mercoledì, Dicembre 1

Il metal detector e la ricerca di antichi tesori scomparsi image

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La ricerca di oggetti metallici con un metal detector è un hobby molto affascinante che coinvolge migliaia di italiani e i tesori più ambiti sono i numerosi reperti archeologici che ancora attendono di essere riportati alla luce, nonostante le sanzioni e la necessità di proteggere il patrimonio culturale italiano dai danni che un cercatore inesperto di archeologia potrebbe provocare.

 I metal detector sono dispositivi che sfruttano le proprietà magnetiche dei metalli per rivelare la loro presenza nel sottosuolo, solitamente mediante segnalazione acustica. La legge italiana non vieta il loro utilizzo, così qualunque dilettante può reperire un metal detector nuovo o usato, nei negozi specializzati o su Internet. E’ disponibile una vasta varietà di modelli tra cui scegliere in base al budget a disposizione (un metal detector può costare dai 200 euro ad oltre 1500 euro), la profondità cui si è disposti a scavare, la tipologia di terreno su cui si vuole effettuare la perlustrazione, le dimensioni degli oggetti ricercati e il metallo di cui sono composti. Oltre ad un efficace metal detector, i cercatori devono munirsi di scarpe comode, un piccone o una pala per scavare in profondità, un cartina topografica del territorio da esplorare e tanta voglia di avventurarsi nella natura incontaminata alla ricerca di tesori scomparsi.

Il metal detectoring è un hobby estremamente renumerativo, basti pensare che, come ci racconta un articolo del Piccolo il 14 marzo 2014o, un alessandrino ha recentemente racimolato settanta euro in due giorni setacciando i parchetti della propria città alla ricerca di monetine, ma nulla può valere il fascino e il tornaconto economico che può comportare la scoperta di un cimelio antico, che sia un elmetto arrugginito della Grande Guerra o una moneta romana, una fibbia medioevale o un coltello etrusco, un bracciale del Neolitico o un proiettile di una battaglia combattuta nel XVIII secolo.

La ricerca archeologica con metal detector da parte di soggetti non autorizzati dal Ministero dei Beni Culturali è vietata non soltanto perché tutto ciò che viene ritrovato nel sottosuolo o sui fondali marini appartiene allo Stato in qualità di bene demaniale o di patrimonio indisponibile: non sarebbe giusto infatti impedire ad un oggetto storico di contribuire all’arricchimento della memoria collettiva, sottraendolo all’analisi degli studiosi e alla curiosità della collettività per conservarlo gelosamente in un’abitazione privata anziché in un museo. Scavando il terreno per estrarre i reperti individuati con il metal detector vengono inoltre distrutti l’ambiente naturale e antropico in cui questi si trovavano inseriti, compromettendo così la lettura e la ricostruzione del contesto archeologico originario da parte di un esperto. Per farla breve, gli appassionati di metal detectoring storico farebbero meglio ad iscriversi alla facoltà di archeologia o ad accontentarsi di seguire i documentari di Piero Angela perché le mani inesperte di un profano, per quanto in buona fede, possono compromettere l’interesse della collettività e verrebbero puniti dalla legge in qualità di tombaroli.

Non solo è severamente vietato utilizzare il metal detector per specifiche finalità archeologiche senza l’autorizzazione del Ministero dei Beni Culturali, ma è anche severamente proibito dalla legge impiegare tale apparecchio per qualunque altro scopo all’interno o in prossimità a zone a vincolo archeologico: la semplice attività di rilevazione non autorizzata in una zona dichiarata archeologica viene punita con l’arresto fino ad un anno e un’ammenda da 310 euro a 3099 euro, anche nei casi in cui non si ha scoperto alcun reperto.

E se un reperto archeologico viene scoperto casualmente in un’area non protetta? Siccome il ritrovamento è fortuito non è stata compiuta alcuna infrazione, purché il reperto archeologico in questione venga segnalato alle autorità entro 24 ore dal ritrovamento. In caso di detenzione impropria del reperto, le forze dell’ordine possono effettuare una perquisizione in loco e a domicilio previa denuncia da parte di terzi o autorizzando l’indagine considerando il piccone o la zappetta come arma impropria.
Per scoprire un reperto archeologico è sufficiente imbattersi in un oggetto più antico di cinquanta anni, dopodiché scatta il conto alla rovescia per avvisare un’autorità entro ventiquattro ore. Onde evitare di alterare il sito in cui avete trovato il prezioso artefatto è possibile anche contattare le forze dell’ordine, inoltre il cercatore è autorizzato a raccogliere il reperto per garantirne la conservazione.
Il Ministero ricompenserà adeguatamente chiunque effettui una scoperta rilevante da un punto di vista storico-archeologico: è infatti previsto un premio pari ad un quarto del valore del reperto e il risarcimento delle spese sostenute per effettuare la ricerca e il prelievo. Nel caso in cui il ritrovamento sia avvenuto in una proprietà privata il Ministero può richiedere l’occupazione temporanea dell’immobile, garantendo al proprietario un’indennità per l’occupazione in denaro o mediante il rilascio degli oggetti ritrovati o di una loro parte, qualora lo stato non sia interessato al loro possesso ed il proprietario dell’immobile li richieda espressamente.

