lunedì, Maggio 10

Il Messico «oltre il TLCAN» field_506ffb1d3dbe2

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 Enrique Cardenas Sanchez_Centro Studi Espinosa Yglesias

 

«Andare oltre il TLCAN», è questa la richiesta formulata dal Presidente messicano Enrique Peña Nieto durante il Vertice dei Leader del Nordamerica. L’incontro, avvenuto a Toluca e che ha avuto come protagonisti lo stesso Peña Nieto e le sue controparti statunitense e canadese, cioè il Presidente Barack Obama ed il Primo Ministro Stephen Harper, ha avuto infatti come obiettivo la discussione di come approfondire il rapporto regionale a vent’anni dalla firma del NAFTA. Quattro gli assi tematici dell’incontro esposti dal Presidente messicano: prosperità inclusiva e condivisa, nuove aree di opportunità, sicurezza cittadina, temi regionali e globali. «A partire da questi quattro assi», ha sostenuto, «lavoreremo oggi per facilitare la crescita economica dei nostri Paesi e la creazione di lavori di qualità, e con ciò elevare la condizione di benessere delle nostre società».

Per il Messico, forse più che per i suoi soci, l’incontro ha luogo in un momento di snodo. Il ritorno del PRI al Governo, nel dicembre 2012, è stato seguito da un intenso anno di riforme strutturali, più o meno controverse: quella sul settore energetico e quella delle telecomunicazioni su tutte. Nel frattempo, Peña Nieto si è adoperato per attirare maggiori investimenti esteri nel Paese e, mentre alcune zone, come lo Stato del Michoacán, sembrano essere sfuggite al controllo dell’Amministrazione federale a favore dei cartelli del narcotraffico, si sta registrando un effettivo incremento di capitale estero nell’economia nazionale, specialmente di origine asiatica. Una delle ragioni è proprio il fatto che il Messico, a fronte di un bassissimo costo del lavoro, grazie al NAFTA/TLCAN rappresenta una porta sul mercato statunitense. Una soglia che, però, è attraversata anche dai capitali del narcotraffico e da cittadini messicani e centroamericani in cerca di migliori condizioni di vita: flussi che, spesso, si intrecciano, con tragiche conseguenze per i migranti, il cui stato irregolare è sovente oggetto di attrito politico. Non solo intergovernativo: basti pensare alla discussione, negli Stati Uniti, sulla riforma delle leggi migratorie.

Tutti questi aspetti, pur non rientrando strettamente negli assi indicati da Peña Nieto, non potevano comunque non essere al centro delle discussioni di Toluca: da ciò, ad esempio, l’impegno ad avviare un programma congiunto di mobilità, definito ‘Programma Viaggiatori di Fiducia’. Così come era d’obbligo affrontare il tema dell’Accordo di Associazione Transpacifica (AAP), l’ingresso nel quale è oggetto di negoziati da parte di tutti i tre Paesi del TLCAN: per questa ragione, si sta rendendo sempre più necessario definire le possibilità di un’azione congiunta e le eventuali aderenze fra gli stessi due accordi. Come si vede, il vertice di Toluca ha toccato molti punti rilevanti per l’economia messicana. Ne abbiamo parlato con Enrique Cárdenas Sánchez, del Centro Studi Espinosa Yglesias.

 

 

Dottor Cárdenas, partirei con una domanda un po’ ampia: qual è, secondo lei, l’attuale importanza economica dell’America del Nord per il Messico? È più importante come ambito di collaborazione tra i Paesi o perché il Messico è visto da alcuni Paesi, tra cui quelli asiatici, come una soglia per gli Stati Uniti?
In realtà, il Trattato di Libero Commercio con l’America del Nord ha cambiato completamente la fisionomia del Paese. Ovviamente ci sono critici, ma, in generale, non è molto facile immaginarsi il Messico di oggi senza quel Trattato, che è andato molto oltre le aspettative in termini di crescita del commercio, in termini di integrazione delle catene produttive e che, ovviamente, ha avuto effetti collaterali non sempre positivi, non previsti a tempo debito e di cui oggi paghiamo le conseguenze. Ma, diciamo dal punto di vista economico, per il Messico questo trattato è fondamentale. Ovviamente i più forti sono gli Stati Uniti, ma anche il Canada, al fine dei conti, è interessante per poter formare geograficamente un’unità, diciamo. Per cui direi che, se già il trattato è stato importante per il Messico, oggi lo è ancor di più, specialmente in relazione all’Accordo di Cooperazione Transpacifica.

