venerdì, Aprile 23

Il Myanmar e i Rohingya Un Paese ancora in bilico tra lo sviluppo che verrà e il mancato rispetto dei diritti delle minoranze

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Rohingya


Bangkok
– Quel che appare splendente e quello che invece semplicemente e più prosaicamente è triste. Da una parte il grande novero di speranze riposte nella pacificazione nazionale ed il suo affacciarsi sulla scena economica mondiale, con grandi opportunità tutte ancora da perlustrare appieno, nonostante una recente stagione di riforme delle quali il Paese aveva strettamente bisogno dopo decenni di dittatura militare. Dall’altra parte c’è una lunga sequela di diritti non ancora acquisiti, di riforme e leggi da attuare con urgenza e che invece, fino ad ora, sotto la pressione della piazza e della protesta violenta, non è stato ancora possibile svolgere nella direzione della pacificazione nazionale e dell’armonizzazione delle diverse componenti sociali e religiose sul proprio territorio.
La Nazione è appena passata attraverso il filtro dorato dei festeggiamenti del Nuovo Anno con la porta luminosa del Thingyan Water Festival   della giornata di martedì scorso, il Presidente Thein Sein ha fatto appello alle radici culturali del popolo, alle tradizioni più profonde del Paese, escludendo qualsiasi tipo di incitamento a questioni o problematicità di tipo religioso: la più ruvida realtà, però, ha ben altro aspetto. Ed è proprio ciò che ha progressivamente disatteso le aspettative della Comunità internazionale nei confronti del Myanmar, dotato di fastose speranze e costretto, invece,  in una dimensione di vita forzosa, scissa in divisioni dove pullulano i paria del Pianeta.
Le recenti manifestazioni di protesta vibrante ed i veri e propri assalti condotti dalla componente buddhista del Paese contro gli stranieri giunti in cerca di lavoro in Myanmar, scoppiate nel turbolento Stato occidentale del Rakhine, la loro progressiva partenza dalla Nazione, così come il diktat governativo contro la minoranza musulmana impedendole di identificarsi come ‘Rohingya‘  nell’appena conclusosi censimento avvenuto in tre decenni, sono il muto pro-memoria delle brutte cose in divenire nel Paese.  
A seguito delle grandiose pressioni attuate dalla maggioritaria comunità buddhista, il Governo ha obbligato i Rohingya ad autodefinirsi Bengalesi nel censimento recentemente conclusosi seguendo i timori che tutto ciò avrebbe potuto condurre ad una qualche legittimazione alla tanto discrimanata Comunità islamica, considerata composta da alieni mentre –in verità- esistono nel Paese da generazioni e generazioni.

L’uscita forzosa dei lavoratori stagionali, i quali sono stati seguiti dalle organizzazioni umanitarie che hanno denunciato il rischio di una catastrofe umanitaria per l’esodo obbligato di più di 140.000 Rohingya causati da tumulti razziali ed uccisioni, è parte delle somme preoccupazioni che vanno sempre più diffondendosi nella comunità internazionale. La scorsa settimana un inviato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha affermato che che vi è estrema carenza di cibo, acqua e cure medicinali nei campi profughi di Rakhine, dove hanno trovato precario riparo ampi numeri di Rohingya.

Le tristi condizioni nelle quali versa, da questo punto di vista, il Myanmar possono essere denotate da quanto appena pronunciato per bocca della leader dell’opposizione e Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, la quale, durante un recente viaggio a Berlino per ritirare un Premio, ha ammesso in pubblico ed all’uditorio internazionale che la sua Nazione, nonostante un ampio numero di riforme, non è ancora una democrazia. E’ giunto il tempo, per il Myanmar, di avviare una stagione di reale inclusione sociale, dei diritti e civile e creare una proficua atsmofera pacificata nel Paese per passare più fattivamente a discutere e soprattutto operare nell’ambito umanitario.

 

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