sabato, Settembre 25

Il Messico riscopre l'America Centrale Peña Nieto persegue l’integrazione commerciale stringendo accordi con Honduras e Panama

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Il Messico non si è scordato dell’America Centrale. Difficile credere il contrario, è vero, non fosse altro per le palesi difficoltà nel garantire il rispetto dei diritti dei migranti provenienti dal confine meridionale e diretti verso gli Stati Uniti: una «carneficina», come mons. Raúl Vera definì pochi mesi fa la situazione creata dal «modello capitalista e liberista imposto ovunque». Eppure, paradossalmente, potrebbe essere proprio questo modello a spingere il Messico a discutere seriamente dell’argomento coi governi dei paesi da cui quei migranti provengono. Nei giorni scorsi, infatti, la recente iperattività della politica estera messicana, volta soprattutto a cercare nuovi stimoli per un’economia attualmente in fase di stallo, ha portato il Presidente Enrique Peña Nieto a riaffermare i legami tra Città del Messico e la regione centroamericana attraverso un viaggio in Honduras e a Panama. Una visita non scontata, se si considera che l’ultimo atterraggio a Tegucigalpa da parte di un residente di Los Pinos è avvenuto otto anni fa, quando l’allora Presidente Vicente Fox, all’ultimo anno di mandato, si incontrò col suo omologo Manuel Zelaya per discutere di temi quali il Progetto di Energia Mesoamericana e le riforme avviate in Messico durante il primo mandato del Partido Acción Nacional (PAN).

A poco meno di una decade di distanza, il quadro è totalmente cambiato. La seconda presidenza panista, quella di Felipe Calderón, dopo aver sconvolto i già difficili aspetti sociali della regione attraverso una sciagurata Guerra della droga della quale i migranti centroamericani sono stati tra le principali vittime, è stata seguita dal ritorno al potere del Partido Revolucionario Institucional (PRI), mentre l’Honduras ha vissuto un colpo di stato nel 2009, con la destituzione dello stesso Zelaya e l’instaurazione di una nuova amministrazione nazionale, recentemente riconfermatasi al potere con l’elezione dell’attuale Presidente Juan Orlando Hernández. Anche il Progetto di Energia Mesoamericana, noto anche come Plan Puebla Panamá o Proyecto Mesoamérica, sembra essere stato accantonato, quantomeno in attesa dell’applicazione della riforma energetica approvata dal Parlamento messicano lo scorso dicembre. In altre parole, l’incontro tra Peña Nieto ed Hernández ha dato la possibilità di cogliere l’attuale situazione dei rapporti centroamericani attraverso i temi affrontati: investimenti reciproci, sicurezza, migrazione, cooperazione, turismo e cultura.

«Questa visita risponde all’importanza che il Messico attribuisce alla sua relazione con questa nazione centroamericana ed all’impegno di rafforzare il rapporto bilaterale affinché entrambi i Paesi contribuiscano all’integrazione economica», informa la Segreteria messicana per le Relazioni Estere, aggiungendo che «bisogna ricordare che negli ultimi 14 anni, il commercio tra Messico e Honduras è cresciuto del 593%. Oggi si calcola che lo scambio bilaterale ammonti a 967 milioni di dollari. Il nostro Paese è il principale investitore estero in Honduras con un investimento complessivo di 992,9 milioni di dollari». Per contro, proprio il Messico rappresenta una delle maggiori mete di esportazione dei prodotti honduregni, con l’invio di prodotti per un valore, dal 2010 ad oggi, di oltre 100 milioni di dollari. I due Paesi sono infatti legati economicamente dal Trattato di Libero Commercio tra Messico ed America Centrale entrato in vigore il I gennaio 2013, che ha accorpato i precedenti accordi bilaterali con Costa Rica (1995), Nicaragua (1998) e i Paesi del ‘Triangolo Nord’, ossia El Salvador, Guatemala e Honduras (2001). Come ricorda il quotidiano honduregno ‘El Heraldo’, il nuovo TLC ha permesso all’Honduras di ottenere un accesso preferenziale per prodotti come lo zucchero, grazie ad una quota garantita dell’8% nel soddisfacimento del mercato messicano e alla rimozione di svantaggi quali l’imposta daziaria del 40% prevista dai precedenti accordi. Ciò, comunque, non ha portato ad un miglioramento della bilancia commerciale bilaterale per l’Honduras, il cui deficit nel 2013 è stato pari a 386,4 milioni di dollari.

