martedì, Settembre 28

Il mondo post-sovietico guarda all'Ucraina field_506ffb1d3dbe2

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Almaty – Tra la fuga del presidente Viktor Yanukovich, la liberazione di Yuliya Tymoshenko e il sangue che ancora scorre per le strade di Kiev, l’Ucraina sta passando momenti molto difficili e delicati. Il nuovo governo provvisorio ha già preso delle decisioni controverse, come quella sulla lingua ufficiale. Ma gli scontri e le divisioni di piazza non si sono placati. Lo scenario ucraino sta accendendo sentimenti di preoccupazione e solidarietà in tutto il mondo post-sovietico. È interessante notare la differenza nelle reazioni popolari e nelle note diplomatiche inviate dai palazzi di governo dei Paesi che poco più di 20 anni fa condividevano la propria sovranità con Mosca.

Partendo dall’Unione Europea, i Paesi baltici hanno dimostrato una rapida solidarietà con la popolazione ucraina, vittima principale degli scontri a fuoco. La Croce Rossa lettone ha subito inviato il proprio aiuto umanitario, con il supporto finanziario del governo di Riga. D’altra parte, a livello diplomatico, vi è stato uno scontro tra lettoni e russi nell’interpretare la possibilità di un ingresso delle truppe di Mosca nelle regioni russofone dell’Ucraina. In Lituania, a Vilnius, decine di cittadini si sono recati nei pressi dell’ambasciata Ucraina, portando fiori e accendendo candele per i caduti nelle battaglie per le strade di Kiev. Solo in pochi in questi Paesi si preoccupano del costo per i contribuenti europei degli aiuti di Bruxelles, il che dimostra un sentimento sincero di solidarietà.

In Russia, quattro attivisti sono stati fermati durante una manifestazione di solidarietà per l’Ucraina. Tra questi l’artista Pyotr Pavlensky, famoso per avere inchiodato i propri genitali, nudo, sulla Piazza Rossa lo scorso novembre per protestare contro la legge sulla “propaganda omosessuale” ratificata dal Cremlino. L’azione di solidarietà di San Pietroburgo a favore della popolazione ucraina è stata troppo rumorosa e spettacolare per non attrarre la repressione della polizia, che ha disperso i manifestanti in una ventina di minuti. Le accuse per i fermi sono principalmente di disturbo della quiete pubblica, o ‘hooliganism’ come lo chiamano anche sulla Neva. Al potere russo non piace comunque che si dimostri simpatia per degli scontri di piazza che hanno portato allo scioglimento di un esecutivo corrotto, benché legittimo nella sua formazione. Nella vicina Bielorussia, scendere in piazza per manifestare significa sempre più spesso andare in prigione. Per questo si è scelto il canale della comunicazione a mezzo stampa di un documento di solidarietà verso la popolazione ucraina, firmato dalla Piattaforma Nazionale della Società Civile, che all’interno dei programmi del Partenariato orientale europeo include circa 60 organizzazioni.

Nel Caucaso meridionale, la situazione è ancora abbastanza simile: le reazioni ufficiali di solidarietà dei governi georgiano e armeno sono giunte insieme alla condanna per le violenze. Tuttavia, proprio a Tbilisi ci sono state le manifestazioni popolari più nutrite per sostenere «chi, come loro, sta combattendo per la libertà». I sentimenti anti-russi sulla questione ucraina cominciano ad affiorare, come nei Baltici, anche in questa parte del mondo. In Armenia, il piccolo partito politico “Patrimonio” ha espresso il proprio rammarico per gli scontri e le vittime e ha spronato affinché sia l’Europa, sia la Russia abbiano atteggiamenti costruttivi in merito. «Con la sua lotta e i suoi martiri, l’Ucraina ha eliminato i principali ostacoli che impedivano il completamento della propria sovranità, effettivamente accendendo il semaforo verde verso una migliore partnership con l’Europa» recita il comunicato di ieri.

Più a est, in Asia centrale, la situazione è un po’ diversa. Le popolazioni guardano con interesse rassegnato all’evoluzione della situazione ucraina. L’eco del loro plauso non ritorna da Donetsk e Kharkiv. In Uzbekistan e in Kazakistan, la situazione politica sembra essere talmente solidificata, che l’ipotesi di una EuroMaidan in Asia centrale sembra impossibile. Chi prova a manifestare sentimenti più speranzosi, viene subito silenziato, come è successo vicino all’ambasciata ucraina in Uzbekistan a Tashkent. Lì, sei attivisti sono stati fermati mentre srotolavano bandiere ucraine e iniziavano a cantare i primi slogan. L’azione della polizia è un segnale della paura del regime di Islam Karimov.

