sabato, Maggio 15

Il nodo gordiano dei salari field_506ffb1d3dbe2

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Protesters carry a banner printed with the new Taiwan dollar currency during the May Day rally in Taipei

Che i frutti del capitalismo vengano condivisi equamente tra chi li ha seminati e chi li ha raccolti. E’ il nocciolo del discorso tenuto dal Presidente, Ma Ying-jeou, davanti alla platea di businessmen taiwanesi in occasione di una recente visita a Honduras. «Il governo continuerà a lavorare per migliorare l’ambiente d’investimento nazionale, ma si spera che le aziende condivideranno parte dei profitti con i lavoratori» ha avvertito.

La Repubblica di Cina, che da alcuni anni si trova a dover far fronte a ‘i tre alti e un basso’ (alto tasso di disoccupazione, alti prezzi delle commodities e delle case, bassi salari), guida la classifica nera dei ‘quattro piccoli draghi asiatici’ (Corea del Sud, Hong Kong, Singapore e Taiwan). Tra gennaio e dicembre 2013 il salario reale medio è sceso a 1.507 dollari al mese (45.112 TWD), il valore più basso da quindici anni a questa parte a causa della crescente inflazione. Come lamenta Wai Ho Leong, economista di Barclays Capital a Singapore, sostanzialmente gli stipendi reali sono rimasti invariati dalla crisi finanziaria asiatica del 1997-98. Hau Lung-bin, Sindaco di Taipei, si è spinto oltre: «I salari troppo bassi sono la disgrazia del Paese». Nonostante l’affermazione abbia scatenato una valanga di critiche un po’ da ogni parte del governo, il primo cittadino è andato per la sua strada, annunciando unilateralmente un aumento di salario per i lavoratori precari del governo locale. Lo stesso aveva fatto lo scorso anno Eric Chu, amministratore di Nuova Taipei, anche lui incurante di quanto stabilito dalle autorità centrali.

 Al momento di assumere la presidenza nel 2008, Ma Ying-jeou aveva varato un piano economico noto come ‘campagna 6-3-3’. Una dichiarazione d’intenti che avrebbe dovuto delineare le linee guida per il periodo in carica: una crescita economica del 6%, un tasso di disoccupazione inferiore al 3% e un reddito pro-capite annuo di 30mila dollari. Il tutto da concludere entro quattro anni. Ne sono passati sei, Ma è stato riconfermato nel 2012, ma gli obiettivi rimangono ancora una chimera.

La compiuterizzazione e meccanizzazione della produzione tecnologica hanno ridotto drasticamente la necessità di manodopera. Il mercato del lavoro non ha più confini, le fabbriche si spostano dove i costi sono più bassi: un tempo Repubblica popolare cinese, oggi Sud-est asiatico, Cambogia e Bangladesh in primis. Il lavoro viene importato dall’estero, creando pressione al ribasso su quelle che sono le necessità e i salari dei lavoratori.

Nell’ultima decade, i produttori di Taiwan hanno investito 120 miliardi di dollari in Cina e le aziende rimaste in Patria hanno dovuto ridurre i costi per rimanere concorrenziali. Secondo il Bureau of Labour Statistics con base negli Usa, tra il 2001 e il 2010, il costo del lavoro per i produttori di Taiwan è diminuito in media del 4,5% ogni anno. La competizione con la Repubblica popolare, considerata almeno fino a poco tempo fa la ‘fabbrica del mondo’, ha spinto le associazioni di imprenditori taiwanesi a tenere un coperchio sui salari minimi. Spesso con la connivenza delle autorità, come quando nel settembre 2012 fu bocciata la richiesta di un aumento dell’1,42% sul salario di base (al tempo di 640 dollari al mese). Il polverone sollevato dal caso indusse l’allora Ministro del lavoro, Wang Ju-hsuan, promotrice della manovra, a dimettersi.

Taiwan ha vissuto una rapida industrializzazione intorno alla metà del Ventesimo secolo producendo componenti elettronici e altri prodotti per brand stranieri, ma dopo il 2001, con l’allentamento dei regolamenti, la maggior parte delle fabbriche taiwanesi si sono trasferite in Cina e nel Sud-est asiatico, lasciando indietro molti lavoratori. I veri problemi sono sopraggiunti al momento di passare dalla produzione conto terzi alla formazione di veri e propri marchi ‘made in Taiwan’, allorché le compagnie, abituate a lavorare come contractor per profitti marginali, si sono trovate a corto di liquidità e incapaci di investire in ricerca o di attrarre talenti con stipendi elevati.

