sabato, novembre 17

Il mondiale del Medio Oriente: i legami tra geopolitica e calcio Le Nazioni mediorientali ai mondiali tra diritti conquistati e proteste politiche. Un’analisi dei riflessi geopolitici sulla Coppa del Mondo in Russia

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Nonostante la tragedia greca vissuta da migliaia di italiani per l’esclusione degli azzurri dai mondiali, la Coppa del Mondo in Russia è stata fino ad ora l’apoteosi delle ‘seconde’, di quelle Nazioni che nel panorama politico mondiale contano in apparenza meno rispetto alle loro controparti occidentali. Si può non amare il calcio, ma per chi ama le cause perse lo spettacolo dei mondiali è indubbiamente affascinante. Un palcoscenico dove, almeno in parte, gli equilibri politici vengono capovolti per lasciare posto alle regole del pallone. É il caso del Medio Oriente, regione perennemente sui giornali più per le continue guerre e crisi umanitarie, che non per successi sportivi, che in questo mondiale si è presentata a Mosca con ben cinque Nazioni: Arabia Saudita, Marocco, Tunisia, Egitto ed Iran.

Mai come in questo appuntamento russo il Medio Oriente è riuscito a portare ai mondiali così tanti Paesi; e mai come in questa occasione, il parterre della Coppa del Mondo è diventato lo specchio di rivalità regionali. Durante i mondiali di calcio in Francia del 1998, nessuna sfida aveva assunto una pesante carica politica come quella tra Stati Uniti ed Iran, 19 anni dopo la deposizione dello Shah filo americano, che già prima del fischio d’inizio era stata definita come «la partita dal peso più politico nella storia della Coppa del Mondo». La partita si concluse con una vittoria per l’Iran, e per il calcio, che ebbe successo dove la politica fallì, facendo disputare l’incontro in un clima di sportività, come testimoniano le parole dell’allora difensore della nazionale americana Jeff AgoosAbbiamo fatto più noi in 90 minuti che i politici in 20 anni».

A questi mondiali gli Stati Uniti non sono presenti, lo è invece l’Iran, che insieme all’Arabia Saudita costituisce la più accesa rivalità a livello regionale. Ma se Teheran e Riad continuano a trovare terreni di scontro e ad infiammare sempre più le tensioni in Medio Oriente, la Coppa del Mondo ha finora dimostrato come le due tifoserie possano essere più accomunate di quanto non lo siano i loro Governi. Tante sono le peculiarità condivise dalle due Nazioni: una su tutte la questione dei diritti delle donne.

L’Iran continua ad essere fortemente criticata per il divieto imposto alle donne nel partecipare ad eventi sportivi maschili, come dimostra il caso della tifosa iraniana Ghoncheh Ghavami, incarcerata nel 2015 per aver voluto assistere ad una partita di pallavolo maschile. Data la relativa vicinanza geografica della Russia a Teheran, tante sono le tifose iraniane che si sono riversate negli stadi russi per poter seguire la loro nazionale, aggirando così le leggi casalinghe. Un tema caldo anche tra i calciatori iraniani a cui era stato chiesto un commento a riguardo, su cui, però, il centrocampista iraniano Masoud Shojaei è risultato molto evasivocon tutto il dovuto rispetto per lei e per la sua domanda, non siamo solo una squadra. Siamo una famiglia, ed è la nostra Nazione che sta giocando sul campo. Questa è una questione interna e preferiamo risolvere tali problemi in famiglia».

