martedì, Giugno 15

Il nuovo miracolo sul fiume Han

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Jeonju, South Korea

Per favore, non chiamatelo ‘emergente’. Così direbbero analisti ed esperti a proposito del mercato della Corea del Sud, un Paese tecnologicamente e politicamente considerato ormai ‘maturo’, con un’economia pienamente sviluppata. La ‘Tigre asiatica’ (appellativo che condivide a pieno titolo con Taiwan, Singapore e Hong Kong) può infatti vantare un grado di fiducia da parte degli investitori internazionali fra i più alti all’interno del grande (e instabile) mercato asiatico.

All’interno delDossier Corea del Sud – L’impresa verso i mercati internazionali, a cura del Ministero dello Sviluppo Economico (redatto in occasione della missione economica italiana in Corea del Sud, svoltasi nel novembre del 2011), è riportato che «l’indice di Rischio Paese SACE (Istituto per i Servizi Assicurativi del Commercio Estero) della Corea del Sud a marzo 2011 corrisponde a un valore L3 (rischio basso) e in prospettiva futura si configura come ‘stabile’. Anche l’OCSE considera la Corea un paese poco rischioso, tanto che le attribuisce il grado di rischiosità minimo 0 (scala crescente da 0 a 7). Tra le principali agenzie di rating, il paese viene classificato nella categoria A (Standard&Poor: A; Moody’s: A1; Fitch IBCA: A+)».

Le previsioni per il ritmo di crescita del Pil sudcoreano, secondo la banca centrale, promettono un ottimistico rialzo al 3,8% per il 2014; rispetto al 2,8% del 2013 e al 2% dell’anno ancora precedente, del tutto «in linea con le attese», come commenta un articolo de ‘Il Sole 24 Ore’ dello scorso gennaio. Un trend che si accompagna a segnali di rafforzamento e accelerazione nel settore dell’export (dopo il significativo calo registratosi nel 2013) e al forte impulso nel campo della ricerca e dell’innovazione, in particolare nell’ambito delle infrastrutture per le telecomunicazioni.

Ma non chiamatelo nemmeno ‘Eldorado’, direbbero nuovamente analisti ed esperti. Non mancano infatti alcune ‘zone d’ombra’ che rischiano di frenare l’entusiasmo degli investitori stranieri nei confronti del ‘miracolo’ sudcoreano.

La Repubblica di Corea deve far fronte a una serie di problematiche, di natura tanto economica quanto sociale e geopolitica. Essa deve innanzitutto scontrarsi con la competitività degli scomodi ‘cugini’ nipponici e dei vicini cinesi; la persistente corruzione dovuta alla collusione tra il potere politico e i grandi conglomerati finanziario-industriali; il sempre crescente divario nei redditi pro-capite, che rischia di avere un impatto negativo su quella coesione sociale che ha da sempre rappresentato il vero motore dello sviluppo economico del Paese; il fenomeno della disoccupazione (specialmente giovanile) e carenza di manodopera specializzata; l’instabilità e le sempre più frequenti tensioni nei rapporti con il vicino nordcoreano e, per finire, l’eccessiva dipendenza da un numero ridotto di grandi marchi che trainano l’economia del Paese.

La più grande forza della quarta economia asiatica rappresenta infatti, allo stesso tempo, anche il suo maggior fattore di rischio, come ammesso dallo stesso ‘Dong-a Ilbo’, quotidiano nazionale sudcoreano.

Da molti definita come la Repubblica delle ‘chaebol’ (termine che sta a indicare dei conglomerati industriali su base familiare), la Corea del Sud deve la sua invidiabile posizione all’intero del mercato mondiale, soprattutto nel settore automobilistico e in quello della telefonia mobile, a poche grandi firme, che da sole sembrano dover sorreggere i destini (e il Pil) dell’intero Paese. Grandi chaebol come Hyundai e Samsung, possono essere considerate come il vero e proprio pilastro dell’intera economia sudcoreana, in quanto da sole contribuiscono per circa il 35% del prodotto interno lordo nazionale. Questo sistema impedisce sostanzialmente la nascita di nuove realtà imprenditoriali (e quindi di nuovi sbocchi lavorativi) e penalizza le piccole-medie imprese. Senza contare il fatto che un qualsiasi eventuale scossone ad uno di questi ‘pilastri’ si ripercuoterebbe sull’intero Paese.

