sabato, Settembre 25

Il nazionalismo fiammingo e la sfida per un Belgio confederale Il Paese è polarizzato, oggi oramai non è che la sommatoria forzata di due democrazie distinte, così è impossibile dare la Belgio un governo federale espressione di tutto il Paese insieme. I nazionalisti moderati fiamminghi puntano a fare del del Belgio uno Stato confederale

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La crisi politica apertasi, come prevedibile, in Belgio dopo le elezioni del 2019, si è risoltanell’ottobre scorso, dopo 494 giorni di trattative, con la formazione del governo guidato da Alexander De Croo, sostenuto da una vasta coalizione di liberali, cristiano-democratici,socialisti e verdi.

Si tratta di una formula che è largamente maggioritaria nelle aree francofone del Paese, la Vallonia e Bruxelles, ma che di fatto rappresenta unaconventio ad excludendumverso le forze politiche più rappresentative delle Fiandre, i nazionalisti moderati della Nuova Alleanza Fiamminga (Nieuw-Vlaamse Alliantie, N-VA o NVA) e i più radicali del Vlaams Belang.

Nei fatti, il tipo di polarizzazione che ha conosciuto in questi ultimi anni la politica belga, sempre più a sinistra tra i francofoni e sempre più nazionalista e conservatrice tra i fiamminghi, fa sì che ormai sia impossibile dare al Belgio un governo federale che sia in linea con le istanze di entrambe le parti del Paese.

L’attuale governo, pur se presieduto da un fiammingo, è fuori linea rispetto al clima e alle esigenze politiche delle Fiandre tanto quanto quello della precedente legislatura, pur se presieduto da un francofono, Charles Michel, era mal visto nella Vallonia.

Per Bart De Wever e la sua N-VA la soluzione è una sola e passa per una nuova riforma costituzionale che faccia del Belgio uno Stato confederale, attribuendo a fiamminghi e francofoni la possibilità di autogovernarsi in modo separato.

Si tratta ovviamente di un progetto ambizioso,molto impopolare tra i francofoni che maggiormente traggono beneficio dai meccanismi di ridistribuzione consentiti dall’attuale assetto. Tuttavia può rappresentare l’unica strada per sbloccare la situazione di crisi politico-istituzionale in cui il Paese versa ormai da una quindicina di anni. Dopo ogni elezione la formazione di un governo risulta immancabilmente un processo lungo e penoso, alla fine risolto, nella maggior parte dei casi, con la nascita, per sfinimento, di coalizioni arlecchino fortemente disomogenee dal punto di vista delle politiche sociali.

Per quanto spesso si pretenda di eluderla, la ‘questione comunitaria’ -cioè la questione delle relazioni tra le diverse comunità linguistiche del Belgio- resta sempre centrale ed impedisce al Belgio di poter vivere una normale dinamica di alternanza democratica fondata sui temi economici e sociali.

La verità è che il Belgio di oggi non è che la sommatoria forzata di due democrazie distinte, ciascuna con i propri partiti e le proprie dinamiche interne.

Quello che la N-VA sta chiedendo è che si prenda atto di questa situazione de facto e si consenta a ciascuna delle due metà del Paese di raggiungere una quasi-indipendenza, riducendo al contempo la dimensione belga a quella di un’infrastruttura di coordinamento leggera.

Bart De Wever vede uno snodo importante nelle elezioni del 2024, dopo le quali conta di proporre al Partito Socialista, leader nella parte francofona, un grande patto per una riforma istituzionale di ampie dimensioni.

In realtà le possibilità che i socialisti accettino un dialogo sui temi costituzionali appaiono limitate in virtù della forte vocazione centralista del proprio elettorato -e del resto il nazionalismo fiammingo non ha, nell’attuale assetto belga, leve legali sufficienti per forzare un processo di riforme che non veda anche il sostegno della parte francofona.

Ma l’N-VA ha anche il problema di dover costituire un fronte più ampio sul lato fiammingo.

Da un lato dovrebbe riuscire a coinvolgere i partiti fiamminghi moderati, i liberali e i cristiano-democratici, che in questa fase sembrano preferire una moratoria sulla questione istituzionale per concentrarsi sul governo dei temi economici e sociali.

Dall’altro, alla propria destra, l’NVA patisce la concorrenza del Vlaams Belang, che in questo momento, stando ai sondaggi, è il primo partito delle Fiandre.

Con buona probabilità, l’NVA e il Vlaams Belang potrebbero raggiungere insieme il 50% dei suffragi nelle Fiandre alle prossime elezioni, ma ci sono, al momento, poche possibilità che i loro voti risultino effettivamente sommabili.

Fino a questo momento, infatti, il partito di De Wever ha scelto di allinearsi al ‘cordone sanitario’ stabilito da tutto l’arco politico belga contro il Vlaams Belang, accusato di sostenere posizioni populiste e xenofone che lo pongono fuori dalla politica ‘decente’.

A lungo l’NVA ha sperato di poter svuotare il Vlaams Belang proponendosi come ‘voto nazionalista utile’. Tuttavia, con la sua nuova avanzata, il Vlaams Belang è tornato ad occupare uno spazio elettorale importante con cui sarà difficile non fare i conti.

Tra l’altro, nel lungo termine il partito di De Wever potrebbe porsi domande sul senso di contribuire all’isolamento del nazionalismo radicale per poi finire esso stesso comunque emarginato dalle altre forze politiche, come è avvenuto nello scenario del governo De Croo.

Come si può comprendere, le difficoltà che il nazionalismo fiammingo ha di fronte nella sua sfida per un Belgio confederale sono molte e complesse.
Bart De Wever, tuttavia, si professa ottimista. «
Il federalismo era impensabile in Belgio negli anni sessanta, ma negli anni settanta è diventato realtà. Il confederalismo è oggi impensabile in Vallonia, ma io credo che domani sarà anch’esso realtà».
Il percorso, in ogni caso, sembra lungo ed è improbabile che fatti nuovi importanti possano emergere prima delle prossime elezioni.

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