giovedì, Ottobre 28

Il mondo corre, l’Italia è bloccata, Giorgetti si crede John McCain Tra emergenze democratiche e ritardi di programmazione, solo poco più della metà dei fondi del PNRR per investimenti in opere edilizie è stato territorializzato. Intanto, dopo la sconfitta alle amministrative, gli avversari interni di Salvini ne approfittano per consolidarsi e gettare le basi per un’alternativa

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L’attenzione è concentrata sui gravissimi fatti accaduti a Roma, la devastazione ad opera di violenti estremisti della destra estrema della sede nazionale della CGIL, gli assalti a palazzo Chigi, i disordini e l’irruzione al pronto soccorso dell’Umberto I… Hanno ovviamente ragione il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio, il segretario della CGIL Maurizio Landini e tutti i maggiori leader politici a condannare quello che è accaduto. Se rimprovero si vuole e si deve fare, è di non averlettoper tempo (e agito di conseguenza) una quantità di episodi’ che preannunciavano quello che poi si è scatenato sabato scorso ad opera di facinorosi noti e che andavano sorvegliati e messi nella condizione di non operare.
Nessuna sottovalutazione di quello che accade, oltretutto alla vigilia dell’importante ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma: a questo punto, più che maipoliticoil duello tra il candidato del centro-sinistra Roberto Gualtieri, e quello del centro-destra Enrico Michetti.
Tuttavia, chi fa politica dovrebbe prestare orecchio e occhio anche a questioni eurgenzemeno appariscenti, che meno si prestano al nuovo modo di comunicare via twitter, facebook, istagram. Perché il mondo, Italia compresa, non si riduce a una piattaforma social, sia pure Tik tok. C’è una realtà molto concreta, che di virtuale non ha proprio nulla.

La realtà concreta, che riguarda tutti e nessuno escluso, è nei dossier che si affastellano sulle scrivanie di Draghi, e di alcuni suoi diretti collaboratori, titolari di ministeri ‘pesanti’ e si spera ‘pensanti’: Renato Brunetta, Roberto Cingolani, Vittorio Colao, Federico D’Incà, Daniele Franco, Dario Franceschini, Massimo Garavaglia, Giancarlo Giorgetti, Enrico Giovannini, Andrea Orlando
Per dire: solo poco più della metà (55,7 miliardi) dei fondi del Piano nazionale di ripresa e di resilienza per investimenti in opere edilizie è stato territorializzato. E’ quanto emerge da una relazione dell’Associazione dei costruttori (ANCE). Il Centro Italia, con solo il 15 per cento degli importi già distribuiti sul territorio, ‘soffre’ più del Sud: 43 per cento, la macro-area con finora la maggiore quantità di risorse. Il Nord è a quota 42 per cento delle risorse. In concreto: al Sud 24,180 miliardi; al Nord 23,315 miliardi; al Centro 8,193 miliardi. Il rapporto dell’Ance fotografa l`effettiva ripartizione delle risorse del PNRR sul territorio. L’ANCE analizza l’attuazione progetto per progetto. Il totale delle risorse già «territorializzate» (circa 55,7 miliardi), costituisce poco più della metà dei 108,2 miliardi presi in considerazione, in quanto destinati a materializzarsi in lavori e opere di competenza del settore edilizio. Sono risorse in gergo già «territorializzate»: hanno completato la catena della programmazione dei fondi con la ripartizione sul territorio a Regioni, Province e Comuni. E’ successo solo per pochi programmi: per esempio i 159 progetti per la riqualificazione delle città (2,8 miliardi), approvati dalla conferenza Stato-Regioni su proposta del Ministro delle Infrastrutture Giovannini. Ma tanti ancora non muovono i primi passi. Il “messaggio” dei costruttori è questo elemento: la preoccupazione per il 49 per cento di fondi (52,5 miliardi), ancora da distribuire. Uno dei grandi rischi del ritardo nell’attuazione del PNRR è proprio la «territorializzazione»: presuppongono accordi prima con gli altri ministeri, poi con gli Enti locali. Per l’ANCE ‘promossi’ ministri della Giustizia Marta Cartabia e delle Infrastrutture Giovannini: hanno ‘territorializzato’ il 100 per cento e il 92 per cento delle risorse disponibili. Molto, invece, devono ancora fare altri ministeri chiave: la Cultura deve ancora ripartire sul territorio il 49 per cento delle risorse di sua competenza; l’Interno il 60 per cento; l’Istruzione il 61 per cento; il Turismo il 72 per cento; il ministero della Transizione ecologica, ha ripartito solo il 24 per cento; quello della Salute deve ripartire l’intera somma di competenza.

