverse società locali. Come ha ben fatto notare dialogando con i media locali lo stesso Duong Duc Can, in competizioni relative alle abilità professionali in ambito ASEAN, il Vietnam ha raggiunto la prima posizione in due casi ed è sempre stato un Paese tra i top leader in quanto a competitività in termini di preparazione professionale e livello di specializzazione. A fronte di tutto questo, però, la produttività del lavoro nella Nazione è tra i più bassi in tutta l’area della regione Asia-Pacifico, secondo una recente ricerca condotta dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro ILO.

Nel 2013, la media della produttività lavorativa vietnamita è stata 1/15 rispetto a quella di Singapore, 1/5 rispetto alla Malaysia e 2/5 rispetto alla Thailandia. La Organizzazione Internazionale del Lavoro ha segnalato anche che i tassi di produttività non necessariamente riflettono la diligenza e l’abilità dei lavoratori. Phan Cong Minh, direttore area manager di Vit Hung JSC nel Distretto 12 di Ho Chi Minh City, ha affermato che la sua società ha assunto almeno 2.500 lavoratori, molti dei quali sono contadini senza aver avuto un precedente corso di addestramento specifico. Da tutto ciò è risultato che molti hanno espresso desiderio di smettere col lavoro in ambito agricolo se solo si fosse offerto loro un livello di retribuzione migliore. Questo ha avuto evidenti effetti su tutta la catena di produzione della società. Minh quindi sottolinea la sua esperienza per annotare che la forza lavoro ha bisogno di essere addestrata e specializzata in ogni singola sezione del mondo del lavoro, per apprendere la disciplina del mondo del lavoro e apprendere anche le migliori specializzazioni professionali che possano essere utili per implementare il livello professionale e quindi produttivo dell’intero Paese.

Attualmente l’economia vietnamita sta sfidando tre grandi questioni: la bassa crescita del credito, la bassa capacità di recuperare debiti insoluti e la loro stabilizzazione e il livello non ancora migliorato della produzione. Presso gli esperti del settore ma anche in ambito ministeriale, si afferma che il credito è cresciuto dal 3.15 per cento a Luglio fino al 4.08 per cento ad Agosto e del 6.62 per cento a Settembre 2014 ma il capitale non è stato efficacemente immesso nell’economia nazionale. Tutto questo evidentemente non ha sostenuto una crescita che sarebbe stata più robusta in differenti condizioni. Allo stesso tempo, la performance delle banche nel rilasciare prestiti e finanziamenti non è cresciuta proprio a causa del basso livello del credito e del basso potere di stabilizzazione dei debiti insoluti e non ancora recuperati.

 

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