La legge italiana parla chiaro e sembra essere molto severa, ma la realtà sulla gestione del patrimonio storico italiano è angosciante. Capita spesso infatti che in un cantiere edilizio venga casualmente scoperto un sito archeologico e che i responsabili, onde evitare di interrompere i lavori per consentire l’intervento del Ministero, distruggano il sito con ruspa e cemento. Rispetto a tale scempio gli scavi effettuati da un appassionato di metal detectoring, che conserverebbe con cura i reperti ritrovati, potrebbero rivelarsi un danno minore, in alcuni casi persino un aiuto per gli archeologi. 
In un articolo di guerrasullealpi.com un anonimo cercatore racconta di aver salvato dei reperti preziosi dalla devastazione dei cantieri edili: «Io stesso ho cercato nella terra rimossa da un cantiere aperto per costruire delle case dove si trovava un importante campo piemontese del ‘700. La terra era stata portata altrove (in un altro cantiere!). Ho trovato numerosi oggetti pertinenti al periodo.»

Nel medesimo articolo l’autore descrive un episodio ben più grave, in quanto dei preziosi reperti archeologici avrebbero rischiato di andare perduti nel corso di un restauro di una chiesa medioevale, voluto dal Ministero per tutelare i beni culturali anziché distruggerli. Alcuni cercatori chiesero ai responsabili dei lavori di ispezionare la terra rimossa prima che venisse trasportata altrove e, grazie al loro intervento, oggi nel museo locale sono conservate delle monetine medioevali e una fibbia longobarda.

A dispetto della legge e delle critiche rivolte agli appassionati di metal detectoring, molti cercatori anonimi rivendicano l’importanza storica delle proprie ricerche, che salverebbero molti cimeli antichi dallo scempio edilistico e dall’inerzia dello stato. L’anonimo appassionato scrive ancora: «Sul Colle di San Bernardo sopra Garessio nel novembre 1795 si svolse una sanguinosa battaglia tra i francesi, comandati da Serurier, e truppe dell’Armata Sarda. Il colle in questione è stato veramente massacrato. Un bar con la sua brava piazzola. […] E poi ben 5 pale eoliche. E sotto ogni pala anche lì la sua brava piazzola. E strade e stradine per collegarle meglio. […] Durante gli scavi per la sistemazione delle pale eoliche sicuramente sono “saltati fuori” centinaia di bottoni, fibiette ed altri oggetti contestuali ai fatti del 1793. Ma nessuno, probabilmente, li ha notati e così sono andati perduti. Personalmente ritengo una fortuna che negli anni passati dei cercatori ne abbiano trovata una parte e che almeno loro abbiano la memoria storica dei fatti accaduti qui alla fine del ‘700 in modo da trasmetterla, insieme agli oggetti rinvenuti, ai loro figli. Dove ora sono pale eoliche, strade, piazzole e albergo abbandonato ancora 20 anni fa erano evidenti i resti dei trinceramenti sabaudi

I cimeli della Grande Guerra fanno eccezione in quanto, per la legge 78/2001, non sono da considerarsi archeologici così i cercatori di antichi reperti militari possono sbizzarrirsi nella ricerca e nella collezione di tali cimeli, pur nel rispetto delle leggi regionali appositamente emanate per regolamentare le attività degli appassionati. Vittorio, un bancario piemontese in pensione appassionato di tutto ciò che riguarda la Prima Guerra Mondiale, accetta di rilasciare una breve intervista e racconta di aver acquistato il suo metal detector una ventina d’anni fa per ispezionare il sottosuolo degli antichi campi di battaglia del Monte Grappa.
Il bancario afferma orgoglioso di aver scoperto numerosi proiettili, alcuni elmetti e una granata che a malincuore ha dovuto abbandonare poiché era inesplosa. Vittorio avrebbe dovuto contattare le autorità affinché un militare esperto disinnescasse l’esplosivo, ma probabilmente non lo ha fatto per timore che venisse confiscato anche il resto dei suoi cimeli. Confessa nostalgico: “La mia granata si trovava in un prato, sotto un bellissimo fiore che io e mia moglie stavamo ammirando prima di trovarla, non ho nemmeno dovuto scavare per raccoglierla” Rivela poi con disappunto di aver riportato alla luce numerose scatolette di cibo ma di non averle raccolte, poiché si tratta di cimeli poco preziosi. I suoi tesori oggi sono conservati in cantina, lontano dagli occhi indiscreti degli ospiti, e Vittorio sorride furbescamente quando gli domando se non teme di essere scoperto perché “quei quattro proiettili non interessano a nessuno”.