Ecco, proprio a questo proposito, mi chiedevo se l’AAP non stesse soppiantando in termini di importanza il TLCAN.
No, non credo che lo stia soppiantando. Piuttosto, ciò di cui si dovrebbe stare discutendo con Stati Uniti e Canada (e non si sa se se ne sia parlato nel corso del vertice, perché non sono cose che si discutono in pubblico) è la necessità di negoziare o come gruppo di tre Paesi, cioè come America del Nord, o attraverso accordi già presenti all’interno del TLCAN perché si giunga uniti a questo tipo di negoziati, vedendosi come un’unità. Quindi, nonostante sia certo che si cerchi di aprire questo tipo di mercato, mi sembra che il nucleo, il fondamento risieda nel TLCAN.

Lei ha parlato di effetti collaterali negativi …
Il punto è che un trattato commerciale come questo ha avuto un impatto molto forte su alcuni settori dell’economia, su alcuni gruppi della popolazione e dell’economia, su alcune regioni del Paese. Ma non è stata omogenea, non poteva essere omogenea. Vale a dire, parliamo di quei gruppi, quelle regioni più legate al settore estero, che ovviamente, semplifichiamo, si trovano essenzialmente verso la frontiera settentrionale per giungere poi più all’interno del Paese. Però non sono mai giunti al sud. Cioè, il sud rimane praticamente scollegato, più isolato: diciamo che l’impatto del trattato arriva basicamente fino a Puebla, ma non al sud. Mi sembra quindi che l’effetto collaterale negativo sia una sorta di partizione del in due: non solo in termini regionali, ma anche di popolazione. Per esempio, i lavoratori legati al settori esterno ricevono salari mediamente superiori del 30-40% del resto dell’economia. La loro produttività è maggiore, vivono in modo migliore. È una situazione per cui sarebbero state necessarie politiche compensatorie, tanto in ambito regionale, per esempio, quanto anche per provare ad evitare che aumentasse tanto il settore dei servizi, diciamo, di bassa produttività, l’economia nera. Questo tipo di effetti, cioè, dovevano prevedersi, ma non si previdero o, quantomeno, non si fece molto: a ciò mi riferisco parlando di effetti collaterali negativi. Ovviamente, oggigiorno, con le riforme strutturali che stiamo vivendo, ci saranno effetti collaterali negativi nel lungo periodo. Sarebbe importante immaginare questi scenari, per tentare di smorzare da oggi gli effetti che avranno queste riforme strutturali nell’educazione, nelle telecomunicazioni, nell’energia.

A questo proposito, le chiederei il significato delle parole di Peña Nieto, che ha chiesto di andare «oltre il TLCAN». Lei ha parlato di agire uniti, ma immagino che questo proposito abbia un significato anche per il Messico come Paese a sé stante.
Credo che il TLCAN abbia già dato molto di quanto doveva dare. Restringersi ad un trattato commerciale di scambio di mercanzie, di alcuni servizi e di investimenti non è più sufficiente. Andare oltre il TLC, quindi, può significare parlare di movimento di persone (come nel caso della discussione sul Programma Viaggiatori di Fiducia), ma è molto più di ciò. Vediamo negli Stati Uniti come il Presidente Obama sta gestendo la riforma migratoria, un tema molto sensibile e perciò non sarà facile maneggiarlo, però certo parlare del tema, come nel caso del Programma Viaggiatori, potrebbe far pensare ad un primo passo in questo senso. Ma, in realtà, penso che quando si dice «andare oltre il TLCAN» si intenda migrazione, ma anche aprire, per esempio, la parte di integrazione politica oltre di ciò che si è visto finora col TLC. Le condizioni politiche, peraltro, non sono delle più propizie per le composizioni dei diversi Governi: il Canada ha un Governo molto più conservatore, però, chissà che, se gli Stati Uniti si dimostrassero più aperti su questo tipo di argomento, probabilmente anche lo sarebbe il Canada.

Vorrei aprire una breve parentesi sulla questione migratoria: quale sarà l’importanza del tema relativo ai migranti dell’America Centrale?
Sì, è un po’ ciò a cui mi riferisco. Già di per sé, al momento, c’è una forte migrazione di cittadini centroamericani che vanno fino agli Stati Uniti e che, talvolta, rimangono in Messico. Circolano storie orrende su ciò che vive questa gente, come saprà. Senza dubbio, continuerà ad essere un tema rilevante, tanto per il Messico quanto per gli Stati Uniti. Ci deve essere quindi un accordo a proposito, perché indubbiamente i differenziali economici continueranno ad essere molto importanti. Continuerà ad essere, credo, un tema di permanente attrito. Nel nostro caso, dobbiamo predicare con esempi: se vogliamo trattamenti adeguati per i nostri migranti negli Stati Uniti, il minimo è applicare la stessa misura ai migranti che passano per il Messico. Un tema di attrito, quindi, la cui soluzione potrebbe consistere in programmi come quello col Canada sui lavoratori temporanei: vale a dire, istituzionalizzare almeno parte del movimento perché non sia illegale e affinché vi sia maggior rispetto per i diritti umani, cioè che le persone siano trattate come persone e lavoratori migranti, e non come delinquenti.