In Kazakistan, invece, la solidarietà è stata espressa principalmente dai ‘nazional-patrioti’ un gruppo di nazionalisti in crescita nel Paese centroasiatico, grazie alla diffusione della lingua e del patrimonio culturale kazako imposta dallo stato. Questi si sono recati presso il consolato ucraino di Almaty e hanno acceso candele e cantato l’inno ucraino, commemorando i caduti degli scontri della scorsa settimana. Abbiamo raggiunto su questo tema il blogger Adil Nurmakov, osservatore politico e fondatore della piattaforma blogbasta.kz.

Quali sono state le reazioni politiche e sociali agli eventi in Ucraina?
La reazione ufficiale è stata molto laconica, una semplice dichiarazione del ministero degli esteri che si augurava la fine delle violenze. Se andiamo invece a vedere la reazione dei gruppi di opinion-makers, questa è abbastanza variegata. Innanzitutto bisogna enfatizzare che ci sono diverse tipologie di figure pubbliche qui in Kazakistan, l’opposizione tradizionale, quella vera, che è stata disintegrata da lotte interne e soprattutto dalla repressione governativa. Nonostante non siano più molto rappresentativi, continuano ad avere un’impatto. Dall’altra parte, ci sono in ‘nazional-patrioti’, che si occupano principalmente di contrastare l’Unione doganale e qualsiasi istituzione di integrazione con la Russia. Gli anti-russi, infine, hanno giocato un ruolo abbastanza debole.

Come è cambiata l’attitudine in Kazakistan con il passare dei mesi, dall’EuroMaidan di novembre agli scontri di febbraio?
La copertura mediatica ha avuto un ruolo fondamentale nella formazione delle opinioni sull’Ucraina qui in Kazakistan. Chi si informava sui media russi ha dimostrato meno simpatia per le proteste, mentre ‘tifava’ per la stabilità e la fine delle proteste. C’è un costante lavaggio del cervello da questo tipo di fonti. Le persone, in generale, supportano la rivolta contro il regime di Yanukovich. Pochissimi tra gli analisti politici hanno preso le difese della posizione russa, per dir la verità. Sono stato sorpreso da questo risultato.

Cosa rappresentano questi ‘nazional-patrioti’ per il Kazakistan?
Queste figure emergenti stanno cercando di portare avanti una politica nazionalista e hanno utilizzato le azioni di solidarietà per la popolazione dell’Ucraina al fine di portare avanti la propria agenda che è parallela a quella governativa, nonostante ne critichi alcune politiche, come l’Unione Doganale.

Può il ‘fattore ucraino’ avere un impatto per le proteste già in corso in Kazakistan?
Sicuramente non ci sarà un’azione organizzata che parta da un’idea consolidata. L’assenza dell’opposizione reale ci indica che qualsiasi protesta sarà spontanea. Ma se il passato è un indicatore dei sentimenti popolari, in Kazakistan c’è sempre stato un buon sostegno alle ‘Rivoluzioni colorate’ di inizio secolo. Anche in caso di spargimenti di sangue, le rivoluzioni popolari sono sempre un’ispirazione per i Paesi vicini. Contribuisce sicuramente a incrementare la consapevolezza dei cittadini.

Come reagirà il potere costituito al possibile contagio del clima di EuroMaidan?
La popolazione kazaka teme gli scontri violenti, questa è la principale differenza tra i due Paesi. Non ci sarà alcun cambiamento rilevante nella capacità di mobilitazione della società civile. Tuttavia, la reazione del governo si è già vista con l’imponente spiegamento di forze durante tutto il mese di febbraio e la repressione delle proteste sulla politica economica domestica.

Per le strade di Almaty, i sentimenti sono contrastanti. C’è chi si preoccupa delle violenze e crede che sia tutto un disastro, come lo studente universitario Maksat. Dall’altra parte dello spettro socio-economico, invece, la dichiarazione di Timur, muratore ventenne, è quella che si è rivelata la più interessante: “È un bene che in Ucraina sia successo questo. Dimostra che le persone non possono sopportare un presidente orribile. Lo stesso è successo in Libia, e adesso in Siria. Per noi, la questione rimane l’opposizione atomizzata. Tutti i leader sono stati costretti a uscire di scena. Bisogna aspettare che il ‘grande vecchio’ passi a miglior vita per vedere un cambiamento. C’è freddo qui, ma c’è anche il sole e la vita è tranquilla. Non vorrei vedere Almaty ridotta come Kiev“.

 

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