sabato, Luglio 24

Il molteplice Pacifico di Peña Nieto field_506ffb1d3dbe2

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Nieto pacifico

Il Presidente messicano Enrique Peña Nieto l’aveva detto già durante il Vertice CELAC de L’Avana di inizio febbraio: l’integrazione dell’America Latina avverrà innanzitutto attraverso i rapporti commerciali. Le recenti visite in Ecuador Cile sembrano andare proprio in questa direzione: nel corso dei due brevi viaggi, compiuti  il 10 e l’11 marzo, Peña Nieto ha infatti insistito nell’affermare la necessità di intensificare gli scambi economici non solo in ambito bilaterale, ma anche, come nel caso del Cile, attraverso le strutture organizzative già esistenti, quali ad esempio l’Alleanza del Pacifico. Si tratta, comunque, come già si era visto durante la riunione tenutasi a Cuba, di obiettivi sostenuti dal pragmatismo, vista la diversità degli interlocutori incontrati dal Presidente Messicano: le istanze abitualmente sostenute dal mandatario ecuadoregno Rafael Correa differiscono nei toni da quelle della rieletta Presidente cilena Michelle Bachelet, di sicuro anche nei contenuti rispetto a quelle dell’uscente predecessore di quest’ultima, il conservatore Sebastián Piñera, anch’egli incontrato da Peña Nieto.

Simbolicamente, seppur in modo coerente con l’impostazione commerciale della missione, è significativo che le due visite di quest’ultimo abbiano riguardato Paesi che si affacciano sul Pacifico, cioè lungo uno degli assi privilegiati dalla politica economica estera di Città del Messico. In realtà, benché non manchino i sostenitori di una possibile candidatura in tal senso, l’Ecuador ha finora rigettato ogni possibilità di aderire ad un progetto come l’Alleanza del Pacifico, che il Presidente Correa considera un ostacolo all’integrazione regionale: in una conferenza tenuta alla Sorbona lo scorso novembre, ha infatti affermato che l’Alleanza costituirebbe «una strategia per impedire l’unione regionale», volta non a «creare una grande nazione sudamericana, bensì solo un grande mercato». 

Questo nonostante, solo quattro mesi prima, funzionari ecuadoregni guidati dal Ministro per la Produzione, l’Impiego e la Competitività si fossero recati proprio in Messico per analizzare le possibilità di un trattato di libero commercio fra i due Paesi. L’accordo avrebbe avuto come estensione dell’Accordo Preferenziale (Acuerdo de Alcance Parcial) n. 29, firmato nel 1989 e vigente nella cornice dell’Associazione Latinoamericana di Integrazione (Aladi), che permette a Quito di avere agevolazioni daziarie su 385 prodotti e a Città del Messico su 206 prodotti.

Proprio in occasione della visita di Peña Nieto, tuttavia, il Ministro del Commercio Estero ecuadoregno Francisco Rivadeneira ha scartato la possibilità di un TLC col Messico, pur affermando di voler ampliare le possibilità concesse dall’accordo vigente per ridurre i dazi su prodotti di punta del suo Paese quali fiori e tonno. Da parte sua, Peña Nieto ha espresso il desiderio di maggiori investimenti messicani nel Paese sudamericano, sottolineando il dovere di «approfittare del dinamismo economico mostrato dall’Ecuador negli ultimi anni, così come delle riforme strutturali intraprese dal Messico, per rafforzare la loro competitività e le prospettive di crescita»: in particolare, il Presidente messicano ha ricordato che la quintuplicazione del commercio bilaterale negli ultimi dieci anni lascia comunque ancora terreno per un aumento equilibrato dei rapporti commerciali.

Ad oggi, in realtà, la bilancia commerciale favorisce il Messico con 911 milioni di dollari di esportazioni contro importazioni da Quito per 124,5 milioni: a pesare sono soprattutto investimenti come quelli della compagnia telefonica Claro di Carlos Slim, della produttrice di prodotti in plastica Mexichem e di ARCA, che imbottiglia i prodotti Coca-Cola venduti in Ecuador. Non è chiaro quanto i cinque accordi firmati il 10 marzo, che hanno riguardato soprattutto la cooperazione in ambito di sviluppo ed educazione, possano modificare un rapporto così sbilanciato nonostante le dichiarazioni di uno «sforzo sostenuto» in tal senso.