Si vuole uscire dai confini nazionali? Chissà quando si prenderà atto che l’Italia, e con lei l’Unione Europea, svolgono un ruolo marginale, sostanzialmente irrilevante: lo scacchiere della geo-politica che incide e conta, si sposta tra Africa e Estremo Oriente, gli attori principali si chiamano non solo Stati Uniti e Russia, ma anche Cina.
Xi-Jinping da tempo batte sul chiodo Taiwan, l’isola Stato dove si sono rifugiati i cinesi che non hanno accettato il regime comunista di Mao. Da sempre Pechino non accetta la sua indipendenza, e lavora per la riunificazione (che Taiwan non vuole e teme). Xi è minaccioso (per ora a parole): «Il separatismo di Taiwan è il più grande ostacolo al raggiungimento della riunificazione della madrepatria e il più grave pericolo per il ringiovanimento della Nazione. Il compito storico della completa riunificazione deve essere assolto, e lo sarà sicuramente. Chiunque voglia tradire e separare il Paese sarà giudicato dalla Storia e non farà una buona fine. Nessuno dovrebbe sottovalutare la determinazione, la volontà e la capacità del popolo cinese di difendere la sovranità e l’integrità territoriale».
Di conseguenza si moltiplicano gli sforzi e gli interventi di Washington per contenere l’espansionismo cinese nella regione; basti dire che da tempo i marines e le forze speciali americane addestrano i militari locali per rispondere a una possibile invasione. Taiwan lancia da tempo l’allarme: «Soltanto i 23 milioni di taiwanesi hanno il diritto di decidere il futuro e lo sviluppo dell’isola». Xi ha tutto l’interesse a non mollare: svia l’attenzione del Partito su molti fallimenti economici interni; e la carta dell’espansionismo nazionalista gli fa comodo in vista del Congresso, quando, abolito il limite dei due mandati, si appresterà a diventare presidente a vita.
Come sia, ancora prima della presidenza di Joe Biden gli Stati Uniti guardano al Pacifico; e la conferma viene da una parte dal patto con Australia e Regno Unito per i sottomarini a propulsione nucleare; dall’altra dal rilancio del dialogo strategico del cosiddetto QUAD, con Australia, Giappone e India. Il Dipartimento della Difesa USA fa filtrare ad arte che si esaminano scenari ipotetici in caso di un blocco navale o attacchi a Taiwan: un modo per far sapere a Pechino che anche Washington fa sul serio. L’ammiraglio Phil Davidson, già al comando Indo-Pacifico, ipotizza che la Cina potrebbe tentare il ‘colpo’ entro sei anni. Oriana Skylar Mastro, esperta della Stanford University, sostiene che la Cina ha già studiato quattro campagne militari: a) bombardamenti per disarmare Taiwan; b) blocco navale; c) attacchi, ciberassalti alle vicine forze Usa per neutralizzarle; d) uno sbarco sull’isola.

Si può tornare nei confini nazionali. Dopo la sostanziale sconfitta elettorale di Matteo Salvini e della Lega alle ultime elezioni amministrative, si può ben dire che quello che una volta era chiamatoCapitano‘, è stato retrocesso a caporale‘ (e c’è chi il ‘caporale’ che è in Salvini l’aveva visto al tempo in cui si diceva ‘Capitano’); anche le sue recenti intemerate nei confronti del Governo, sono tanto fumo con nessun arrosto. Gli avversari interni ne approfittano per consolidarsi e gettare le basi per un’alternativa. In proposito, è bene non perdere di vista le mosse del Ministro Giancarlo Giorgetti, che da tempo guida la fronda. Ha in programma, la settimana prossima, un viaggio negli Stati Uniti. La ‘sponda’ americana ancora serve a qualunque leader che ambisca ad accreditarsi sullo scenario politico italiano. Una missione di sei giorni; ufficialmente in agenda colloqui con il suo omologo e dirigenti di grandi aziende italiane che operano negli Stati Uniti. Di fatto Giorgetti cercherà di far dimenticare i flirt della Lega a impronta Salvini con Donald Trump. Ai molti esponenti di rilievo della maggioranza democratica, Giorgetti sarà presentato come una specie di John McCain della Lega: e la cosa non è priva di significato: McCain è il senatore repubblicano che, quasi unico, ha avuto il coraggio di opporsi a Trump. Giorgetti è l’uomo che cura i rapporti con il mondo produttivo e industriale del Nord: incarna l’anima pragmatica del potere leghista. Previsti colloqui con manager di aziende italiane presenti negli Stati Uniti come Barilla e Fincantieri; e tenere e un discorso nella prestigiosa università di Harvard. Sempre più scopertamente gioca una partita sua; si vedrà con che esiti. Se si considera poi che è già fissata in agenda una trasferta prima ad Abu Dhabi (Expo), poi Riad (previsto un incontro con il principe ereditario Mohammed bin Salman), ecco che si intravede la tela di ragno che giorno dopo giorno si tesse.

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