La visita di Peña Nieto, tuttavia, è stata presentata appunto come un’opportunità per un ulteriore rilancio dei rapporti con lo Stato confinante e questo proposito è stato alla base della Dichiarazione di Comayagua, firmata nella stessa antica capitale honduregna durante l’incontro del 2 aprile. La dichiarazione contiene, fra l’altro, non soltanto il riferimento ad un Piano di Azione da formulare nei prossimi tre mesi in vista di un’intensificazione dei rapporti commerciali interni al già menzionato TLC, ma anche l’impegno del Messico a favorire l’ingresso dell’Honduras all’interno dell’Alleanza del Pacifico (descritta come «piattaforma di integrazione commerciale inclusiva che contribuisce alla crescita economica ed allo sviluppo sociale della regione») ed il tentativo di rilanciare il Gruppo di Alto Livello sulla Sicurezza (GANS) al fine di contrastare le attività delle organizzazioni criminali transnazionali, definite già nel 2011 «la più grave minaccia alla sicurezza delle loro popolazioni». Proprio a questo punto fa seguito quello che prevede di «intensificare le azioni in entrambi i Paesi per garantire i diritti umani dei migranti e promuovere lo sviluppo interno che mitighi gli incentivi per migrare. Perciò si aggiungeranno sforzi con le autorità locali di entrambi i Paesi, in particolare coi Governi statali del Messico dove si concentra il fenomeno migratorio».

Come questa intenzione verrà effettivamente posta in essere, però, non è chiaro. Le dichiarazioni ufficiali emerse dall’incontro privato fra i due Presidenti sono state abbastanza vaghe ed a risaltare è stata soltanto la comunicazione relativa all’apertura di quattro consolati honduregni in terra messicana, specificamente preposti all’assistenza ai migranti e, appunto, alla necessità espressa da Peña Nieto di affrontare, attraverso un «dialogo ad alto livello» l’aspetto giuridico della lotta all’insicurezza causata dal crimine organizzato. Ovviamente, nessun riferimento è stato fatto al problema degli abusi perpetrati dalle stesse Forze armate regolari messicane, tra i principali motivi di imbarazzo per l’amministrazione dello stesso Peña Nieto. Gli impegni in materia migratoria sono stati anzi inseriti nel più ampio quadro di quella che è l’effettiva strategia politica del Presidente, ossia quella fondata su investimenti reciproci e crescita economica (così come, d’altronde, dichiarato di fronte al recente Vertice del CELAC) ed è stato sulla scia di quest’intesa che Peña Nieto ed Hernández si sono recati, il giorno successivo, a Panama per il IX Forum Economico Mondiale sull’America Latina.

Qui il Presidente messicano si è potuto mantenere più strettamente alla politica di promozione commerciale del suo Paese: come riporta il sito ufficiale della Presidenza, il suo intervento è stato infatti mirato a «rafforzare l’immagine del Messico come un Paese responsabile» economicamente e «sicuro ed affidabile» per gli affari, a diffondere gli «impatti sperati» [corsivo nostro, NdR]delle riforme strutturali ed a «contribuire al posizionamento economico del Messico come attore con responsabilità globale, con politiche pubbliche avviate a difendere e promuovere l’interesse nazionale all’estero, impegnate nella cooperazione e nello sviluppo regionale». Perciò, così come avvenuto in Honduras, Peña Nieto ha coerentemente approfittato della cornice offerta dal Forum per dare il via anche al possibile ingresso di Panama nell’Alleanza del Pacifico. Il Presidente messicano ha infatti firmato col suo omologo Ricardo Martinelli il Trattato di Libero Commercio che, se da un lato è appunto considerato dal Messico come una possibilità per approfondire l’integrazione regionale attraverso il commercio, per Panama potrebbe rappresentare proprio il primo passo verso l’entrata nell’organizzazione pacifica.

Anche l’America Centrale entra quindi nell’orbita della strategia di espansione commerciale di Città del Messico, che sembra fondarsi sul tentativo di porre il Paese al centro di numerose intersezioni fra aree economiche. La firma della Dichiarazione di Comayagua, così come quella del TLC con Panama, sembrano inoltre puntare ad una riaffermazione di una primazia regionale attraverso la progressiva introduzione dei Paesi centroamericani nei fora in cui il Messico già opera. Quanto la strategia di Peña Nieto possa essere fruttuosa rimane però ancora da vedere: nonostante il campo di lavoro venga ampliato costantemente, il terreno in sé non sembra mutare in maniera rilevante. I problemi dell’insicurezza e del narcotraffico, infatti, sembrano lontani (o persino allontanarsi) da un’effettiva risoluzione. Il punto è, però, che nei rapporti con l’America Centrale tali problemi assumono una rilevanza assai differente da quella che hanno in altri rapporti commerciali, ad esempio quelli con l’Asia: in America Centrale, la cooperazione in questi ambiti non può limitarsi all’economia, perché è la stessa base delle organizzazioni criminali. Lo sforzo richiesto è ben più ampio, ma non è chiaro se il Governo di Peña Nieto voglia effettivamente compierlo.

 

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