domenica, Settembre 19

Il nodo delle riforme field_506ffb1d3dbe2

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E’ responsabilità della politica ridare fiducia nelle istituzioni. Invece qualche partito spara bordate anche verso il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e quindi infanga le istituzioni a prescindere. Si dovrebbe anche mettere un freno a comportamenti che calpestano la moralità pubblica. Invece abbiamo ancora tanti esempi di ruberie e sprechi ingiustificati. Stipendi, pensioni e vantaggi,  specie  nella classe politica e dirigente, che non hanno eguali in qualsiasi altro Paese civile. Una vergogna che pesa sulle spalle dei cittadini, che arrancano giorno dopo giorno, con stipendi e pensioni oramai insufficienti e con una carico fiscale inaccettabile.

Soffriamo anche di impotenza decidere. Adesso, invece, Matteo Renzi ha scoperto le carte in tema di riforme elettorali, affermando perentorio ai giornali in materia di riforma elettorale: «Tre proposte e in un mese si chiude»Vedremo cosa accadrà. Intanto le altre forze politiche riflettono e commentano spesso a sproposito.

Non c’è più effettivamente più spazio per i tentennamenti.  La crisi sociale che morde alle caviglie il Paese da Nord a Sud è di tale gravità da non consentire di perdere tempo.  Superare l’impotenza è un dovere e una necessità. Stare fermi è troppo rischioso. Un’impotenza della politica che è il residuo dell’erosione della fiducia che si è accumulata nel ventennio berlusconiano e che ha minato la capacità cooperativa tra avversari e perfino tra i membri di uno stesso partito.

Ovviamente la colpa non è stata solo di Silvio Berlusconi ma di tutta una classe dirigente che ha fallito agli occhi del paese a destra come a sinistra o al centro. Sono stati tutti ugualmente colpevoli. Molti di loro, purtroppo, sono ancora in Parlamento e adesso tentano di non farsi riconoscere. Qualcuno si nascondersi sperando che passi la bufera.

Una capacità direi studiata e programmata a  non voler trovare il bandolo della matassa dal quale ripartire per ricostruire il tessuto politico della nostra democrazia. Questa mancanza-di virtù politica decisionale non è ulteriormente tollerabile. Serve una svolta decisa che deve partire dalla volontà politica di ogni singolo cittadino. La politica deve rompere questo sortilegio, e dare ai cittadini uno strumento elettorale che consenta loro di andare a votare, con la certezza di poter usare un metodo funzionale. Serve una rappresentanza vera, preparata, intelligente ed onesta.

La cancellazione del Porcellum da parte della Consulta crea problemi di legittimità decisionale di questo Parlamento come ha messo in luce Gustavo Zagrebelsky in una recente intervista a ‘Repubblica’. Proprio per questo motivo, una classe politica che voglia fare il suo dovere presso i cittadini, lo fa anche dimostrando di essere in grado di uscire dall’impasse con gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione. In pratica bisogna fare quello per il quale si viene profumatamente retribuiti, anche se a dire il vero a guardare i personaggi che si aggirano per il Parlamento abbiamo veramente poco da stare allegri. Anzi verrebbe da essere pessimisti.

Come ha di recente scritto su la Repubblica la Politologa Nadia Urbinati: «Una buona legge elettorale deve conciliare le tre promesse che il sistema rappresentativo fa: che la maggioranza abbia il diritto di governare; che l`opposizione non si senta ingiustamente trattata; e che i cittadini si percepiscano come parte del gioco, coinvolti nella scelta dei candidati cosicché il loro suffragio non sia un plebiscito ma una scelta elettorale di chi dovrà far parte, dell`organo (il Parlamento) che ha il potere di legiferare. Tra le virtù di un buon sistema elettorale ce n`è una particolarmente importante: far sentire a chi perde le elezioni di non avere subito ingiustizia e di continuare a fidarsi di chi ha vinto. Neutralizzare le passioni negative. Il sistema elettorale ha tra le altre cose il compito di alimentare quelle emozioni di cui la competizione politica ha bisogno, come la delusione per una sconfitta e la determinazione a rimontare la china. Lo scopo della democrazia elettorale è di minimizzare la diffidenza. L`aritmetica applicata alla politica ha la capacità di sedare la passione del risentimento e di tonificare le energie per la lotta di domani. Tenendo a mente queste condizioni virtuose si dovrebbe riflettere sul sistema elettorale migliore».

Le parole di Nadia Urbinati sono naturalmente pienamente condivisibili e vanno lette con la giusta attenzione. A tal proposito si deve dire che nell’attuale dibattito il maggioritario sembra godere di un certo consenso. Vi sono praticamente due gruppi: coloro che vogliono ancora ricorrere al premio di maggioranza e coloro che vogliono il doppio turno, conosciuto anche come modello francese. Il primo dei due- anche per Nadia Urbinati- ha controindicazioni evidenti in quanto lavora contro la ricostruzione della fiducia contenendo un elemento di arbitrarietà (il premio). L`altro metodo, quello del doppio turno, avrebbe il merito di creare solide maggioranze. Esso riduce però il peso dell’opposizione, se non è incastonato in un sistema politico retto su un forte senso di sovranità del corpo nazionale può non essere in grado di “cementare” la fiducia.

Nadia Urbinati con chiarezza afferma che «si cita la Francia come modello ma si trascura di dire che la Francia è per tutti i francesi “La France”, il popolo-re-uno-indiviso al quale presidenti e maggioranze eletti si inchinano, prima che al loro partito. Dove c`è, come in Francia, una sovranità forte e indiscussa le maggioranze sono comunque una parte rispetto alla quale il tutto ha preminenza indiscussa di riferimento e di limite, per chi vince come per chi perde. Questo potrebbe non essere sia il nostro caso. Certo, noi abbiamo già una forma di maggioritario nel modo di eleggere i sindaci. Ma i sindaci operano nella sfera amministrativa nella quale la debolezza del consiglio comunale che questo sistema comporta non è un serissimo problema. Ma lo sarebbe se applicato a livello nazionale poiché il parlamento fa leggi e non è desiderabile un sistema che rende il collettivo deliberante più debole dell`esecutivo».

Dobbiamo anche dire che in Italia siamo spesso troppo attratti dal seguire modelli che altri hanno creato e disegnato con “taglio sartoriale” sulla propria esperienza e sulle proprie caratteristiche peculiari. L’Italia, dobbiamo ricordarlo, è plurale, spesso divisa, con un forte senso della complessità di appartenenza nazionale e quindi ha bisogno di rappresentare il pluralismo e cercare strategie per la cooperazione invece che inseguire sterili semplificazioni che non ci appartengono nel tentativo arrivare forzatamente a un bipolarismo perfetto. Si deve poter trovare una mediazione intelligente tra garantire la pluralità e formare maggioranze non aleatorie. Un sistema elettorale che sia ragionevolmente rappresentativo della diversità senza consentire che la pluralità diventi frammentazione e ingovernabilità o peggio ancora larghe intese inconcludenti o Governi del Presidente a tempo indeterminato.

Il tempo stringe. A tal proposito l’alfaniano Maurizio Lupi ha dichiarato a ‘Repubblica’ del 3.1.2014 che «la riforma elettorale deve essere incardinata entro gennaio. Ci vuole un segnale chiaro che nessuno fa più melina. Accettiamo la sfida e saremo più veloci di Renzi». Allora aspettiamo e vediamo cosa riusciranno a partorire di positivo per il Paese, pur sottolineando che di sola riforma elettorale non si mangia.

 

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