Simbolo del ‘riscatto’ di una Corea del Sud uscita trionfalmente dalla gravissima crisi del 1997-1998, i chaebol, colossi industriali di bandiera come Samsung, LG e Hyundai, che avevano sfiorato il fallimento, furono protagonisti della rapida ripresa del Paese. Un ennesimo esempio di quel ‘miracolo sul fiume Han’ (dal fiume che attraversa Seoul), espressione usata in riferimento alla sorprendente crescita economica orientata all’export che Seoul (e di riflesso il Paese intero) sperimentò nel periodo compreso tra gli anni ’60 e la fine degli anni ’90. Questo miracolo economico fu realizzato principalmente grazie all’efficace combinazione tra una profonda coesione nazionale, sostenuta da un marcato nazionalismo, e il forte sostegno dello Stato nei confronti delle chaebol, attraverso un piano di sussidi e prestiti a basso tasso d’interesse.

Uscita devastata dalla Guerra di Corea, terminata nel 1953, e dalla conseguente lacerazione geografica e politica che ne conseguì, la Corea del Sud conobbe, nel corso dei diciotto anni di regime militare del generale Park Chung-hee (che conquistò il potere nel 1961 attraverso un colpo di Stato), un periodo di grande sviluppo e benessere economico, seppure a discapito dei diritti umani e delle libertà individuali dei cittadini. Il Governo così instaurato creò un sodalizio con le grandi famiglie sudcoreane che detenevano allora il controllo dell’industria nazionale, consentendogli di divenire in poco tempo quei grandi gruppi industriali a conduzione familiare di stampo gerarchico, conosciuti appunto come chaebol, il cui sviluppo fu ampiamente favorito dalle politiche protezionistiche ed ‘export-oriented’ promosse dal generale Park.

Il connubio tra il potere politico e le chaebol, che avevano – ed hanno tutt’ora – il monopolio su interi e significativi settori dell’industria (in particolare quella automobilistica e dell’elettronica di consumo), portò in breve al consolidamento e a una conseguente espansione dell’economia nazionale al di fuori dei confini del Paese; processo che condusse a sua volta verso una più pressante richiesta, da parte della popolazione, di una maggiore libertà e democrazia. Con la fine della dittatura militare di Park Chung-hee (assassinato nel 1979) e con le prime libere elezioni tenutesi nel 1987, la Corea del Sud diede inizio alla sfida per portare avanti la democratizzazione dei suoi processi politici. Ma lo strapotere delle chaebol, non di rado protagoniste di episodi di corruzione, persiste ancora oggi endemicamente all’interno della sfera economica del Paese, impedendo di fatto alle nuove realtà imprenditoriali di emergere.

A raccogliere la difficile eredità dei leader che l’hanno preceduta, è adesso il Presidente Park Geun-hye, figlia del controverso dittatore, in carica dal 25 febbraio dello scorso anno. L’elezione a Presidente di un personaggio come la Park, con tutto ciò che la sua storia familiare può evocare nelle coscienze dei cittadini sudcoreani, è certamente sintomo di una richiesta diffusa, da parte della popolazione, di una rinnovata stabilità economica e di una maggiore coesione sociale, pur nel mantenimento di quei valori democratici fondamentali conquistati con gran fatica.

Le sfide maggiori che dovrà affrontare la Presidente Park riguarderanno principalmente l’ambito delle riforme economiche sociali. Preoccupante, in tal senso, la diffusa disoccupazione all’interno della fascia giovanile (di contro all’alto numero di laureati); il forte calo della natalità (tra i valori più bassi dei Paesi dell’OCSE) e l’invecchiamento della popolazione; la disparità dei redditi e quella di genere all’interno del mercato del lavoro.

Nel suo discorso di insediamento, la nuova Presidente conservatrice ha sottolineato i punti prioritari del suo Governo, ossia progresso economico, felicità per i cittadini e grande impulso alla cultura. La Park ha sostenuto il suo impegno nel favorire lo sviluppo di «un’economia creativa», in cui venga valorizzato il lato umano e la creazione di «nuovi lavori e nuovi mercati». A tal proposito, la Presidente Park non ha mancato di sottolineare con orgoglio il contributo fondamentale che la diffusione dei prodotti culturali sudcoreani (che attraverso il fenomeno della ‘Korean Wave’ hanno invaso gran parte del mercato asiatico e parte di quello occidentale), hanno avuto nello sviluppo dell’economia del Paese. Il richiamo a un’economia nazionale forte e di stampo «creativo», accompagnato dall’affermazione secondo cui «nel XXI secolo la cultura è potere», fa pensare a un progetto di riforme e crescita economica supportato da un ‘soft power’ di tipo culturale.

Il piano di riforme lanciato dall’amministrazione Park non andrà forse a intaccare direttamente i fondamenti monopolistici delle grandi compagnie chaebol; ma la sfida della promessa di un ‘nuovo miracolo sul fiume Han’ dovrà certamente giocarsi nel difficile equilibrio tra desiderio di stabilità e necessità di rinnovamento, tra esigenza di una maggiore apertura al mercato globale e una volontà ancora diffusa, in determinate frange del mercato sudcoreano, di mantenere un profilo protezionistico nei confronti degli investitori stranieri.

 

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