giovedì, Luglio 29

Il Medio Oriente secondo l’ Arabia Saudita Il Principe Turki al-Faisal spiega la posizione saudita dall’Iran all’ISIS

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Lo scorso 11 settembre, presso Villa Mondragone, Monte Porzio Catone, alle porte di Roma, prestigioso centro convegni della seconda università di Roma, Tor Vergata, il Principe saudita Turki al-Faisal è stato insignito del titolo di Professore Emerito Honoris Causa. In questa occasione, il Principe ha tenuto una breve conferenza sulla situazione geo-politica del Medio Oriente.

Turki al-Faisal, classe 1945, è il figlio maschio più giovane di Re Faisal (1964-1975). Ha studiato presso università prestigiose come la Georgetown University, Princetown, Cambridge e la University of London. All’inizio della sua carriera, ha servito come Consigliere presso la Corte Reale. È stato per ben 23 anni il Direttore del Servizio di Intelligence saudita (1979-2001). Ha poi servito come Ambasciatore nel Regno Unito e Irlanda (2003-2005), e negli Stati Uniti (2005-2006). Fra i vari ruoli ricoperti c’è anche quello di commissario nella Commissione Internazionale per la Non-Proliferazione e il Disarmo Nucleare.

Con un’istruzione di tutto rispetto, Turki al-Faisal è considerato un uomo di scienza e di cultura. È, altresì, considerato un moderato, un fautore della riforma del Regno dell’Arabia Saudita, un promotore del dialogo. La conferenza tenute a Villa Mondragone ha, in effetti, tenuto toni molto posati. La voce stessa del settantenne Principe saudita invita alla tranquillità e alla calma. Tuttavia, i concetti espressi nel suo discorso non si sono discosti di una virgola dalle linee guida della politica internazionale saudita.

Turki al-Faisal ha affrontato essenzialmente due argomenti: l’Iran e le due crisi regionali più vicine al regno, quella siriana e quella yemenita.

Assolutamente ovvia la lunga presa di posizione anti-iraniana, per quanto espressa in toni pacati e, all’apparenza, ragionevoli. Secondo Turki al-Faisal, le principali problematiche legate all’Iran sono: la sua risoluzione a ottenere armi nucleari; la continua intromissione negli affari dei Paesi Arabi e la promozione di divisioni settarie; la sua occupazione delle tre isole appartenenti agli Emirati Arabi Uniti. Si tratta delle isole Abu Musa, Grande Tunb e Piccola Tunb che vennero sottratte all’Iran dagli inglesi nel 1921. Nel 1971, quando le forze britanniche si ritirarono, gli iraniani ne ripresero il controllo. Il protettorato britannico le aveva però assegnate agli Emirati.

Turki al-Faisal afferma che l’Arabia Saudita non contesta affatto il diritto dell’Iran a sviluppare tecnologie per un uso pacifico del nucleare, ma insiste anche che l’Iran nutre il proposito di acquisire armamenti nucleari, cosa che innescherebbe una proliferazione nucleare regionale e mondiale e che, in ultima analisi, non farebbe che aumentare l’instabilità e l’insicurezza della regione. Circa l’accordo concluso dal gruppo P5+1 (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Germania), il Principe afferma: «La nostra speranza è che il nuovo accordo assicuri la fine delle attività nucleari non pacifiche dell’Iran. L’Arabia Saudita ha accolto con favore questo accordo sulla base di questa speranza, ma allo stesso tempo controlleremo in che modo verrà implementato e come si rifletterà sulla condotta iraniana».

L’altra problematica scottante è quella dell’intromissione dell’Iran nelle vicende domestiche dei Paesi Arabi e si interseca con quella del settarianismo. «Il settarianismo, nella nostra regione, non è meno distruttivo delle armi nucleari e a questo proposito, sono stato felice di sentire funzionari iraniani affermare che il conflitto tra Sunna e Shia è una minaccia reale alla sicurezza regionale. Questa ammissione è la benvenuta e dovrebbe indurre l’Iran a guardarsi allo specchio e vedere la sua orrida condotta dal 1979 in poi e vedere chi ha accesso la scintilla di questa minaccia così distruttiva. L’unico responsabile dell’orrore è la sindrome rivoluzionaria dell’Iran». Turki al-Faisal sostiene che l’Iran finanzi quegli attori non-statali e quei gruppi confessionali che destabilizzano il tessuto sociale e l’unità nazionale di Paesi Arabi, dal Libano, all’Iraq, al Bahrein, allo Yemen e la Siria. Rimane scettico rispetto alle vere intenzioni del vicino persiano e lo accusa di fomentare la destabilizzazione interna dei Paesi nei quali si immischia e del loro tessuto sociale. «L’Arabia Saudita guarda l’Iran e considera il futuro. Possiamo solo sperare che il popolo di quella Nazione incoraggi i suoi leader a imboccare una strada più saggia e sicura di quella che sembrano essere intenti a percorrere adesso […] il grandioso progetto di una pax iranica è destinato all’insuccesso».

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