sabato, Maggio 15

Il ‘Neo-Maoismo’ sbarca a Hong Kong

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In una famosa intervista del 1980, la giornalista italiana Oriana Fallaci chiese a Deng Xiaoping, l’allora leader della Repubblica Popolare Cinese (RPC), quali fossero stati i meriti e demeriti di Mao Zedong. Con la sua solita abilità retorica, Deng cercò di minimizzare le differenze fra il proprio programma di riforme e l’ortodossia comunista di stampo sovietico propugnata da Mao. Quest’ultimo aveva portato la Cina alla fame e alla povertà attraverso il suo fervore rivoluzionario che necessitava di continue campagne di mobilitazione di massa, e attraverso la sua visione ideologica e intransigente dell’economia pianificata.

Deng voleva una Cina più sviluppata, più ricca. Egli guardava con invidia verso Taiwan, Hong Kong e Singapore, che in pochi decenni avevano vissuto un miracolo economico senza precedenti. Deng si rendeva conto che lo statalismo sovietico era fallito, e che l’economia di mercato era l’unico sistema in grado di far aumentare il PIL del Paese. Si trattava di una vera e propria ‘controrivoluzione’ che negava tutto ciò in cui Mao aveva creduto. Eppure Deng non poteva ammettere di aver tradito il suo illustre predecessore, e forse non se ne rendeva neanche conto. Egli era un uomo semplice, poco istruito, e non molto versato in questioni di ideologia. Ciò che voleva era sviluppare la Cina e rafforzare il PCC (Partito Comunista Cinese), che aveva perso legittimità agli occhi di parte della popolazione a causa dei disastri economici e sociali del passato.

Per raggiungere i suoi obiettivi, Deng scelse una via di mezzo fra continuità e innovazione. Egli non poteva intaccare la legittimità della leadership unica del PCC, ma non poteva nemmeno farsi legare le mani dagli ideologi di sinistra che preferivano una Cina ridotta in miseria ad una Cina aperta al capitalismo occidentale. L’interpretazione del ruolo di Mao nella Storia cinese divenne il campo di battaglia dello scontro fra le fazioni del PCC. Deng Xiaoping risolse la contraddizione con pragmatica ambiguità. «Mao fece degli sbagli in un certo periodo, ma, in fin dei conti, egli fu il principale fondatore del Partito Comunista Cinese e della Repubblica Popolare Cinese», dichiarò il leader comunista a Oriana Fallaci. «Nel valutare i suoi meriti ed errori, noi crediamo che i suoi errori siano di secondaria importanza. Ciò che ha fatto per il popolo cinese non può essere cancellato. Nei nostri cuori egli sarà sempre il fondatore del nostro Partito e del nostro Stato».

Con questa formula alquanto sfuggente Deng da un lato ‘correggeva’ gli errori di Mao, dando via libera alle riforme di mercato che avrebbero trasformato la Cina, mettendo fine alle mobilitazioni di massa, al culto della personalità e alla rivoluzione permanente. Dall’altro, egli dava un chiaro segnale: la leadership del PCC e la Storia della RPC non si toccano. Nel 1989, a differenza della maggioranza degli altri dittatori comunisti, Deng Xiaoping difese a spada tratta il regime e mandò l’esercito a sopprimere le proteste popolari.

Dagli anni ’80 in poi, Mao Zedong continuò ad essere venerato come il ‘padre della Patria’. Egli simboleggiava più di ogni altro quella Nuova Cina virile e dinamica che non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno, quella Cina che si era lasciata dietro le spalle il ‘secolo dell’umiliazione’. Con il suo spirito di combattente e rivoluzionario, spesso brutale, sempre sicuro di sé, egli aveva ridato fiducia al popolo cinese.

