domenica, Settembre 19

Il nuovo splendore della chiesa dei Barberini field_506ffb1d3dbe2

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Chiesa di Santa Maria Immacolata dei Cappuccini__Roma

Dopo quasi due anni di restauri (i lavori erano iniziati a marzo 2012), costati due milioni di euro, fortemente voluti dalla Direzione Regionale per i Beni Culturali del Lazio guidata da Federica Galloni e dalla Soprintendenza per il Polo Museale Romano, diretta da Daniela Porro, in sinergia con il Fondo Edifici di Culto e grazie agli stanziamenti del progetto Roma Capitale, a Roma torna a splendere la chiesa di Santa Maria Immacolata dei Cappuccini a Via Veneto.

Si è trattato di un restauro quasi globale: dallo splendido Crocifisso ligneo del Cinquecento, che la tradizione cappuccina attribuisce al disegno di Michelangelo, all’altare maggiore, realizzato con i marmi dismessi dalla fabbrica di San Pietro, fino al pavimento con le lapidi dei frati, a tutti gli affreschi, gli argenti e i 29 dipinti su tela e tavola conservati nell’edificio, conosciuto oggi come ‘Chiesa dei Romani’. Grazie al finanziamento del Fondo Edifici di Culto è stato restaurato anche il portone ligneo e il rilievo in marmo sulle scalinate d’ingresso.

La chiesa è considerata una galleria di capolavori della pittura a Roma della prima metà del Seicento: tra gli altri sono presenti dipinti di Guido Reni, di Pietro da Cortona che lavora insieme con il suo maestro Baccio Ciarpi e di Andrea Sacchi. Venne eretta dal cardinale Antonio Barberini, fratello del papa Urbano VIII e protettore dei Cappuccini, nel 1626-30, su progetto di Antonio Felice Casoni, e a seguito dell’apertura di via Veneto ha perduto il suo carattere suburbano. Una moderna scalinata a doppia rampa fa accedere alla modestissima facciata, che nel 1925-26 è stata arricchita col parziale rivestimento di travertino e l’apertura del finestrone.

L’interno si presenta a navata unica, con cinque cappelle intercomunicanti per lato, chiusa da un presbiterio con profondo coro. Alzando gli occhi alla volta vediamo l’‘Assunta’ del pittore neoclassico Liborio Coccetti (1796), mentre nella prima cappella di destra troviamo il San Michele arcangelo’ di Guido Reni, datato al 1635, già fatto oggetto di restauro in passato. Sulla parete sinistra della stessa cappella vi è il ‘Cristo deriso’ di Gherardo Delle Notti. Nella seconda di destra è da notare sulla parete sinistra la ‘Natività’ di Giovanni Lanfranco del 1632. Nella terza cappella di destra abbiamo il ‘San Francesco sorretto dall’angelo dopo le stimmate’ e la ‘Morte del Santo’ di Domenichino, che hanno invece richiesto un intervento conservativo più laborioso, in quanto rimaneggiate sul supporto originario per essere adattate alle esigenze della chiesa. Nella quarta cappella di destra si trova l’‘Orazione nell’orto’ di Baccio Ciarpi del 1632, mentre nella quinta vi è il ‘Sant’Antonio’ di Andrea Sacchi datato al 1635, che oggi appare ripulito dal sudiciume che lo ricopriva, come anche l’‘Apparizione della Vergine a San Bonaventura’ del medesimo pittore. Nella terza cappella a sinistra riscoperta di questo intervento conservativo è il ‘San Francesco stigmatizzato’ di Girolamo Muziano, datato al 1570 circa, mentre nella seconda vi è il ‘San Felice da Cantalice’ di Alessandro Turchi (con il sottostante sarcofago del III secolo d.C. che contiene le spoglie del santo). Nella prima cappella a sinistra anche il dipinto di Pietro da CortonaAnania ridà la vista a San Paolo’, datato al 1631, ha subito un intervento conservativo. Davanti all’altare maggiore la tomba del Cardinale Antonio Barberini è una semplice lapide sul pavimento con la famosa iscrizione «Hic iacet pulvis, cinis et nihil» ossia «Qui è deposta polvere, cenere e nient’altro».

