sabato, 4 Febbraio
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Il Natale di Francesco e la balena spiaggiata

È datata 1526 la pala d’altare di Lorenzo Lotto, ‘La Madonna delle Rose‘. Oltre a Maria vi sono raffigurati il Bambino e i santi Giuseppe e Gerolamo. Un interno di famiglia normale, collocato temporalmente giusto qualche mese dopo l’arrivo di Gesù.
Bisognerebbe replicarla, quella pala, ed esporla in tutte le chiese del mondo in occasione del Natale, lasciandovela in eterno. Farebbe bene a molti.

Lorenzo Lotto è un pittore incomparabile, capace di cogliere l’interiorità dei suoi personaggi e di dare voce ai loro sentimenti. In questo dipinto riesce a fare sembrare una vera famiglia quella Sacra, liberandola dalla pellicola protettiva e dalla muffa, restituendo a Giuseppe un ruolo di padre amorevole e al Bambino la vivacità e la spensieratezza che ci piace vedere in una creatura appena arrivata al mondo. Gesù, come un vero bambino, quasi schizza dalle braccia della madre per fiondarsi tra quelle del padre, un Giuseppe anziano ma pronto ad accogliere il suo cucciolo in un gesto di tenerezza davvero toccante.

Una scena pregna di quotidianità, la cui protagonista assoluta è finalmente l’affettività, dimensione negata nella Chiesa, con risultati nefasti, e nelle solenni rappresentazioni in cui gli stessi personaggi sembrano impiegati del catasto, intenti a guardare mestamente la pila di pratiche da evadere.
Proprio in questo triste e polveroso ufficio, ossia la Chiesa italiana, è planato come un’aquila Papa Francesco, che incassa molti salamelecchi di facciata ma pochi veri cambiamenti, come attesta la strafottenza delle parrocchie nell’accoglienza dei migranti.

Il mondo cattolico italiano si perde nello stile narrativo del pontefice ma quando si tratta di prendere sul serio ciò che dice, che è piuttosto impegnativo, spegne le antenne e smette di ricevere. Non è cambiato nulla, i preti e i laici che si impegnavano prima continuano a farlo, mentre quelli che si mischiavano nel gruppo facendosi gli affari propri si comportano esattamente come prima che arrivasse Francesco e, armati di pazienza, attendono che passi, magari accompagnando l’auspicio con qualche preghiera propiziatoria.

La ragione di tale fissità è semplice: il Papa è scomodo, tocca la carne viva, non si balocca nell’alta teologia, affascinante ma lontana dal quotidiano.
La teologia è comoda perché complica tutto lasciando ampi margini di manovra, permette a intellettuali e vaticanisti di farsi le pulci dibattendo sul nulla, ma genera effetti omeopatici nella realtà, congelandola. Ma a tutti conviene così. Ai consacrati, ai laici devoti, ai giovani e meno giovani che si gloriano dei loro incarichi ecclesiali e si fanno umiliare pur di esserci, com’è accaduto agli sposi che partecipavano all’inutile Sinodo di ottobre. Si parlava di famiglia e si sono fatti confinare nel ruolo di soprammobili.
Ma, del resto, la pancia della balena è comoda, talvolta redditizia, in circostanze particolari puoi anche diventare Sindaco solo perché sei un bravo ragazzo dell’oratorio, sebbene incapace. Puoi ricoprire cariche importanti, che nell’ampia platea laica e civile nessuno ti offrirebbe mai. L’impressione è che il mondo cattolico italiano sia oramai una nicchia, chiusa e in continuo ritardo sulla tabella di marcia della collettività. Il Papa fa storia a sé, non rappresenta il mondo di cui è a capo, un mondo, non dimentichiamolo, che si preparava a gioire dell’elezione di Angelo Scola.
Francesco sa bene che il cristianesimo è una religione essenziale, così si mette a chiedere in maniera diretta e non interpretabile di accogliere nelle parrocchie gli stranieri, e il risultato è pessimo. Nella pratica nessuno gli obbedisce. Il suo metodo diretto toglie ogni orpello e presenta il vangelo per quello che è, ossia una scomodissima proposta.

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