Eppure, benché egli venisse riverito in quanto fondatore della Nuova Cina, di fatto tutto il suo credo politico veniva seppellito sotto i grattacieli, i centri commerciali, le fabbriche e i supermercati simboli di quell’economia di mercato e di quella società della disuguaglianza e dei consumi che egli tanto odiava. La maggioranza dei cinesi aveva volentieri abbandonato il rigore, l’austerità e la rivoluzione perenne di Mao. Il dittatore comunista si trasformò in un’effige, un’icona nazionale ormai svuotata del suo contenuto ideologico. Il suo volto, stampato sulle banconote della RPC, non era più quello del rivoluzionario, ma quello del Dio Denaro.

Per anni, Mao Zedong fu il padre simbolico di una nazione che ne aveva tradito il retaggio. Di lui si parlava relativamente poco, dato che la sua ortodossia marxista e leninista non si addiceva ai nuovi tempi. Si preferiva invece glorificare Deng Xiaoping, colui che non sapeva solo fare la rivoluzione, ma sapeva anche occuparsi dei bisogni materiali del popolo. Egli aveva lanciato la Cina in un’era di prosperità mai vista prima.

Con l’avvento al potere di Xi Jinping, però, il ruolo di Mao Zedong nella coscienza collettiva della RPC cominciò a cambiare. Xi ha ripescato il grande leader dai libri di Storia per riportarlo all’attualità. Sin dall’inizio del suo Governo Xi non ha fatto mistero del fatto che considera Mao Zedong una fonte di ispirazione. Egli lo ha infatti imitato in diversi modi. Per prima cosa ha accentrato nella sua persona un potere che, da Deng Xiaoping in poi, nessuno aveva osato accumulare. Il ricordo dei disastri della Rivoluzione Culturale e del culto della personalità avevano reso i leader cinesi più cauti. Xi Jinping, invece, si è impossessato di ruoli istituzionali chiave che lo rendono un vero e proprio autocrate di vecchio stampo. Egli, oltre ad essere presidente della RPC e segretario del PCC, è anche direttore della Commissione Militare Centrale e di sei altri commissioni che si occupano della sicurezza nazionale, della politica estera, della sicurezza informatica, delle riforme del sistema di difesa e dell’esercito. Inoltre, il modo e la frequenza in cui i media di Stato ne parlano, definendolo, ad esempio, ‘Papà Xi’, ricordano il culto della personalità di Mao. Infine, anche Xi Jinping vuole dare un suo contributo teorico al PCC, come fece Mao con il famoso ‘libro rosso‘.

Ne ‘Il Governo della Cina‘, il best seller internazionale pubblicato lo scorso anno, Xi Jinping spiega la sua visione per il futuro del Paese. Ed è proprio in un capitolo di quest’opera, intitolato ‘Mantenere lo spirito delle idee di Mao Zedong’, che egli rivela la sua concezione maoista del comunismo cinese. «Anche nelle nuove circostanze dobbiamo attenerci allo spirito delle idee di Mao Zedong e metterle bene in pratica in modo da migliorare il nostro Partito e portare avanti la grande causa del socialismo cinese». Secondo il leader comunista, «i principi del marxismo sono una verità universale ed un pensiero di eterno valore».

Egli ha dunque rimesso al centro dell’operato politico del PCC l’ideologia marxista e leninista, e questo significa un controllo ideologico sempre più intenso sulla società. Due sono gli ambiti in cui la svolta di Xi Jinping ha lasciato il marchio più profondo: la lotta alla corruzione e la censura.

Combattere la dilagante corruzione che mette a repentaglio la legittimità del regime comunista è stato uno degli obiettivi dichiarati dal leader sin dal principio. Ma pochi si aspettavano che le sue parole non fossero la solita dichiarazione di buoni intenti, ma una vera e propria purga nelle fila del partito. Ben 182,038 membri del PCC sono stati indagati per ‘violazioni disciplinari’. 59 di questi erano ufficiali di alto rango, fino a poco tempo fa considerati intoccabili. Tra le vittime più illustri vi sono Zhou Yongkang, ex leader della sicurezza interna e membro del Comitato Permanente del Politburo; Ling Jihua, aiutante personale dell’ex presidente Hu Jintao; il generale Xu Caihou, ex vicedirettore della Commissione Militare Centrale ed ex membro del Politburo; e Su Rong, ex vicepresidente della Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese. Vi è poi una miriade di casi meno noti, come quello di Wei Pengyuan, ufficiale dell’Amministrazione Nazionale per l’Energia, nella cui casa sono stati trovati circa 32 milioni di dollari in contanti.