Vittorio è uno dei tanti appassionati cercatori ma il suo cuore batte più per la Grande Guerra che per il metal detectoring in sé, Mario Rossi ha invece fatto della ricerca di cimeli bellici una missione di vita; in un articolo pubblicato su lagrandeguerra.net, un giornalista racconta la sua storia. Mario Rossi, conosciuto dai compaesani come Pupi, abita nella frazione Sasso di Asiago in Veneto e, pur essendo nato nel lontano 1931, ha ancora il fisico e la vitalità necessari per imbracciare metal detector e piccone e partire alla ricerca di antichi cimeli della Prima Guerra Mondiale. Mario Rossi iniziò le sue ricerche quando era ancora bambino con i fratelli Gian Angelo e Nino: anziché cercare la legna insieme al padre, i tre ragazzini aguzzavano la vista per individuare palline di shrapnel, piombo, bossoli di cartuccia o altri reperti con i quali comprare le caramelle nell’unico spacco di alimentari del paese. Nel corso degli anni Mario non ha mai abbandonato le ricerche ed ha assistito all’evoluzione dei metal detector, dai rudimentali modelli utilizzati dagli alleati ai moderni e sofisticatissimi apparecchi di oggi, e conserva ancora con cura le apparecchiature che utilizzava in passato.
I ritrovamenti dell’esperto cercatore e della sua famiglia hanno arricchito non soltanto il museo di storia locale ma anche la sua stessa abitazione, che è stata trasformata in una sorta di mausoleo di cimeli di guerra. Nonostante alcuni pezzi preziosi siano stati rubati, in salotto Mario può ancora esibire cumuli di scheggiame arrugginito, bossoli di ottone, uno splendido crocifisso realizzato con pezzi di spolette e cartucce del fucile francese, corone di forzamento in rame di shrapnel, granate, medaglie, distintivi reggimentali, bottoni e fibbie. Mario ha un fiuto eccezionale quando si tratta di distinguere la ferraglia dai pezzi pregiati, gli anni di ricerche gli hanno garantito una cultura più vasta di quella che avrebbe potuto offrirgli qualunque manuale di collezionismo.

Alcuni cercatori hanno vinto alla lotteria scoprendo dei veri e propri tesori con il solo ausilio del metal detector, scatenando una vera e propria caccia all’oro in Italia come all’estero e, in particolare, in Inghilterra. Com’è vero che la fortuna è cieca, i reperti più preziosi sono stati trovati non soltanto dagli archeologi autorizzati, ma anche dai cercatori “della domenica”, alcuni dei quali con una storia tragica alle spalle. Terry Herbert, per esempio, viveva da solo in una casa popolare con contributi di disabilità prima di diventare una celebrità grazie alla scoperta del più grande tesoro Anglo-Sassone nello Staffordshire nel 2009, costituito da preziosi manufatti di oreficeria del valore complessivo di 3285 sterline.

Negli ultimi anni sono inoltre stati rinvenuti diversi depositi di monete e preziosi di altre epoche: a Shrewsbury nel 2009 il giovane Nick Davies ha scoperto un vaso d’argilla contenente più di 10.000 monete romane; una collezione di gioielli e monete vichinghe rinvenuta ad Harrogate è stata acquistata da alcuni prestigiosi musei inglesi per 1,1 milioni di sterline; nel 1992 ad Hoxne un deposito di 15.000 monete romane d’oro e d’argento del IV-V sec, gioielli ed altri oggetti preziosi hanno fruttato ad Eric Lawes 1,75 milioni di sterline; nel 2009 in un campo di Wickham Market (Suffolk) un fortunato metal detector ha infine individuato 824 monete dell’Età del Ferro, che giacevano all’interno di un vaso rotto nella profondità della terra.

Oltre a tali bottini di monete preziose, il territorio Inglese ha offerto ai cercatori alcuni reperti di straordinario splendore estetico come i gioielli d’oro ritrovati dal fioraio in pensione Kevan Halls nel Winchester nel 2000 che, pur essendo dei manufatti Romani, sono stati datati precedentemente all’invasione della Britannia; una moneta che nel 2003 ha permesso di attestare l’esistenza del poco conosciuto imperatore Domiziano II; un rarissimo recipiente di bronzo del II sec d.C che porta incisi i nomi dei forti romani posizionati lungo il Vallo di Adriano e che era venduto come una sorta di souvenir. Durante un raduno del Weekend Wanderers Metal Detectors Club del 2009, Chris Bayston scoprì un teschio, una spilla incrostata d’oro ed altri splendidi gioielli, probabilmente appartenuti ad una principessa sassone. Otto anni prima Cliff Bradshaw ritrovò nel Ringlemere Barrow una straordinaria coppa d’oro dell’Età del Bronzo del valore di 270.000 sterline.

La caccia al tesoro degli appassionati di metal detectoring procede al confine tra legalità e illegalità, tra l’indifferenza di uno Stato che abbandona i siti archeologici alla barbarie della speculazione edilizia e l’egoismo dei cercatori che “salvano” i reperti dall’erosione del tempo soltanto per conservarli nel buio delle loro cantine. Ciò che è certo è che la passione per la storia e l’archeologia è ancora viva nel nostro paese e che le autorità dovrebbero regolamentare e tutelare la passione dei cercatori, così come andrebbe concretamente punita l’indifferenza degli operatori edili e dei dipendenti dello Stato nei confronti del patrimonio storico italiano.

 

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