giovedì, Ottobre 21

Il Ministro, Coldiretti e la cattura del regolatore field_506ffb1d3dbe2

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De Girolamo coldiretti

La fotografia di Nunzia De Girolamo, Ministro per le Politiche Agricole che, lo scorso 4 dicembre, partecipa ad una manifestazione a tutela del Made in Italy  lungo il confine del Brennero,  indossando la tuta gialla di Coldiretti, a visuale, fosforescente testimonianza della propria adesione alle istanze del principale movimento degli imprenditori agricoli italiani è stata a lungo commentata sulla stampa nazionale, sottolineandone spesso l’inopportunità istituzionale.

Le critiche più consistenti all’esponente del Governo Letta, tuttavia, sono tuttavia arrivate da Confindustria. La più grande organizzazione della rappresentanza imprenditoriale italiana ha dichiarato che la partecipazione del Ministro alla manifestazione era da considerare «sconcertante» in quanto dimostrava di «non tenere in debita considerazione tutte le disposizioni Ue che regolano l’originalità dei prodotti agroalimentari». E se la risposta del Ministro è parsa piccata – De Girolamo ha dichiarato: « Parteciperò ad altre decine, centinaia, migliaia di manifestazioni, senza paura di intimidazioni, ogni qualvolta sarò in gioco la difesa dell’Italia e delle sue produzioni, indipendentemente dalla bandiera di chi organizza quella protesta, perché penso che la difesa degli interessi nazionali vada perseguita con una sola bandiera: quella italiana.» – vale la pena tornare sulla questione, perché poche volte nella vita di un politologo capita di assistere ad una manifestazione più concreta di una nozione teorica. In questo caso si tratta del concetto di cattura del regolatore da parte del regolato.

George Stigler, economista con Premio Nobel per la sua analisi delle politiche pubbliche, ha definito la cattura del regolatore come quel processo per cui, le agenzie pubbliche, istituzionalmente chiamate a stabilire regole generali e indirizzate al perseguimento dell’interesse della collettività per un certo settore produttivo (industria, servizi, agricoltura), agiscono invece in modo tale da favorire il comparto specifico su cui sono chiamati a creare norme. Di fatto, con la sua presenza ad una manifestazione per il perseguimento degli interessi di alcuni soggetti agricoli per cui doveva porre regole in vista dell’interesse collettivo, Nunzia De Girolamo non si qualifica solo per essere un soggetto davvero interessante per chi studi le complesse strade di transizione della comunicazione politica, con il riferimento nazional-populista alla «difesa dell’interesse nazionale sotto una sola bandiera: quella dell’Italia». Il Ministro registra un nuovo record di esemplificazione pratica del concetto di cattura del regolatore. Non è un caso che un altro storico soggetto della rappresentanza collettiva degli interessi organizzati, Confindustria, sia intervenuta segnalando la questione della partecipazione, considerata irrituale anche da un soggetto associativo tradizionalmente avvezzo alla pratica nel contesto politico del neo-corporativismo degli anni 80.

Perché in realtà Coldiretti è una lobby e fa lobbying in maniera puntuale, strutturata e stabile nei confronti del Ministero delle Politiche Agricole. E se da un lato non c’è nulla di male o di sorprendente in questo – è ovvio che una delle principali associazioni di categoria si prodighi per garantire la più adeguata tutela e promozione degli interessi dei propri associati presso chi è chiamato a decidere – quello che lascia perplessi è l’atteggiamento generale tenuto dal Ministro nei confronti della lobby dei produttori agricoli. Nonostante la manifestazione al Brennero sia stata la prima occasione pubblica in cui il Ministro ha indossato fisicamente la casacca degli agricoltori italiani, non sono mancate in passato occasioni in cui De Girolamo ha sposato in pieno l’opinione espressa da Coldiretti.

La ‘forza amica del Paese’ come si definisce l’associazione di categoria, guidata dallo scorso 15 novembre da Roberto Moncalvo, che con i suoi 33 anni si attesta come il più giovane leader tra i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori, ha infatti influenzato l’opinione del Ministro su una pluralità di tematiche sin dall’inizio dell’azione del Governo: in primo luogo opponendosi con forza all’esperimento del registro della trasparenza, stabilito presso il MIPAAF con un decreto ministeriale durante la precedente esperienza del Governo Monti. Le parole di Sergio Marini, allora Presidente di Coldiretti, sul registro come esperimento per la regolamentazione delle lobby erano state senza appello: «Lobby è quella forma di pressione che rappresenta esclusivamente l’interesse particolare e che pertanto non dovrebbe trovare spazio, a prescindere, nell’interlocuzione con le istituzioni. Le lobby ‘all’italiana’ hanno già fatto sufficientemente del male al paese per poterle legittimare in qualsivoglia forma».

