martedì, Settembre 21

Il Muro di Berlino, una 'distensione' mancata?

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Il significato di un muro

Sono molte le teorie sulla fine di questa divisione storica. In realtà la Germania scontava una colpa assai grave. Il segretario del Partito del governo sovietico Mikhail Gorbaciov, nel suo mandato aveva avviato la graduale riapertura dei confini e il successivo smantellamento del muro perché riteneva maturi i tempi per spegnere quei fuochi di guerra sempre imminente che avevano tenuto il mondo con il fiato sospeso in molte occasioni. Occorre tornare alla Conferenza di Pace di Potsdam del 1945: Wiston Churchill, Harry Truman e Stalin nel siglare il trattato che avrebbe dovuto garantire la tregua ad un mondo appena sopravvissuto a due bombardamenti atomici e alla potenza dirompente delle nuove armi strategiche, produssero un documento che gettò le basi per il nuovo equilibrio politico schierato su due blocchi, con due aree di influenza e con due opposti modelli economici. Una pace complessa che però ha mantenuto uno stato di non belligeranza e questo è stato un grosso successo.

E’vero, ci fu la «guerra fredda», definizione coniata dallo scrittore George Orwell e poi diffusa da Walter Lippmann, commentatore dell’Herald Tribune di New York per descrivere la configurazione delle tensioni tra gli allineamenti, ma non fu mai un conflitto aperto e i danni che arrecò la divisione furono principalmente causati dagli enormi sprechi di risorse per 28 anni, quando poi la barriera finì per crollare e disintegrarsi, insieme a un regime che non riusciva a sostenere il mantenimento di una politica estera troppo gravosa per le sue capacità organizzative. La Germania fu ufficialmente riunificata il 3 ottobre 1990 quando Brandeburgo, Meclemburgo-Pomerania Occidentale, Sassonia, Sassonia-Anhalt e Turingia, i cinque länder già esistenti nel territorio della Repubblica democratica tedesca, si ricostituirono e aderirono formalmente ad un’unica nazione.

 

Ma cosa è costato realmente il Muro all’Europa e al mondo? 

Nello stato di tensione continua tra Stati Uniti e Unione Sovietica, le principali risorse furono investite nel rafforzamento di armi di distruzione di massa (potere nucleare) e la capacità del loro trasporto (capacità missilistica). A distanza di tempo si riesce a vedere anche qualche elemento positivo in questa corsa forsennata agli armamenti, ma in sostanza quanto profuso nella potenza militare non è mai stato convertito interamente in applicazioni civili e ancora oggi alcuni arsenali di morte rappresentano un rischio altissimo per la stabilità mondiale in quanto numerose componenti sono tuttora oggetto di traffici internazionali e armano delle forze isolate ed incontrollate: una di queste potrebbe essere responsabile – la scorsa settimana – della perdita subita da Metrojet, una compagnia charter di Surgut; un suo Airbus A-321 decollato da Sharm el-Sheikh e diretto a San Pietroburgo è precipitato tra le dune della penisola del Sinai provocando 224 morti. Un rischio assai grave che ha dei pericolosi precedenti. La guerra fredda ha prodotto questi materiali: un potenziale che avrebbe potuto distruggere il nostro pianeta per quaranta volte di seguito e se abbiamo avuto la fortuna che questo non è avvenuto nemmeno una volta (che poi sarebbe stata la prima e l’ultima!) ora si è presentata la necessità di eliminare questi ordigni per evitare che popoli alla disperazione ne facciano un tremendo commercio. Tali considerazioni spiegano anche quali sono i motivi per cui alcuni Paesi vengono aiutati anche quando mostrano ostilità o un’arroganza fuori luogo. Proprio per evitare che prodotti sensibili e altre tecnologie parimenti strategiche possano finire nelle mani sbagliate. Quali siano quelle giuste, poi è un altro discorso. La storia comunque ci ha dimostrato che fino al momento in cui ha retto l’equilibrio del terrore, molte eccitazioni regionali hanno perso vigore nel timore che le grandi potenze intervenissero con risposta di pari intensità, convergendo in una reazione globale dagli effetti apocalitticamente immaginabili. Durante tutta la guerra fredda infatti gli armamentari nucleari delle due superpotenze sono stati costantemente potenziati fin quando furono negoziati gli accordi SALT, che portarono a interessanti riduzioni del numero di ordigni strategici.

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