La campagna anticorruzione viene vista non solo come un modo per ripulire il PCC, ma anche come una strategia da parte di Xi Jinping per eliminare possibili rivali politici. Anche qui, le azioni del leader comunista ricordano da vicino quelle di Mao Zedong, il quale con brutali campagne anticorruzione, fra cui la campagna dei tre-anti del 1951 e la campagna dei cinque-anti del 1951, con cui Mao consolidò il suo potere assoluto.

Nella repressione della libertà di parola Xi Jinping non è stato meno energico. In un discorso dell’agosto del 2013 dichiarò: «Il nostro lavoro ideologico e pubblico deve servire a rafforzare la funzione guida del marxismo nell’ambito ideologico e la base ideologica comune del Partito e della popolazione di tutto il Paese. I membri del Partito devono credere fermamente nel marxismo e nel comunismo». Egli inoltre parlò della necessità di controllare i mezzi di comunicazione di massa. «Bisogna che i media discutano di più della grande lotta e della vita entusiasmante del popolo, e che mostrino uomini e atti esemplari», in modo da propagare «solidarietà, stabilità» ed «energie positive».

Dopo l’ascesa di Xi Jinping al potere è stata presa una serie di drastiche misure che hanno riportato indietro di anni lo stato della già censurata opinione pubblica. Nel settembre del 2013 fu annunciata la famigerata legge contro chi diffonde ‘voci’ online. Secondo questa legge, delle ‘voci’ sparse sul web in forma di articolo, commento etc. e che vengono condivise almeno 500 volte o viste da almeno 5,000 utenti sono sanzionabili con un massimo di tre anni di reclusione. Fra le decine di persone arrestate sulla base di questa legge vi sono stati Yang Xiuyu e Qin Zhihui, rispettivamente un imprenditore ed un suo dipendente, detenuti per aver fabbricato delle voci sul leggendario martire comunista Lei Feng. Sul social network Sina Weibo i due uomini avevano sostenuto che Lei avesse avuto una vita lussuosa. Essi avevano poi diffuso una notizia, non accertata, che il Governo cinese avesse pagato 200 milioni di renminbi ad un cittadino straniero coinvolto in un incidente ferroviario, una cifra molto più alta di quella che di solito viene ricevuta da cittadini cinesi. Ma anche molti attivisti, avvocati, e blogger sono stati arrestati.

L’internet cinese è stato poi isolato ancora di più al mondo esterno attraverso il blocco di Gmail, Instagram, e dei VPN (Virtual Private Network). Questi ultimi vengono da anni utilizzati per aggirare la censura di siti web stranieri come Facebook, Twitter, o la BBC.

Infine, vi è stato l’arresto del professore uiguro Ilham Tohti, condannato all’ergastolo nel settembre del 2014. Tohti fu accusato di separatismo. Il verdetto durissimo ha sorpreso l’opinione pubblica internazionale poiché egli era considerato un moderato il quale, benché criticasse il Governo, non aveva mai propugnato l’indipendenza dello Xinjiang e si era sempre adoperato per favorire il dialogo e la comprensione fra gli uiguri e i cinesi han.

Mentre Xi Jinping portava avanti la sua agenda neo-maoista, a Hong Kong, un’altra periferia difficile della Cina, scoppiava la ‘Rivoluzione degli Ombrelli’, il movimento democratico più significativo nella Storia dell’ex colonia britannica. Migliaia di cittadini sono scesi in piazza e hanno occupato per due mesi il centro città. Essi chiedevano l’elezione diretta per suffragio universale del Capo dell’Esecutivo, titolo che corrisponde a quello di governatore sotto il regime coloniale.

