mercoledì, Settembre 22

Il nuovo premier turco: Yildirim alla corte del Sultano

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Come riportato ancora da ‘Reuters’, Yildirim ha messo in chiaro ciò che per lui è prioritario: «La missione più importante a cui attualmente dobbiamo adempiere è di legalizzare lo stato attuale, di porre fine a questa confusione modificando la Costituzione. La nuova Costituzione si baserà su un sistema presidenziale esecutivo» Uguale intento chiarificatore spiega la volontà espressa da Yildirim di pretendere da Bruxelles una risposta chiara in merito all’accordo sui migranti e sull’adesione turca all’Unione Europea. Il braccio destro di Erdogan si attiene alle direttive del suo superiore anche quando si tratta della questione curda, sostenendo l’operazione militare lanciata da Ankara e attualmente impegnata contro gli autonomisti nel Sudest del Paese. L’ex Ministro dei Trasporti si è espresso per il pugno di ferro e ha affermato che la missione contro il PKK (Partiya Karkerên Kurdistanê – Partito Curdo dei Lavoratori), proseguirà fino a quando «quest’organizzazione terroristica [il PKK è fuorilegge e considerato un gruppo terroristico da Ankara, ndr]non avrà posto fine alle sue azioni armate […] e i nostri cittadini saranno al sicuro»

Come prevedibile, Yildirim gode della piena fiducia e dell’incondizionato sostegno del ‘neosultano’ Erdogan. Mustafa Aikol, editorialista per il portale online ‘al-Monitor’, ha sottolineato come Yildirim, a differenza del predecessore Davutoglu, sia un tecnocrate privo di carisma, lavoratore tenace conosciuto per le opere, grandi e contestate, realizzare dal suo dicastero (citiamo il terzo ponte sul Bosforo, terminato il marzo scorso, e il terzo aeroporto di Istanbul), ma certo non abile retore. Il Premier entrante, inoltre, non è esattamente intonso, e in passato è stato coinvolto in almeno un paio di controversie: nel 2004, il deragliamento di un treno ad alta velocità da lui introdotto nonostante le criticità tecniche ravvisate da esperti provocò 41 morti e lo portò quasi alle dimissioni, mentre nel 2013 le accuse a suo carico per il coinvolgimento in una ‘Tangentopoli turca‘ sono state più o meno forzosamente chiuse.

La strada verso l’autocrazia, quindi, appare in discesa per Erdogan, ora che il fedelissimo Primo Ministro, il Partito (per l’aggettivo ‘unico’ potrebbe solo essere questione di tempo) e, in ultima analisi, lo Stato sembrano essersi fusi nella figura del primo Presidente della Repubblica eletto direttamente dai Turchi con le elezioni del 2014. Questo disegno di centralizzazione del potere ha assunto nel tempo diverse forme, tutte indirizzate a neutralizzare qualsivoglia avversario: dalla lotta all’ultimo sangue contro i separatisti curdi alla censura (di YouTube e vari social network negli scorsi anni, recentemente dell’agenzia ‘Cihan News’ e del giornale ‘Zaman’, affiliati al religioso musulmano Fethullah Gülen, residente in Usa, figura religiosa ed ex alleato politico di Erdogan), dall’arresto di giornalisti a leggi liberticide come quella antiterrorismo, il cui raggio d’applicazione potenzialmente illimitato ha spinto l’Unione Europea a esigerne una modifica come condizione all’abolizione dei visti Schengen per i cittadini turchi. Manco a dirlo, Ankara si è rifiutata.

Ultimo provvedimento indirizzato alla neutralizzazione degli oppositori è la recente sospensione dell’immunità ai parlamentari dell’HDP (Halkların Demokratik Partisi-Partito Democratico del Popolo) sotto inchiesta. Avendo ottenuto più di 2/3 dei voti in seno al Parlamento turco, quest’emendamento costituzionale non necessita di referendum popolare e permetterebbe l’arresto di 138 parlamentari con l’accusa di terrorismo per sostegno al PKK; tra questi, il leader dell’HDP, Selahattin Demirtas, oggetto di 75 inchieste. Un altro volano della politica di Erdogan è la reislamizzazione della Repubblica Turca, che di kemalista ormai ha poco. Il secolarismo (‘laiklik’ in Turco) promosso dal fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk, è stato inserito nella legge fondamentale dello Stato nel 1937 è ribadito nelle successive Costituzioni del 1961 e del 1982, quest’ultima partorita dalla giunta militare salita al potere nel 1980. La Costituzione del 1982, ancora in vigore, è ben lungi, tuttavia, dall’essere neutrale sul piano religioso, indicando le festività musulmane come feste nazionali e promuovendo l’insegnamento dell’Islam sunnita nella scuola pubblica.

Come riportato dall’analista Halil Karaveli per il sito Your Middle East, Ismail Kahraman, Presidente della Grande Assemblea Nazionale Turca e deputato dell’AKP, ha recentemente dichiarato che una futura Costituzione dovrebbe qualificarsi come religiosa e abolire l’attuale riferimento al secolarismo, sostituendolo con uno a Dio. Sempre Karaveli dà a questa foga islamizzatrice un’interpretazione di sano pragmatismo. Piuttosto che un’improvvisa ventata di fede, l’islamizzazione promossa da Erdogan e dai suoi uomini ha solide radici nello sviluppo del sistema capitalista: così come durante la Guerra Fredda il capitalismo faceva leva sul conservatorismo religioso per disarmare la sinistra e i sindacati, oggi la globalizzazione liberale cerca ancora il medesimo sostegno.
In definitiva, quindi, sembra solo trattarsi di tempo prima che il neottomano Erdogan possa realizzare i suoi sogni di grandezza. Intanto, Binali Yildirim sta preparando le poltrone per lo spettacolo preconizzato da Markar Asayan, un editorialista del quotidiano filogovernativo ‘Aksam‘ ripreso dal ‘New York Times‘: «Mettiamoci comodi e rivolgiamo lo sguardo al capo. Non siamo forse una gigantesca orchestra che osserva gli occhi del direttore? Può forse essere altrimenti?».

 

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