lunedì, Maggio 10

Il netto vantaggio di Narendra Modi field_506ffb1d3dbe2

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Modi India

Minimum government, maximum governance”. Attorno a questo slogan ruota buona parte dell’essenza del messaggio di Narendra Modi, 62enne candidato alla Premiership indiana per il Bharatiya Janata Party, il partito nazional-conservatore da 10 anni all’opposizione e che ora spera di riconquistare il governo della democrazia più grande del mondo. Tra i prossimi 7 aprile e 12 maggio, saranno ben 814 milioni gli aventi diritto di voto chiamati a scegliere il nuovo Premier di New Delhi.

Con questo slogan, su giornali e pubblicazioni straniere Narendra Modi si è già guadagnato il titolo del “Thatcher indiano”: un messaggio inequivocabilmente neo-liberista, pro-deregulation, attento all’esigenze delle grandi imprese ed al rilancio dell’economia indiana nell’arena del mercato globale. Sul fronte interno, c’è già chi parla addirittura di un “anti-Nehru”. Narendra Modi sarebbe in procinto di rovesciare e rifondare daccapo l’intero paradigma politico-sociale su cui si è retta l’India nei suoi 50 anni post-indipendenza, in buona parte segnato dalle velleità socialiste, neutraliste e corporative impresse dalla lunga leadership del successore del Mahatma Gandhi. Velleità altrettanto inequivocabilmente legate al Congress Party della famiglia Gandhi e del Premier Manmoah Singh, che ha governato l’India ininterrottamente fino al primo mandato del BJP, nel 1999-2004.

In materia di retorica elettorale, campagna del leader del BJP assomiglia in effetti sempre più a quella dei neo-conservatori anglo-sassoni ai loro albori. Gli avversari politici progressisti vengono legati indissolubilmente alle inefficienze della macchina pubblica, infarcita di burocrazia e lacci impeditivi per lo sviluppo della libera impresa e del mercato. Con slogan quali “l’efficienza delle 3D” (“direction, devotion, development) o “no business for Government there” ha già guadagnato a Modi il favore ed anche il supporto finanziario dei gruppi industriali indiani. Sintetizzato nelle parole del magnate dell’auto Ratan Tata, «quello che lui dice, realizza».

Narendra Modi porta in dote all’opposizione indiana la sua decennale esperienza di governatore del Gujarat. Lo stato federale dell’estremo occidente indiano che egli ha trasformato in un paradiso per industriali indiani ed esteri: realizzazione rapida di infrastrutture, poche tasse sui profitti, deregulation del mercato del lavoro e bassi salari. Ma anche una lunga lista di partnership pubblico-private in servizi essenziali, come la distribuzione di gas ed elettricità. Un modello ormai entrato nelle antonomasie, e del quale lo stesso Modi ha lanciato iniziative auto-celebrative. Dal 2003, la capitale Ahmedabad ospita ogni due anni il meeting Vibrant Gujarat, una kermesse di imprenditori, politici ed economisti da tutta l’Asia ed il mondo che si riuniscono per convegni e conferenze, in una specie di Davos del mondo in via di sviluppo.

Un modello che però viene molto criticato non solo da sinistra, ma anche da economisti liberali come lo stesso Amartya Sen per la sua bassissima inclusività sociale. Il Gujarat è un paradiso per imprenditoria medio-alta e la nuova borghesia urbana. Ma le basse tasse  e la deregulation del lavoro significano anche poco welfare e servizi pubblici, soprattutto nelle campagne e nei sobborghi delle grandi città. Nelle statistiche sui tassi di povertà assoluta, cure mediche e scolarizzazione il Gujarat ricopre posizioni molto basse in confronti agli altri Stati della federazione. L’enfasi sulla crescita economica gli ha però guadagnato il favore di altri esponenti dell’intellighenzia economica indiana, come l’economista Jaghdish Baghwati.

Al di là degli slogan, la ricetta di Modi non sembra però coincidere con il liberismo estremo che gli viene attribuito. Alle critiche di bassa sensibilità alla povertà del Paese, Modi risponde trasferendo sul fronte economico la tradizione comunitaristica propria del conservatorismo indù. Per la diffusione nei villaggi di servizi essenziali, egli propone la creazione di schemi di investimento comunali o di provincia a contribuzione definita, con i quali realizzare strutture come linee elettriche o acquedotti.

Il leader del BJP sostiene poi anche l’estensione dei servizi sanitari e scolastici pubblici, convinto che in questi settori l’India abbia solo bisogno di sburocratizzare e rendere efficiente la macchina pubblica. Quando il discorso economico passa ad apertura agli investimenti esteri, è BJP stesso ad entrare in contraddizione con l’enfasi neo-liberista del suo leader. Sul programma ufficiale del partito, campeggia ancora la contrarietà all’ingresso delle grandi catene di distribuzione straniere, per tutelare i piccoli e medi commercianti che dei conservatori sono un feudo elettorale su scala nazionale.

Narendra Modi ha lanciato una campagna elettorale che per la media delle elezioni indiane appare estremamente moderna sia nei contenuti che nei mezzi. Siti internet (ne ha uno personale), blog, più comizi al giorno grazie a spostamenti in elicottero ed adunate oceaniche indette sui mass media anche nelle piazze usualmente occupate dagli avversari. Come accaduto nel settembre 2013 nel “Parco Giapponese” di New Delhi, solitamente teatro dei comizi del Congress, e protagonista di un raduno di almeno 200.000 sostenitori di Modi. In quella occasione, il leader del BJP lanciò l’iniziativa “100 rallies”, affermando che avrebbe organizzato almeno un altro centinaio di raduni simili in tutte le aree del Paese “vittime del malgoverno del Congress”.