Ma l’era Xi Jinping è forse il momento peggiore per sperare nel successo di riforme democratiche. Il Governo di Pechino, infatti, non ha fatto alcuna concessione e ha ripetuto per due mesi lo stesso mantra: «le proteste sono illegali.» E dopo che i manifestanti sono stati costretti a ritirarsi a inizio dicembre del 2014, è iniziato il contrattacco di Xi Jinping. Immediatamente dopo la fine delle proteste, funzionari comunisti di alto rango hanno rilasciato una serie di dichiarazioni che fanno capire come anche Hong Kong non potrà sfuggire al Neo-Maoismo del presidente cinese.

A gennaio, Stanley Ng, deputato del Congresso Nazionale del Popolo, dichiarò che le leggi sulla sicurezza nazionale in vigore nella Cina continentale dovrebbero essere applicate a Hong Kong. L’ex colonia britannica gode di potere legislativo, esecutivo e giudiziario autonomi fino al 2047, quando ‘scadrà’ il termine del modello di ‘un Paese, due sistemi’. Ng ha citato le proteste per il suffragio universale come motivo per introdurre le dure leggi cinesi a Hong Kong.

L’Articolo 23 della Legge fondamentale, la mini-costituzione di Hong Kong, proibisce atti di «tradimento, secessione, sedizione o sovversione». La Regione Amministrativa Speciale deve promulgare delle leggi attuative attraverso gli organi locali competenti. Nel 2003, il tentativo dell’allora Capo dell’Esecutivo Tung Chee-hwa di far passare tali leggi fu bloccato dalle proteste di circa mezzo milione di persone che vedevano in esse un passo verso la restrizione dei diritti e delle libertà di Hong Kong.

Il 20 gennaio Tung Chee-hwa, che adesso ricopre il ruolo di vicepresidente della conferenza Consultiva del Popolo Cinese, è tornato sull’argomento. «La nostra Nazione sta cominciando a diventare forte, e la sua importanza sta crescendo sull’arena internazionale. I cittadini di Hong Kong non possono comportarsi come estranei. Dobbiamo renderci conto che [le leggi antisovversione]sono importanti e un giorno o l’altro dovranno essere approvate».

Il 4 febbraio Zhang Xiaoming, direttore dell’Ufficio di Coordinamento del Governo Centrale e di Hong Kong, attaccò i sostenitori dell’indipendentismo di Hong Kong, che viene visto dalle autorità pechinesi come un movimento in pericolosa crescita, anche se nella realtà non gode di un appoggio popolare di massa. «Non possiamo permettere nessun tentativo di negare la giurisdizione dell’autorità centrale su Hong Kong sotto il pretesto di un ampio grado di autonomia, né che si propugni l’‘indipendenza di Hong Kong’, o addirittura che si fronteggi il Governo centrale in modo illegale» disse il politico cinese.

Il ‘Global Times’ quotidiano del Partito Comunista, ha ribadito la posizione di Pechino in un editoriale. «Il Governo Centrale, il Governo della Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong e la società di Hong Kong hanno la responsabilità di salvaguardare la sicurezza nazionale e non devono tollerare che si diffondano opinioni indipendentiste. L’‘indipendenza di Hong Kong’ è una seria violazione della Legge Fondamentale e della Costituzione della Cina. Propagare tali idee o partecipare ad attività separatiste è un atto criminale».

Il messaggio è chiaro. Se in passato Pechino ha tollerato la disobbedienza di Hong Kong, nella nuova Cina di Xi Jinping il Partito Comunista ha il pieno controllo della situazione e non esiterà ad intervenire in modo sempre più diretto negli affari dell’ex colonia britannica. Come ha scritto Michael Chugani, echeggiando il sentimento delle elites conservatrici: «Dimenticate la democrazia. Hong Kong ha bisogno di una buona dose di dittatura».

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