La chiesa ha una cripta-ossario particolare, non oggetto di questo restauro, decorata con le ossa di circa 4000 frati, raccolti tra il 1528 e il 1870 dal vecchio cimitero dell’ordine che si trovava nella chiesa di Santa Croce e Bonaventura dei Lucchesi, nei pressi del Quirinale. La singolare scelta di utilizzare quale decoro per la cripta le ossa dei frati defunti rappresenta un modo di esorcizzare la morte e fa parte della convinzione che il corpo non sia il contenitore dell’anima e quindi possa essere riutilizzato anche in tal modo, una volta che lo spirito l’abbia abbandonato.

Giorgio Leone, direttore della Galleria Corsini a Roma, è stato  responsabile dei lunghi lavori di restauro nella chiesa dell’Immacolata dei Cappuccini, realizzati dalle ditte Cbc (Conservazione Beni Culturali) e R.o.m.a. Consorzio – Restauro Opere e Manufatti Artistici.

 

Direttore Leone, quali interventi di restauro si sono effettuati nella chiesa?
Nella chiesa si è svolto un intervento di restauro completo delle pitture murali, delle pale di altare e di tutti gli arredi lignei e marmorei, oltre che degli altri manufatti che sono presenti all’interno. C’è stato praticamente un restauro totale dell’intero edificio, unito naturalmente a una manutenzione di quanto era stato già restaurato di recente.

Quali nuove scoperte e riscoperte nel campo degli studi storico-artistici sono emerse a seguito di questo lungo lavoro?
Più che altro riscoperte, nel senso che con il restauro di alcune tele si è potuta verificare l’autografia di alcune opere, tipo il ‘San Francesco sorretto dall’angelo dopo le stimmate’ del Domenichino, che è un dipinto passato nella critica in secondo piano, ma che in realtà è stato riportato nella sua splendida resa pittorica originale, che appunto ne garantisce l’autografia. È stata poi documentata l’esistenza di una straordinaria scultura in gesso, che è il modello della statua di argento che Giovan Battista Maini realizzò nei primi decenni del Settecento per il re di Portogallo e destinata alla cattedrale di Lisbona, statua d’argento ora distrutta. Sul recupero di questa scultura nei suoi valori originali ci ha aiutato molto Jennifer Montagu, tuttavia molti sono stati gli esperti coinvolti nelle decisioni dei restauri qui condotti, come Evelina Borea, Rossella Vodret, ecc. È curioso il fatto che in questa chiesa si riuniscano opere di Maini e Rusconi, suo maestro, che è tra l’altro sepolto nella cappella di Sant’Antonio da Padova. E poi tante altre cose, come l’altare maggiore che porta la firma di Carlo Fancelli.

Cosa è stato fatto in particolare ai marmi, dismessi dalla fabbrica di San Pietro, dell’altare maggiore della chiesa?
Un restauro conservativo: pulitura delle superfici lapidee, con rispetto delle patine, protettivo finale; in più una mappatura di tutti gli interventi richiesti e del modo come i marmi sono stati assemblati. Sull’altare sono state trovate anche altre iscrizioni riguardanti dei lavori fatti dai frati Cappuccini nell’Ottocento.

Quali tecniche innovative nel campo del restauro sono state utilizzate per coprire 2.000 metri quadrati di superfici pittoriche e murali e 885 di superfici lapidee?
Non sono state usate tecniche innovative speciali, ma è stato svolto un intervento restauro secondo le linee metodologiche della Soprintendenza Speciale e, naturalmente, di conseguenza, dell’Istituto Superiore del Restauro e della Conservazione e del Mibact: verifica dello stato di conservazione, valutazione della coesione dei vari strati materici, a seconda dei diversi materiali da trattare; pulitura delle superfici, consolidamento delle parti a rischio; stuccatura e reintegrazione pittorica. Insomma, un intervento di restauro nella norma, mirato soprattutto al recupero ma anche alla sperimentazione.

