giovedì, Agosto 5

Il mito della crescita economica argentina

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Uno studio smentisce la versione ufficiale che sostiene che il paese sia cresciuto in maniera costante fino al 2011. E sostiene che il reddito pro capite del PBI è monopolizzato dal 2008.

Dal momento in cui Guillermo Moreno, l’allora Segretario del Commercio Interno, intervenne nell’Istituto Nazionale di Statistica e Censimenti INDEC nel 2007, la fiducia nei suoi numeri è diminuita fino a diventare nulla. Per far accadere una cosa del genere è stato necessario lo svuotamento dell’intero organismo e la sua sostituzione con tecnici più vicini al governo, come Beatriz Paglieri, che non nasconde la sua simpatia verso il kirchnerismo secondo quanto si può vedere sul blog todasconcristina.blogspot.com, in cui la si può vedere con una vogatrice con la faccia della presidentessa. Paglieri fu direttrice dell’Area dei Prezzi dell’organismo, un settore chiave e molto discusso dall’opposizione.

Secondo l’INDEC, per esempio, l’inflazione accumulata tra il 2007 e il 2013 fu dell’87,1%mentre secondo Graciela Bevacqua, uno dei tecnici mandati durante l’intervento, questo dato arriva al 331,7%. La cosa certa è che la percezione dei cittadini medi non mette in dubbio quest’affermazione. Dato che i cittadini non possono mangiare con 6 pesos al giorno, come era stato anche suggerito dall’organismo, gli è facile capire quale delle due cifre è la più veritiera. E sicuramente non è quella dell’INDEC.

Il progetto Arklems nasce come tentativo di dare all’Argentina un po’ di sicurezza statistica che le serve per inserirsi nel mondo. Il dottore in economia Ariel Coremberg è il coordinatore di quest’iniziativa di ricerca dell’Università di Buenos Aires, che ha iniziato analizzando la stima di stock di capitale nel pieno della crisi del 2001. «Ci siamo basati su quello che fanno ad Harvard e in altre università e siamo giunti a definire il lavoro da svolgere», spiega.

Oggi, il progetto Arklems+LAND è composto da un gruppo di economisti con più di 15 anni di esperienza nella metodologia KLEMS (dalla sua sigla inglese: Capital, Labor, Energy, Material and Service Inputs), creata dal dottor Dale Jorgenson dell’Università di Harvard. La versione argentina vuole «misurare e paragonare internazionalmente le fonti della crescita economica, la produttività e la competitività dell’economia argentina». L’aggiunta del “+LAND”, è dovuta al rilevamento di altre caratteristiche specifiche del nostro paese e della regione, come le risorse naturali (terra agricola e zootecnica e gli attivi del sottosuolo), l’infrastruttura pubblica, l’economia non registrata (molto estesa nelle province del nordovest), l’informalità e la segmentazione dei mercati del lavoro, gli effetti del ciclo economico e la crisi sulla produttività, tra i vari temi.

Arklems versus INDEC

«L’Argentina sta avendo la fase di crescita economica più prolungata degli ultimi 200 anni», ha affermato il Ministro dell’Economia Axel Kicillof alla fine del 2013, quando voleva ottenere l’approvazione del Congresso alla sua proposta di preventivo per l’anno entrante. Affermazioni di questo tipo sono comuni tra i funzionari. Senza dubbio, questi dati sono discussi dall’Arklems, che ha analizzato l’evoluzione del PBI degli ultimi 100 anni. Coremberg sintetizza: «Durante il periodo kirchnerista, la crescita fu costante fino al 2007, sebbene l’INDEC sostenga che fu fino al 2011». Oggi quest’organismo dichiara che il PBI nazionale presenta una caduta interannuale dello 0,4%mentre Arklems stima che il momento più basso “raggiunge i 2 punti”. La differenza non è piccola, soprattutto se si osserva durante un periodo positivo. «In 50 anni, un punto in più o in meno spiega spaccatura tra paesi sviluppati, come Stati Uniti e Botswana», afferma Coremberg.

Il documento di Arklems che smentisce le versioni ufficiali si chiama ‘De las tasas chinas a los pocillos sin café‘ (‘Dalla crescita costante alle tazzine senza caffè‘), in un gioco di parole fa rendere conto dell’illusione della crescita argentina. «Il regime macroeconomico attuale, nonostante si metta in rilievo per il recupero accelerato del livello di produzione postcrisi, non è l’unico che ha presentato tasse costanti nell’ultimo secolo», dichiara. E aggiunge altri dati: «Per tasse accumulate e media annuale, i periodi di recupero maggiore postcrisi furono 1900-1913, 1913-1929, 1963-1974 e 2002-2014, (quest’ultimo secondo la misurazione dell’INDEC)». Da questo si deduce che la crescita costante è stata imposta da modelli economici e politici diversi.

Nella sua ricerca sul periodo 1913-2013Arklems ha individuato una crescita del PBI nazionale del 2,7% in media annuale e che l’attuale regime macroeconomico evidenzia un tasso di crescita a lungo termine tra i massimi ciclici 1998-2013 di 2,2% in media annuale, al di sotto della tendenza del 1913-2013, e dei periodi 1944-1974 e 1987-1998.

Lo studio aggiunge altri dati che mandano all’aria il discorso ufficiale. Uno di questi sostiene che l’Argentina è stato il paese che è cresciuto meno nell’intera regione e che il PBI pro capite «ha una crescita quasi nulla» dal 2008, dice Coremberg. Questo è ancor più negativo se si considera che, come mette in evidenza Coremberg, «Praticamente tutte le materie prime che esporta la regione hanno presentato grandi incrementi di prezzo tra il 2002 e il 2011. Le commodities di origine agricola e zootecnica (la principale produzione argentina) sono cresciute del 180%».

L’Argentina ha perso grandi opportunità di crescita a causa di un fattore centralel’inflazione«L’inflazione accumulata dal 2006 ha annullato quasi completamente i vantaggi competitivi iniziali originari della mega svalutazione e dell’auge dei prezzi delle commodities», sostiene Coremberg in uno studio per la Borsa Merci di Rosario. In questo documento afferma: «Si sono perse credibilità e reputazione nella politica economica tramite l’intervento politico del sistema statistico, discrezionalità non delimitata e mancanza di coordinazione tra la politica monetaria, delle entrate, fiscale e commerciale».

La cosa certa è che la distorsione dei prezzi, responsabilità dell’INDEC, non ha fatto altro che generare sfiducia nella popolazione e negli investitori stranieri. A otto mesi dalle elezioni presidenziali, sarà difficile che il governo riesca a dare una svolta allo scenario nel quale influisce anche la politica: tutti i sondaggi coincidono nel fatto che la morte del fiscalista Alberto Nisman influisce negativamente sull’immagine di Cristina Kirchner.

«Il nostro paese ha bisogno di affrontare definitivamente un vecchio dilemma rimasto irrisolto da decenni che risulta essere una chiave per la sua crescita futura: un sistema economico che permetta di incentivare la competitività e la crescita finanziaria con risparmio della moneta domestica (andando a fondo del mercato dei capitali), e allo stesso tempo permetta di accrescere e sostenere i salari reali nel tempo senza dover ricorrere a svalutazioni ripide che vanno contro il suo potere acquisitivo e la distribuzione delle entrate», sostiene Coremberg. Il problema, sicuramente, sarà la prima eredità che dovrà risolvere il prossimo governo.

 

traduzione di Sara Merlino

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