Pertanto Coldiretti, Confederazione italiana agricoltori, Confagricoltura, ovvero le organizzazioni di rappresentanza degli interessi agricoli più numerose, rappresentative, dotate di expertise e di collocazione strategica nei processi produttivi avevano tutte boicottato l’esperimento del registro. Non solo non si sono iscritte, condannando l’esperienza alla più completa irrilevanza nei fatti, anche sulla scorta di alcune iscrizioni davvero peculiari (come l’Associazione Nazionale Allevatori del Cavallo Agricolo Italiano da Tiro Pesante Rapido o il Consorzio di Tutela della Melannurca Campana o l’Unione Importatori Esportatori Industriali Commissionari Grossisti Ingrassatori Macellatori Spedizionieri Carni Bestiame e Prodotti Derivati, senza nulla voler togliere alla attività di tali organizzazioni), ma devono aver determinato un certo orientamento sfavorevole del Ministro De Girolamo nei confronti della regolamentazione in genere del lobbying. Tale posizione è sfociata nelle pubbliche dichiarazioni contrarie alle forme di regolamentazione proposte nel corso del Consiglio dei Ministri del 5 luglio scorso. De Girolamo, riferendosi ad uno dei due testi presentati in CdM e successivamente rinviati ad un più attento esame comparativo – ne avevamo già parlato su queste colonne – aveva affermato che si trattava di una proposta illiberale e degna dell’URSS. Una visione altrettanto netta e deterministica di quanto già rappresentato in materia di lobby da parte del Presidente di Coldiretti. Una comunità di intenti, declinata in maniera più moralistica dalla organizzazione degli agricoltori e più ideologica dal Ministro, davvero degna di nota.  

Ma i temi su cui è possibile registrare una sostanziale identità di vedute tra il Ministro e Coldiretti non si limitano alla tutela attiva, anche contro l’U.E., del Made in Italy agroalimentare contro la contraffazione proveniente dai confini amici dell’Europa, o alla sostanziale valutazione negativa verso l’esperimento, peraltro davvero poco incisivo, di regolamentazione delle lobby dentro al MIPAAF. Un altro tema  davvero rilevante di politica agricola, come la possibilità di inserire coltivazioni biotech nel territorio italiano, ha registrato la totale identità di vedute tra la principale associazione di rappresentanza degli imprenditori agricoli e il Ministro. Da sempre Coldiretti ha assunto una posizione di assoluta intransigenza nei confronti di ogni tipo di innovazione biotecnologica delle colture in Italia, collegando, in maniera concettualmente non del tutto appropriata, la difesa del Made in Italy con la genuinità dei prodotti alimentari tradizionali, da sempre assoggettati all’uso massiccio della chimica.

Per scongiurare l’avvento della colza e del mais geneticamente modificati, Coldiretti ha realizzato un capolavoro di lobbying, commissionando nell’ottobre 2012 un sondaggio sulla percezione della pericolosità da parte degli italiani degli OGM e utilizzando il dato emergente, la diffidenza di 7 italiani su 10 verso il cibo biotech, per convincere gli esponenti di tutti i gruppi parlamentari del Senato  a confermare mediante  un ordine del giorno che il contrasto agli ogm sia una posizione unanime dell’intero Parlamento, alla fine di maggio 2013. Il Ministro De Girolamo, anche in questa circostanza ha condiviso in pieno la posizione di Coldiretti, spingendosi fino a dichiarare in un’intervista, lo scorso 24 giugno, che: «Faremo un decreto a tre firme, con i Ministri Lorenzin e Orlando. .. L’Europa lo potrebbe impugnare, è vero, e ci esponiamo a una violazione delle regole comunitarie». Puntuale come poche cose nel nostro Paese, il decreto interministeriale per bloccare la coltivazione del mais OGM in Italia è arrivato il 12 luglio scorso. Si tratta di un decreto motivato da questioni di urgenza e limitato al caso specifico della coltivazione del mais, che è stato lodato pubblicamente da parte di Coldiretti e che ha invece fatto registrare alcune perplessità da parte di altre organizzazioni della rappresentanza associata degli interessi, come Confagricoltura.

E a nulla sembra essere valso che la Corte di Giustizia della U.E. abbia con la sentenza C-36/11 dello scorso 6 settembre, affermato il principio giuridico che uno Stato non può impedire in via generale la coltivazione di organismi geneticamente modificati, che siano già iscritti nel registro europeo delle sementi. In questo senso la condanna dell’Italia in materia di OGM sembra rappresentare uno dei tasselli del più ampio mosaico dei complessi rapporti tra istituzioni europee e Ministero delle Politiche Agricole italiano; senza dubbio, il sostegno personale e diretto del Ministro De Girolamo a Coldiretti a tutela dell’interesse nazionale del Made in Italy non ha contribuito a modificare il quadro, restituendo anzi l’immagine di un decisore politico che si lascia consigliare in maniera troppo complessiva e persistente da un singolo gruppo di pressione. Una vera e propria, complessiva regulatory capture, insomma.

 

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