domenica, Ottobre 17

Il nuovo asse Ungheria – Polonia

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La visita a Budapest del ministro degli esteri polacco Waszczykowski, mercoledì scorso, è stata per metà un completo successo. Ha avuto luogo sullo sfondo di uno stato di spirito che i due Paesi condividono e che l’ospite ungherese, il ministro Szijjártó nella conferenza stampa congiunta ha evocato in maniera efficace ricordando che «contro la Polonia è oggi in atto un’inaccettabile campagna denigratoria simile a quella che è stata a suo tempo lanciata contro di noi». In effetti, da anni il governo ungherese guidato da Orbán deve sostenere le accuse preventive, mosse anche da personalità che si trovano in alte posizioni istituzionali nell’Unione Europea e da media di grande diffusione, di volere instaurare un regime liberticida e dispotico. Queste accuse trovano ancora circolazione a dispetto di fatti concreti (così ad esempio nelle elezioni suppletive tenutesi nella scorsa primavera, il partito di Orbán ha democraticamente perso la comoda maggioranza dei due terzi di cui disponeva in Parlamento dal 2015). Con simili accuse preventive deve adesso confrontarsi anche il governo polacco, essendo costituito, come si sa, da partiti di destra. Non cambierà molto le cose l’auspicio espresso da Waszczykowski che «in luogo di polemiche su problemi inesistenti condotte con toni isterici, l’Unione Europea si concentri su problemi reali».

Il fatto di essere bersaglio dello stesso trattamento da parte di influenti circoli di Bruxelles e dei maggiori media dell’Europa occidentale ha avvicinato le diplomazie dei due Paesi che hanno comunque anche molti concreti interessi in comune. Che infatti, per bocca dei rispettivi ministri degli esteri, hanno confermato di volere proseguire nello loro sforzo per la creazione un blocco di paesi mitteleuropei, incentrato sui Quattro di Visegrád (Repubblica ceca e Slovacchia, oltre a Ungheria e Polonia) capace di arrivare a disegnare ad un’Unione Europea più leggera ma più efficace. Il che significa un’Unione che non fa concorrenza ai Parlamenti nazionali ma solo li armonizza, e solo sui campi in cui è ragionevole che lo faccia. Andare oltre non può che esserle controproducente, come è dimostrato, ad esempio, con la creazione di una rete di Ambasciate dell’UE e del relativo servizio diplomatico, rivelatasi ben poco utile.

Comune fra Varsavia e Budapest è anche la posizione sul problema che i due Paesi giudicano come il più grave e urgente, ovvero quello dell’immigrazione extra-europea. Contrariamente all’idea fino a qualche tempo fa abbastanza diffusa e oggi sostenuta solo dal governo di Berlino, ungheresi e polacchi non ritengono che l’immigrazione sia inevitabile e inarrestabile e che quindi occorra concentrarsi solo sulle misure dell’accoglienza. A loro giudizio è possibile, a partire almeno dalla frontiera macedone bloccare il flusso di immigrati, di cui solo una parte sarebbe composta da profughi, che da otto mesi in maniera sostanzialmente incontrollata raggiunge l’Europa centrale. All’ultimo vertice di Visegrád, tenutosi il 19 gennaio a Praga, sono stati invitati anche Slovenia, Serbia e Macedonia per individuare soluzioni pratiche a livello regionale. Nell’agenda di Visegrád il problema ‘dell’immigrazione illegale’ è sempre accompagnato dalla specificazione ‘e della lotta al terrorismo’. Due temi che a Bruxelles, nonostante gli avvenimenti parigini, si ha cura di tenere ben distinti.

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