Solo di recente invece l’Arabia Saudita ha permesso alle donne di partecipare a partite di calcio casalinghe come parte del suo piano socio-economico di riforme Vision 2030’. Importanti passi avanti su cui però rimangono ancora molte ombre a seguito della recente incarcerazione di attiviste femminile. Nonostante Riad sia la nazionale con il ranking più basso a partecipare al mondiale, i riflessi della Coppa del Mondo sugli equilibri politici del regno saudita in Medio Oriente non sono stati pochi. Proprio a seguito del blocco economico imposto a Doha, l’Arabia Saudita è stata accusata dal Qatar di aver trasmesso illegalmente eventi sportivi live rubandoli alla bEIN, l’emittente televisiva qatarina che possiede i diritti per la trasmissione delle partite della Coppa del Mondo in tutto il Medio Oriente. Non solo, Riad, nel suo continuo tentativo di screditare e indebolire il Qatar a livello regionale ha cercato, in vista dei mondiali in Qatar del 2022, di influenzare la FIFA affinchè aumentasse il numero dei partecipanti da 32 a 48, una mossa che avrebbe ridotto la capacità di ospitare i mondiali da parte del Qatar, costringendo le partite ad essere giocate nei Paesi vicini, tra cui l’Arabia Saudita.

Il sincretismo tra politica e calcio saudita non si è limitato solo all’attuale Coppa del Mondo. Dove ha fallito con il Qatar, l’Arabia Saudita è riuscita ad aver ragione sul Marocco, altra Nazione partecipante ai mondiali in Russia, che proprio a causa delle pressioni saudite non è riuscita a vincere l’organizzazione dei mondiali del 2026, affidata invece al Nord America.

Oltre ai blasonati Lionel Messi e Cristiano Ronaldo, star assolute del calcio internazionale, i mondiali hanno acceso i riflettori su quei campioni meno patinati, che in patria sono diventati strumento di protesta politica. É il caso di Mohamed Salah, star del Liverpool e dell’Egitto. A inizio anno, durante le elezioni in Egitto, il suo nome è stato scritto da un milioni di egiziani sulle schede elettorali, portando al 7% di voti nulli, un tentativo di mostrare la futilità e dubbia validità delle ‘libere’ elezioni egiziane. Lo stesso Salah è stato inoltre più volte criticato per essere rimasto silenzioso riguardo ai soprusi del  Governo di Abdel Fattah al-Sisi. A seguito della strage di Port au said nel 2012, quando Sisi era direttore dell’intelligence militare, 74 fans del Al-Ahly morirono e altri 500 furono feriti per mano dei tifosi avversari del Al-masry, armati con coltelli, a causa del rifiuto della polizia egiziana di aprire i cancelli, intrappolando di fatto i tifosi dell’Al-Alhy. Molti calciatori si espressero pubblicamente contro il regime, subendo pesanti ripercussioni. Nonostante la reticenza di Salah nel parlare contro il regime, il calciatore del Liverpool è sicuramente diventato un ambasciatore della fede islamica, promuovendo ed offrendo una nuova immagine di una religione troppo spesso bistrattata e strumentalizzata per bassi fini politici.

A tenere banco in questi mondiali è sicuramente, ancora una volta, la questione del nucleare iraniano. A seguito dell’uscita statunitense dall’accordo e delle pressioni del Presidente americano Donald Trump, la Nike, il colosso mondiale nella produzione di scarpe, ha ritirato la fornitura di scarpini alla nazionale iraniana proprio in vista dei mondiali. Una mossa che rafforza lo stretto legame tra sport e politica.

Un rapporto che certo è stato sfruttato al meglio proprio da Vladimir Putin. Il Presidente russo ha fatto di questa Coppa del Mondo l’occasione perfetta per continuare a riaffermare la Russia come potenza mondiale, lavorando su un’immagine ospitale ed inclusiva di Mosca. Ed è proprio in Medio Oriente che la Russia sta giocando la sua partita decisiva davanti ad una remissiva posizione statunitense, sempre più oscurata dalla crescente influenza russa, che grazie al suo ruolo in Siria, ha acquisito una strategica assertività.

Lo sport dovrebbe esulare dalla politica, ma mai come in questi mondiali, gli stadi russi sono diventati lo scenario perfetto in cui riversare tensioni regionali o appianare rapporti problematici, e dove, anche i tifosi mediorientali, possono gioire e trovare conforto nelle regole del pallone, laddove la politica, in patria, fallisce.

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