Uno squilibrio consistente caratterizza anche la bilancia commerciale fra Messico e Cile, benché le dinamiche siano differenti. Gli ultimi dati disponibili forniti dall’Ambasciata Cilena in Messico, relativi al 2012, indicano infatti un surplus messicano pari a 1,117 miliardi di dollari, risultato di una completa inversione di tendenza avvenuta negli ultimi anni: nel 2006 era infatti il Cile ad avere un avanzo positivo di 1,293 miliardi di dollari.  L’inversione di tendenza sembra legata alla progressiva apertura del Messico ad altri mercati, che ha permesso di diminuire le importazioni di prodotti cilene mentre aumentavano le esportazioni: come riporta ad esempio la Camera di Commercio Messicana-Cilenauna significativa diminuzione delle esportazioni cilene in Messico fra 2011 e 2012 ha riguardato il settore del rame, che soffrirebbe la decisione messicana di rivolgersi al mercato statunitense; altri settori, come quelli della pesca, della frutta e dei liquori, hanno visto la competizione allargarsi a Paesi come il Perù, che dal 2012 commercia col Messico nel quadro di un trattato di libero commercio.

In realtà, lo stesso Cile è legato al Messico da un trattato di libero commercio, operativo dal I agosto 1999. Ma la visita di Peña Nieto si è concentrata, dal punto di vista commerciale, piuttosto sul quadro regionale dell’Alleanza del Pacifico: «credo che l’Alleanza del Pacifico sia uno scenario ed uno spazio che, senza dubbio, ha consolidato in maniera molto significativa la relazione tra Cile e Messico», afferma la dichiarazione ufficiale rilasciata all’arrivo a Santiago del Cile, che ribadisce la volontà di proseguire su una strada che «permetta una maggior integrazione del nostro lavoro con tutta la regione latinoamericana». La visione messicana, insomma, rimane molto differente da quella ecuadoregna: lo si era visto, d’altronde, non più tardi di un mese fa, quando l’organizzazione pacifica (che, ricordiamo, oltre a Messico e Cile include anche Perù e Colombia) ha deciso di approfondire la cooperazione interna in termini di unione bancaria, di circolazione delle persone e di cooperazione per lo sviluppo.

La visita di Peña Nieto in Cile ha avuto più che altro la funzione di segnalare la continuità della relazione fra i due Paesi nell’ambito dell’Alleanza, avendo avuto luogo in occasione del passaggio di consegne presidenziale nella data tradizionale dell’11 marzo. La sera del 10, infatti, Peña Nieto era presente all’ultima cena offerta da Sebastián Piñera in qualità di Presidente della Repubblica Cilena, mentre il giorno successivo, oltre ad assistere a Valparaíso all’assunzione ufficiale dell’incarico da parte di Michelle Bachelet, ha avuto con quest’ultima il primo incontro bilaterale sotto il nuovo mandato. Non è emerso molto riguardo a quest’ultimo, svoltosi in forma privata, ma dalle dichiarazioni del Presidente messicano è possibile che si sia parlato di cooperazioni multilaterali, a partire dall’Alleanza del Pacifico per giungere alla CELAC ed all’Accordo di Associazione Transpacifico, di cui – come ha ricordato Peña Nieto – i due Paesi sono in fase di negoziato per l’accesso.

È comunque da segnalare che, secondo le dichiarazioni ufficialila presenza di Peña Nieto all’investitura «riafferma questa vocazione e immutabile volontà del Governo della Repubblica Messicana di riaffermare la propria identità latinoamericana e continuare a lavorare in modo coordinato coi Paesi di questa ragione per un maggior sviluppo ed un maggior progresso dei Paesi latinoamericani». Un proposito che, tuttavia, non ha impedito al Presidente messicano di incontrarsi privatamente col Vicepresidente statunitense Joe Biden, anch’egli presente alla cerimonia.

Il Messico, dunque, continua ad improntare la propria politica estera sul pragmatismo, ridimensionando le differenze ideologiche dei diversi Governi con cui coopera «attraverso spazi e meccanismi di integrazione distinti», come dichiarato dallo stesso Presidente in relazione ai rapporti latinoamericani. A dimostrarlo, il breve giro effettuato lungo la costa pacifica dell’America meridionale, dove il ricorso ad ideali (la ‘fratellanza latinoamericana’) appare più un ornamento per concreti rapporti economici da cui il Paese sta traendo effettivi vantaggi per i propri investimenti esteri e che, al contempo, non gli impediscono di aprirsi ad aree con cui non c’è una vera ’identità condivisa’. La strategia di Peña Nieto appare fruttuosa per le intersezioni fra i diversi ‘spazi’ in cui opera: deve però affidarsi alla speranza che questi ultimi non entrino mai in contraddizione fra loro. L’eventualità di dover scegliere non sembra accordarsi con l’’ecumenismo’ di Los Pinos.

 

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