D’altronde, pare sia anche difficile trovarli dei talenti. Come riportava tempo fa al ‘Wall Street Journal’ Elliot Fan, economista della National Taiwan University, il problema sta nel sistema d’istruzione taiwanese, basato principalmente sull’apprendimento mnemonico, vera e propria morte della creatività e dell’innovazione. Ragione per la quale -nonostante il tasso di disoccupazione intorno al 4,0%- il governo di Taipei è stato costretto a favorire l’ingresso di lavoratori stranieri per cercare di sopperire alla mancanza di locali con competenze professionali adeguate. Anche perché, se negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso i giovani meglio dotati di Taiwan andavano a studiare e a lavorare all’estero per la scarsa fiducia verso il governo dispotico di allora, adesso ci vanno lo stesso ma per ragioni economiche. Tamponare la fuga di cervelli continua ad essere una delle priorità di Taipei.

In un recente editoriale pubblicato dal ‘Taipei Times’, Chu Yun-han, professore di Scienze Politiche presso la National Taiwan University, si domandava per quale motivo lo stipendio di partenza dei neolaureati sudcoreani debba essere 2,6 volte superiore a quello dei coetanei taiwanesi, quando dieci anni fa erano pressapoco. Secondo Chu, il problema dei salari è collegato, oltre alla dipendenza delle aziende nazionali dalla produzione di apparecchiature originali (OEM) a fronte di guadagni irrisori, anche ad una scarso potere contrattuale dei dipendenti. I sindacati, che un tempo avevano un forte potere di contrattazione collettiva, sono crollati con la progressiva privatizzazione delle imprese statali. Gli imprenditori, da parte loro, contribuiscono a tenere bassi gli stipendi, minacciando di fare fagotto per raggiungere terre più a buon mercato. Per Chu, sarà proprio l’aumento dei salari nelle regioni costiere della Repubblica popolare, fucina del manifatturiero cinese, a costringere Taiwan a prendere misure simili. Potrebbe trattarsi di un futuro non troppo lontano se si considera che gli stipendi dei colletti bianchi cinesi hanno già, in diversi casi, scavalcato quelli dei colleghi taiwanesi.

Ma potrebbe anche darsi di no. Infatti è proprio ora che la Repubblica popolare sta diventando sempre meno ‘low cost’ che Taiwan acquista competitività. Un nome: Phison Electronics, società di elettronica taiwanese, che grazie al suo impianto di Taipei ha guadagnato quote di mercato, scavalcando competitor di Corea del Sud e Stati Uniti. Mantenere la media salariale bassa ha concesso all’azienda maggiore flessibilità, in modo da poter spendere qualcosa in più quando si è trattato di reclutare personale ‘superiore alla media’ per migliorare la produttività. Nel 2012 Phison pagava ingegneri con 3-5 anni di esperienza una media di 80mila dollari l’anno, e si apprestava ad aggiungere allo staff altri 150 specialisti entro al fine del 2013. Una crescita impensabile nella Silicon Valley, dove gli ingegneri guadagnano facilmente oltre 100mila dollari l’anno. Tra il 2007 e il 2012 erano già 455 le compagnie taiwanesi ad aver lasciato il Regno di Mezzo per rimpatriare, contro le sole quattro del 2006.

Rimane da considerare un ultimo fattore: l’impennata del numero di lavoratori atipici come catalizzatore della stagnazione salariale. Questa categoria, che stando a quanto dichiarato dalla Chinese Personnel Executive Association, nel 2013 contava 740mila unità, normalmente comprende studenti e casalinghe in cerca di un lavoro part-time. Ultimamente, tuttavia, sono sempre di più i lavoratori regolari che, non trovando una professione soddisfacente, ripiegano su impieghi occasionali, portando a casa in media un salario mensile di 641 dollari. Una condizione dalla quale traggono massimo vantaggio i datori di lavoro che si trovano alleggeriti da una serie di costi aggiuntivi, quali pensione e assicurazioni varie, richiesti invece per i lavoratori regolari.

La situazione si ripercuote inevitabilmente sugli umori della popolazione. Un’indagine condotta da Cathay Financial Holding nel 2012 evidenziava che, su 9.365 persone intervistate, il 27% aveva visto il proprio portafoglio assottigliarsi nei sei mesi precedenti e si aspettava un ulteriore calo nel semestre a venire; il 64% non aveva notato variazioni nel salario, né attendeva cambiamenti in un futuro immediato. A livello pratico, la ventata di pessimismo ha travolto diversi aspetti della vita quotidiana, con i più giovani che si sono detti in serie difficoltà nel riuscire a pagare una casa, mantenere i genitori anziani o crescere dei figli. Molti hanno rinunciato ad una gravidanza proprio per motivi economici, allarmando quanti individuano nel tasso di fertilità della Repubblica di Cina -uno tra i più bassi al mondo- un serio rischio per la produttività economica a lungo termine del Paese.

 

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