Certo. Introdurrei perciò un tema che, spesso, si intreccia con quello dei migranti: quello del narcotraffico. Durante il vertice si è parlato di impegno congiunto nella lotta al narcotraffico ed al traffico illegale di armi. Qual è l’influenza che questo impegno potrebbe avere in ambito messicano, con situazioni molto difficili, tipo quella del Michoacán?
Michoacán è un caso istituzionale estremo, ovviamente. Mi sembra che questo impegno sia qualcosa che politicamente sia necessario, ma non sono molto sicuro sull’estensione della cooperazione fra Stati Uniti e Messico in materia. Credo comunque che almeno il riconoscimento del Presidente Obama del fatto che parte del problema stia nella domanda sia una cosa positiva. Dall’altro lato, in Messico c’è una tendenza a legalizzare la marijuana, come a Città del Messico, così come, in alcune parti degli Stati Uniti, si sta andando anche oltre. Ciò che si vede, è che, nonostante sia un problema nazionale, sembra che a livello statale [cioè, dei singoli stati componenti la federazione messicana, ndr] si stia addolcendo quella politica così d’impatto che si è vista negli ultimi anni, per trovare un altro tipo di soluzione ad un problema allargatosi per il fatto di esser stato trattato in un certo modo. Per quanto riguarda le armi, mi sembra che sia un problema anche per gli Stati Uniti, la cui politica in materia di compravendita di armi risulta assurda ai nostri occhi, e credo anche a quelli europei. È un problema permanente: i lobbisti nordamericani di armi sono sommamente potenti. Finché rimanga questo tipo di posizione negli Stati Uniti, sarà complicato evitare il traffico di armi. D’altro lato, ciò che stiamo vedendo in Michoacán e in altre zone del Paese, mi pare che il modo di affrontare il problema con maggior cooperazione tra le parti renderà meno difficile controllare questo indebolimento istituzionale. Il caso del Michoacán mi sembra estremo: il potere statale ha praticamente abbandonato il suo ruolo nello Stato, lasciando peggiorare il problema, con le conseguenze che vediamo oggi, drammatiche per il Paese.

Qual è la sua opinione sul riciclaggio di denaro? Alcuni mesi fa si è avuto proprio un accordo tra due agenzie di Messico e Stati Uniti sulla cooperazione informativa in materia. Il problema, però, è che in Messico c’è un’estesa economia informale. Che rilevanza ha questo aspetto nell’accordo nordamericano?
L’economia informale è indubbiamente molto, molto ampia. Mi sembra che, per quanto riguarda le banche, in Messico si sono arrestati i grandi flussi di denaro, in parte perché le stesse banche, essendo transnazionali (mi riferisco ad esempio a Citibank, Banamex, BBVA, HSBC), sono governate da commissioni internazionali e, mi pare che, all’interno, ciò abbia reso necessario trovare altre strade per il riciclaggio del denaro. Tuttavia, certamente sarà difficile arrestarlo fintanto che non vi sarà un accordo internazionale, dove tanto Stati Uniti come Inghilterra ed altri Paesi europei non fanno molto contro il fenomeno, continuando a mantenere a esempio paradisi fiscali. In altre parole, si restringono i canali di comunicazione, però c’è un ampio deposito in altre località, consentito anche dalle autorità di questi Paesi.