Del tutto inaudita per la dimensione indiana è ormai anche la personalizzazione della campagna politica, del tutto simile ad un trend che si riteneva consolidato solo in occidente. La campagna elettorale è del tutto incentrata sulla magnificazione del “suo stile” di governo, amministrazione, lavoro e dedizione alla causa. Schemi di partito, necessità di alleanze – una costante nel caotico spettro partitico indiano- vengono messe da parte nel nome della politica dell’uomo solo al comando, ed anzi relegate a lacciuolo da rottamare.

Questa personificazione del candidato non è però un semplice culto personalistico. Narendra Modi deve far dimenticare agli elettori le innumerevoli ombre che sovrastano la sua figura. La militanza nella Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS), l’organizzazione di estrema destra religiosa indù protagonista di attacchi settari e discriminatori nei confronti di minoranze religiose, a partire da musulmani e cristiani. I terribili pogrom anti-musulmani del 2002 che si svolsero nel Gujarat mentre lui era governatore in carica, poco o per niente contrastati dalla polizia locale e che lasciarono sul terreno 1000 vittime.

Un passato recente che lo costringe a mettere tra parentesi le sue opinioni, in passato durissime e molto criticate, in materia di legge e ordine. Da Governatore del Gujarat, Modi fu un sostenitore di misure legislative straordinarie contro il terrorismo e la criminalità, aprendo il fianco alle accuse di utilizzare la mannaia giustizialista solo contro musulmani e la criminalità frutto della povertà. Il Gujarat è in effetti lo “Stato dei vigilantes”, per eccellenza, un luogo dove l’accattonaggio e i mendicanti tipici delle altre metropoli indiane sono banditi dalle strade dei luccicanti centri cittadini. Spesso, solo per essere relegati nelle campagne o nelle periferie povere; un confine che anche questa volta è tornato a ricalcare quelli tra le caste, come accusano i critici dell’ex Governatore.

L’enfasi sullo ‘sviluppismo’ economico ha inoltre finora oscurato le velleità nazionalistiche del suo partito verso i Paesi vicini, Pakistan e Cina in primis. Sono in molti a prevedere un irrigidimento della posizione indiana sulle contese territoriali in sospeso con i due Paesi. Una circostanza che però ha provocato di converso una distensione nei confronti del leader indiano da parte di Usa ed Europa, che per i fatti del 2002 avevano a lungo revocato a Modi il visto di ingresso nei rispettivi territori. Il bando europeo è stato effettivamente revocato nella scorsa estate, mentre nel gennaio scorso l’ambasciatore statunitense a Delhi, intervistata da un quotidiano, ha lanciato segnali di distensioni, affermando che “qualunque leader eletto democraticamente e impegnato nello sviluppo del Paese è benvenuto”. Un’India  più assertiva è sempre più interessante in funzione anti-cinese, nelle stanze dei bottoni di una America in fase di ripiegamento dall’Asia Centrale e meridionale.

Se esiste una misura immediata di chi parta in vantaggio, questa è sicuramente l’organizzazione delle macchine elettorali da parte dei partiti coinvolti. Già solo l’analisi di questa circostanza assegna al leader della destra un vantaggio consistente sui suoi principali competitori. Il Congress Party del premier in carica Manmoah Singh e della famiglia Gandhi, infatti, non ha nemmeno ufficializzato il proprio candidato Premier, ventilando una ripetizione del voto del 2004, quando Sonia Gandhi guidò la campagna elettorale per assegnare poi l’ipotetica premiership ad un’altra personalità. In realtà, dietro la mancata investitura del figlio di Sonia, Rahul, fermo per ora alla vice-presidenza del Partito, c’è una lacerante guerra tra fazioni contro l’emergere del nuovo leader da parte della vecchia guardia del Partito, insofferente dei suoi attacchi alla corruzione ed al clientelismo latente nel Congress.

Attacchi che però non sembrano aver fatto cambiare idea all’opinione pubblica indiana, ancora convinta che la sua nomina a capo della campagna elettorale del partito sia l’ennesima successione dinastica dei Gandhi. Una convinzione evidenziatasi drammaticamente nel voto municipale di Delhi dello scorso dicembre, che ha visto il Congress letteralmente spazzato via dal “Partito dell’Uomo Qualunque”, movimento populista anti-corruzione guidato dall’ex agente del fisco Aarvind Kejriwal, il cui successo impensierisce anche parte dell’entourage di Modi.

In netto svantaggio in tutti i sondaggi nazionali, Rahul Gandhi ha evidenziato ancor più i timori del Congress di una sconfitta cocente lanciandosi in attacchi a Modi sul piano personale ed ideologico, accusandolo di essere un para-nazista disposto a disfarsi non tanto dell’eredità di Nehru, quanto di quella dello stesso Gandhi. Accuse che non sembrano aver risollevato i sondaggi per il partito di governo, anzi.

Nelle ultime rilevazioni, seppur da prendere con le pinze per le dimensioni del Paese, il BJP potrebbe ottenere almeno 220 voti contro i 130 del suo principale avversario. In terza posizione il fronte dei partiti comunisti, sempre più depositario dei delusi del Congress che giungerebbe a ben 55 seggi parlamentari. Anche con questi numeri, però, il leader del BJP non raggiungerebbe a tutt’oggi la maggioranza parlamentare, e sarebbe condannato ad alleanze coi partiti religiosi, etnici o regionali. Una prospettiva inquietante, per chi teme le velleità nazionaliste induiste del BJP e del suo discusso leader.

 

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