lunedì, Settembre 20

Il miracolo del Museo dell'Università di Tor Vergata Un'iniziativa che è volano di cittadinanza e appartenenza per le periferie romane

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Museo Archeologia per Roma Villa Gentile 

 

Stiamo sviluppando una pelle dura come un ippopotamo per corazzarci contro le cattive notizie.

Ormai non ci soffermiamo se non sulle catastrofi, le alluvioni, le epidemie, i disastri naturali più improbabili, i delitti, meglio se efferati, crudelissimi: se poi sono femminicidi, c’inzuppiamo il biscotto con un sadismo non da poco; e, ancora, i cataclismi tropicali calati dalle parti nostre, le guerre, gli atti terroristici e, se proprio vogliamo rimanere sul minimal, gli atti vandalici urbani, i teppismi.

Abbiamo esportato la ferocia anche nel web, per cui ci sono la pedopornografia on line, il cyberbullismo, le molestie d’ogni genere. Si tortura un ragazzino perché obeso; se ne uccide un’altra, buttandola giù dal balcone dopo averla violentata.

Come fiori nel deserto dovrebbero brillare le news positive. Ed io, oggi, ne ho una che buca la calotta pietrificata della cattiveria sparsa e a pacchetti che ci circonda e parla al nostro lato intellettuale, sommerso da una discarica di male azioni. Gioisco di esserne io la cantatrice e passo subito a raccontarvela.

Per avere il piacere di partecipare all’evento connesso, ho persino rotto il mio eterno tabù contro la Metropolitana di Roma.

Ieri mattina è stato inaugurato il Museo Archeologia per Roma, che arricchisce l’Università di Tor Vergata di un’attrattiva didattica ed extradidattica, aprendolo al suo territorio di riferimento e consentendo di far emergere come la Capitale d’Italia possegga una peculiarità unica al mondo: un’area estesissima, letteralmente ‘spalmata’ di vestigia archeologiche, alcune riconoscibili, altre talmente incastonate nel tessuto urbano da essere indistinguibili (e queste ultime bisognerebbe ‘riscoprirle’ e far sì che i cittadini se ne riapproprino grazie alla conoscenza).

Il Museo ha trovato collocazione in Villa Gentile, casale rustico che sorge su un’antica villa romana ed è adiacente la famosa Torre Vergata, nota sin dai tempi medioevali, ma di cui non rimane traccia se non nel nome, poi mutuato dalla seconda Università romana, di cui è oggi Rettore Giuseppe Novelli.

Il Museo, ideato e curato da Andreina Ricci, docente di Archeologia classica dell’Ateneo, è stato finanziato da Arcus SpA, che ne ha fatto un’articolazione del suo Progetto ‘Roma fuori dai Fori’. Arcus è una Società di diritto privato detenuta al 100% dal MIBACT, di cui segue gli indirizzi e le direttive: un braccio operativo efficace che ha al timone il Presidente Ludovico Ortona e il direttore generale Ettore Pietrabissa.

Un Museo piccolo ma importantissimo, per una serie di motivi che la presenza all’inaugurazione del Ministro Dario Franceschini ha, in un certo qual modo, ‘consacrato’. Innanzitutto, è importantissima la sua destinazione didattica e di ‘apertura’ a tutti i cittadini che si riappropriano della storia del territorio ove vivono. L’antica Roma, infatti, nella sua estensione, s’ampliò a cerchi concentrici, raggiungendo le dimensioni odierne.

Ville rustiche periferiche e centro città erano in osmosi, cosa che, invece, non accade oggi; insomma, come hanno detto i relatori presenti, la sfida del XXI secolo è abbattere le barriere con le periferie, che sono anch’esse centrali, visto che il mercato ha espulso tanti cittadini dal centro storico, monopolizzandolo per uffici e super benestanti.

In più, ci sono i nuovi residenti, immigrati da altri Paesi del mondo. Raccontare loro la storia/le storie li renderebbe cittadini consapevoli e non ospiti, svilupperebbe il loro senso di appartenenza, anche perché la seconda generazione nata in Italia potrebbe metabolizzare meglio il proprio senso di cittadinanza.

Un godimento a parte, se proprio devo dirvela tutta, l’ho tratto dall’ascoltare un intervento fra tutti, oltre a quello appassionato e convincente di Andreina Ricci   -gli altri erano di cerimoniale, come d’altronde dovevano essere, dal Magnifico Rettore in poi-:  Salvatore Settis mi ha deliziata (immagino anche gli altri presenti, ma io posso parlare per me…) con un intervento ‘non scritto’ e ragionato: ha evocato la neolingua immaginata da Orwell nel suo ‘1984‘, ove le parole cambiavano significato per volizione governativa. Per effetto di ciò si assottigliavano i dizionari.

«La profezia di Orwell in questo caso non ha colto il segno», ha affermato Settis, in quanto i dizionari sono sempre più ampi   -lo Zingarelli 2015 ha dato cittadinanza anche a vocaboli come ‘selfie, svapare, diritto all’oblio, nomofobia, labbruto, wedding planner, redditest e cachistocrazia… quest’ultima, abbastanza imbarazzante… –   ma comunque oggi le parole cambiano di significato, seppure non per decreto.

La città è stato il luogo della cittadinanza e si sentiva di appartenervi in quanto ‘loci’ e non grazie al mercato. Nulla come le piazze italiane è metafora di ciò: in esse conveniva la vita dei cittadini, si creava tessuto sociale. Va ridata dignità alle periferie affinché non siano un margine da cui fuggire, ma un nuovo centro da cui ripartire.’

Sono concetti pregnanti, di cui il Museo, risultato del ventennale lavoro del CESTER – Centro per lo Studio delle Trasformazioni del Territorio – può assurgere come vessillo. Gli ormai esangui centri storici, scarnificati dal mercato, hanno bisogno di trasfusioni di linfa nuova, di cittadinanza attiva che invece pullula nelle periferie.

Anche un Museo, pieno di interessanti declinazioni, sia della vita quotidiana sia della morte quotidiana, può rappresentare un incitamento a replicare l’esperienza perché, come ha detto il Ministro Franceschini, si sostenga il modello del ‘Museo diffuso’ in grado di ricomprendere anche le periferie, sconfiggendo quella rassegnazione assurda, (la definizione è del Ministro) prevalente in Italia, secondo la quale le periferie urbane non sarebbero riqualificabili, ma un bubbone irredimibile.

Un pregiudizio circolante solo dalle nostre parti. Lo stesso Franceschini ha richiamato l’esempio newyorchese, dove slums per decenni impraticabili sono stati rilanciati con grande successo e fioriscono nel fervore di iniziative.

 

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