E come si è intervenuti sui dipinti di Guido Reni, di Pietro da Cortona, di Domenichino?
Guido Reni non è stato restaurato in questa occasione, perché il restauro della pala era già stato eseguito tempo fa, quindi è stato semplicemente monitorato lo stato di conservazione. Sul Domenichino il restauro ha recuperato le parti originali, in quanto il quadro era stato ingrandito per adeguare la tela all’altare ligneo. Anche per Pietro da Cortona c’è stato solo un intervento di monitoraggio e di manutenzione, dato che la tela era stata restaurata già in passato, come quella di Guido Reni.

Su quali dipinti si è intervenuto di più?
Sul Domenichino, dove si è dovuto risolvere il problema della presentazione estetica dell’ingrandimento della tela. Poi sui quadri di Andrea Sacchi, dove ci si trovava in presenza di uno spesso strato di sudicio che nascondeva la qualità formale dei dipinti. Il ‘San Francesco’ del Muziano è una vera riscoperta anche lui. Sulle pitture murali, invece, si è dovuto procedere con molta accortezza, perché si trattava di pitture realizzate a più riprese dalla fine del Settecento agli inizi del Novecento e dunque si è dovuto procedere cercando di non creare squilibri cromatici.

E sul crocifisso ligneo del Cinquecento?
Questo è stato un bellissimo lavoro, in quanto il Crocifisso era stato completamente ridipinto più volte, tanto che sembrava un’opera ottocentesca. In realtà quando è stato restaurato, e sono state levate le ridipinture, si è potuto apprezzare praticamente sia lo stato della scultura in sé, che la superficie pittorica originale di un’opera di tardo Cinquecento.

Concorda con l’attribuzione di questo oggetto al disegno di Michelangelo formulata dai frati dell’Ordine, o pensa che sia solo una leggenda?
Una leggenda legata al fatto che il Crocifisso proviene dalla vecchia chiesa dei Cappuccini, che era situata vicino a Palazzo Colonna, fondata con l’aiuto di Vittoria Colonna, cioè l’attuale chiesa di San Bonaventura dei Lucchesi. Il legame con Vittoria Colonna ha fatto circolare nell’Ordine la voce che il Crocifisso derivasse da un disegno di Michelangelo. La cosa più interessante, invece, è che molto probabilmente questo Crocifisso, nella vecchia chiesa e forse anche in questa all’inizio, era posto sul sarcofago che accoglie le spoglie di San Felice da Cantalice: il primo Santo dei Cappuccini.

Il restauro ha interessato anche la cripta sottostante la chiesa, con 4000 ossa dei frati cappuccini, raccolte tra il 1528 e il 1870 dal vecchio cimitero dell’ordine nei pressi del Quirinale?
Non ci siamo occupati di quella parte dell’edificio, che è stata restaurata anni fa con altri interventi della Soprintendenza Speciale per i Beni Artistici di Roma.

Qual è l’importanza di questa chiesa romana, galleria di capolavori della pittura a Roma negli anni trenta del Seicento?
L’importanza sta in tutta la sua storia, che è difficile rendicontare in brevi parole. Per l’arte sta tutta nelle dieci pale dipinte: si ha un excursus completo ed efficace delle tendenze pittoriche che sussistevano a Roma negli anni trenta del Seicento, soprattutto nella committenza Barberini. La chiesa è stata costruita su volere del Cardinale Antonio Barberini, fratello del papa Urbano VIII ed è chiaro che dietro la commissione di questi dipinti c’è tutta la famiglia Barberini. Nella chiesa ci sono pittori toscani, veri referenti per le pale d’altare, ci sono le novità come appunto Pietro da Cortona che lavora in questa chiesa dove venne chiamato anche il suo maestro Baccio Ciarpi, poi c’è Guido Reni, il massimo rappresentante del Classicismo romano a quel tempo. I quadri di Sacchi costituiscono la testimonianza della corrente del neovenetismo presente a Roma. Insomma, dal Classicismo al Barocco.

Si prevede di fare una nuova pubblicazione sul restauro della chiesa e la sua storia a seguito di questi lavori?
Sì. È prevista sia la pubblicazione, sia una serie di conferenze che dovrebbero partire intorno alla metà di maggio e che riguarderanno, attraverso i risultati dei restauri, studi e problemi sulla pittura romana del Seicento e del Settecento.

 

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