Rimanendo in ambito fiscale, che ruolo avranno le riforme sostenute nell’ultimo anno da Peña Nieto nella cornice nordamericana, in particolare la riforma fiscale che ha alzato l’IVA nelle regioni di frontiera od anche la riforma energetica e le relative proteste interne?
Chiaramente ci sono state proteste al confine, ma sono convinto che avere due tasse fosse logico finché avessimo avuto un’economia chiusa, ma con un’economia così aperta come quella che abbiamo ora non ha più senso avere due tasse sul valore aggiunto, una per la frontiera ed una per il resto del Paese. È anche certo che ci fossero molti abusi da parte di molte imprese che vendevano all’estero, ma anche all’interno, sfruttando le somme risparmiate sulle imposte per la vendita all’interno. La ragione economica per avere due tasse è quindi scomparsa da molto tempo e finalmente si normalizza la situazione. Ovviamente, nel breve periodo, ciò genera tensioni e opposizioni, ma, dal punto di vista economico, mi pare che non vi siano più ragioni per mantenere due tasse. Né credo che questo aspetto avrà ripercussioni sul commercio. Nel caso delle proteste sulla riforma energetico, è significativo che le proteste siano al livello, fondamentalmente, di Morena e di segmenti del PRD, ma che la gente non sia in strada, come si poteva pensare che succedesse. Ho l’impressione che ciò sia dovuto al fatto che tutti si rendono conto che lo schema che abbiamo non è esattamente il più efficiente: tutti sanno che paghiamo molto per l’elettricità, tutti sanno della corruzione in PEMEX. Il settore pubblico in questo ambito non ha molta autorità morale, diciamo, per poter affermare la propria superiorità. Se si fosse trattato di un altro tipo di impresa, cioè più produttiva ed efficiente, è possibile che ci fosse stato più scontro e più opposizione. È certo che la gente si lamenta anche dei telefoni messicani, del monopolio… Quando io ero giovane, avere l’attaccamento al telefono richiedeva due anni, per dire. Non credo che le proteste possano crescere, perché non vedo una base sociale ampia, indipendentemente dalla questione politica.

Si può dire, quindi, che ci sia abbastanza stabilità perché gli Stati Uniti, o imprese di altri Paesi, possano restare interessate all’applicazione delle leggi secondarie?
Io credo di sì. Già ora, da anni, Pemex ha molti contratti con imprese internazionali, non credo la situazione possa cambiare. Ciò che può cambiare è l’efficienza del settore: è difficile immaginarsi un qualunque Paese essere efficiente se non ha un settore energetico e delle telecomunicazioni efficiente, indipendentemente da chi lo amministri. Questa è una zavorra che ci portiamo dietro da tempo, sebbene si tratti di una fonte di entrate così importante, quale è stata Pemex con la rendita petrolifera. Detto questo, il problema è che, per le ragioni citate, in Messico non abbiamo uno sistema regolatore statale, uno Stato forte che permetta di avere regolatori abbastanza forti  da resistere alle pressioni. Questo perché non abbiamo avuto un mercato competitivo per molti anni. Da un lato, ci manca l’expertise tecnica, una tradizione di regolazione che nel tempo completi il sistema regolativo come successo in Europa (in cui l’evoluzione ha coinvolto prima gli Stati, poi la Comunità Europea, chiudendo le falle esistenti): nel nostro caso, in questi due settori, ma soprattutto nell’energetico, la tradizione di regolazione è praticamente nulla. Questo mi fa pensare a ciò che è successo con la liberalizzazione economica negli anni Novanta, in cui, dopo anni in cui le banche erano nelle mani dello Stato, la Commissione Nazionale Bancaria (il regolatore finanziario) non aveva né il personale, né un sistema di supervisione delle banche perché, evidentemente, dicevano «questa banca non fallirà perché è dello Stato». Siamo così entrati nella liberalizzazione finanziaria, perciò, senza un apparato supervisore, regolatore, adeguato. Ciò che si è visto è che non ha effettivamente potuto regolare bene ed abbiamo avuto una crisi molto seria nel 1994-1995. Perciò, per me il problema è lì, come costituire rapidamente un sistema regolativo tecnicamente affidabile e sufficientemente forte per fronteggiare la pressione dei produttori privati, che vi sarà sicuramente, come in ogni Paese.

Per concludere, avrei un’ultima domanda, alla quale ha già risposto in parte, ma per la quale le chiederei un quadro più ampio: come cambieranno le condizioni lavorative in Messico in seguito agli sviluppi di cui abbiamo parlato?
Mi sembra che avverrà un po’ lo stesso di quanto dicevamo per il TLC: a meno che non vi sia una politica di Stato per l’inclusione sociale, per regolarizzare il settore informale, ma in una maniera chiara e coerente – non con cosette come con la riforma fiscale, che, secondo me, non serviranno nulla… A meno che non vi sia questo tipo di sforzo, ad esempio costruendo un sistema di protezione sociale universale con un solo numero identificativo, a cui collaborino o partecipino tutti, a meno che non vi sia una politica di Stato che coinvolga tutto il Paese, vedremo un po’ di più di quel che abbiamo visto finora. Cioè, che quei settori della popolazione lavorativa direttamente relazionati con queste nuove opportunità avranno miglioramenti. Ma ciò non riguarderà tutti, bensì, di fatto, un settore ridotto. Continuerà quindi ad aversi una polarizzazione, a meno di non creare politiche concrete di inclusione generalizzata. Mi sembra che la strada da prendere sia un sistema di protezione universale.

 

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