venerdì, Agosto 6

Il Nebraska di noi tutti 40

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Come sapete, non sono un critico cinematografico. Non posso fare a meno di parlare di cinema solo quando, per vie personalissime, un film riesce a parlarmi del mondo, della condizione umana, di tutti noi.

E, nonostante un titolo che più circoscritto di così, più delimitato non solo in senso geografico, non potrebbe essere, ‘Nebraska‘ di Alexander Payne è inequivocabilmente uno di questi.

Certo, la collocazione di questa piccola storia nelle grandi pianure del midwest statunitense, volto sgraziato e dura scorza dell’America meno visitata dai viaggiatori e più refrattaria alle suggestioni culturali, fotografata in un bianco e nero uniforme, senza forti contrasti, è certamente la cifra stilistica ed estetica del film.

Ma se il racconto dell’ultimo, ingenuo sogno di Woodrow Grant detto Woody, ottuagenario taciturno e ormai discretamente fuori di testa,  ha emozionato milioni di spettatori in tutto il mondo una ragione c’è. Ed è che a dispetto della palese assenza di qualunque riferimento alla vecchia Europa, Woody è nostro nonno, nostro padre. Così il Montana, il Nebraska diventano il non luogo universale dove abitiamo tutti, tirando a campare litigando con le mogli, coi parenti, con gli amici veri e falsi, commettendo la lunga serie di errori che, a conti fatti, costituisce la storia della nostra vita.

Bruce Dern, attore hollywoodiano di buona caratura specializzato in ruoli di spalla, raramente protagonista ma visto in decine di produzioni di ottimo livello, offre qui ai suoi ammiratori l’interpretazione più smagliante della sua lunga carriera, disegnando un Woody tenero e ruvido al punto giusto, dimostrando una sensibilità e un’attenzione ai dettagli di recitazione veramente da Oscar, non a caso premiata a Cannes col riconoscimento dovuto al miglior attore.

Reso a Bruce Dern ciò che ampiamente meritava, è il film nella sua interezza che è toccato da quella magìa tipica delle opere sfiorate dalla grazia della perfezione. La camminata sgangherata e sofferente del vecchio Woody, deciso a raggiungere la città di Lincoln a costo di marciare migliaia di chilometri pur di non rinunciare all’illusione di un’improbabile vincita milionaria, poi raccolto e accompagnato in auto dal compassionevole figlio David ha qualcosa di chapliniano. I due intraprendono insieme un viaggio che lentamente si rivelerà un percorso  nella memoria e soprattutto nei sentimenti di due uomini che, quasi senza volerlo, ritroveranno il filo del proprio essere padre e figlio. Raggiunti successivamente, come per un magico richiamo di sangue,  dalla bisbetica ma solida, come solo le donne sanno essere, moglie di Woody (una divertentissima  June Squibb) e dal figlio maggiore Ross, il “realizzato” della famiglia.

 La tappa centrale del viaggio, nella città di origine di Woody, è un vero gioiello di finezza narrativa e regala scene memorabili, come quella del gruppo dei parenti, zii e nipoti ritrovati dopo anni per un pomeriggio, riuniti  in soggiorno a vedere la partita in tv in un immagine degna di Elliott Erwitt. Un gruppetto di uomini abbrutiti, vecchi dentro nonostante le differenze di età, che non hanno palesemente nulla da dirsi e tentano penosi dialoghi a monosillabi con effetti comici  irresistibili, prima di litigare fatalmente e furiosamente per rivendicazioni economiche legate all’ipotetica nuova ricchezza del vecchio protagonista. O la visita del piccolo nucleo familiare nell’antica casa  di Woody bambino, un posto delle fragole non certo visionario e spirituale come il capolavoro bergmaniano ma perfettamente calibrato sul modesto spessore dei personaggi narrati, figurine mediocri, ordinarie, ma comunque dotati di una simpatia umana a tratti bizzarra e divertente.

Il finale del film rende giustizia al vecchio testone e alla sua scombinata famiglia, lasciandoci la speranza che  la vita sia sì quello che è, un calvario per tutti noi gente comune, ma che in fondo valga la pena di essere affrontata con buona disposizione d’animo.

E senza mai rinunciare ai sogni.          

   

 

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