martedì, Settembre 21

Il Matteo furioso (e preoccupato)

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E Mongherini? E’ noto che a Renzi non piace essere contraddetto. Da palazzo Chigi si fa sapere che il Presidente del Consiglio non ha per nulla gradito alcune prese di posizione: «Sono tante le cose che Italia ed Europa hanno fatto insieme in questo primo anno di Commissione Juncker». E ancora: «E’ stupido creare divisioni in Europa. Gli europei hanno bisogno di essere uniti di fronte alle tante crisi che ci sono». Affermazioni debitamente annotate, e che i renziani di stretta osservanza giudicano alla stessa stregua di vere e proprie eresie.

Verrebbe da osservare che chi è cagione del suo male, pianga se stesso: Mongherini è stato Renzi a sceglierla per l’incarico che ricopre (di qui ‘l’ingrata’). Anche in quel caso il Presidente del Consiglio aveva voluto mostrare i muscoli: i conservatori si erano accaparrati la presidenza della Commissione Europea con Juncker? Lui a tutti i costi ha voluto imporre un suo candidato per l’Alto rappresentante per gli Affari Esteri; e così la scelta è caduta su Mongherini: con la quale, peraltro, non c’è mai stata grande sintonia. Il ricordo va, per esempio, al settembre scorso: quando il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius organizza a Parigi una cena con i leader tedeschi e francesi, e la partecipazione della Mongherini, e Renzi escluso. Uno scorno mai dimenticato.

Ad ogni modo, per ora Renzi ha un fronte più urgente su cui impegnarsi: quello di recuperare sul fronte della sua immagine; e in questo senso le ormai prossime elezioni amministrative saranno un test importante, significativo. Hai voglia a dire che il Governo e lui stesso si gioca tutto sul referendum confermativo delle riforme costituzionali. Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino sono forche caudine ineludibili; se ufficialmente Renzi ostenta indifferenza, nel concreto se ne occupa, eccome.

Roma in qualche modo è una pratica in via di definizione. Aver convinto Roberto Giachetti a ‘correre’ per le primarie propedeutiche per la carica di Sindaco, può rivelarsi una mossa azzeccata: Giachetti ha un’ottima conoscenza della macchina istituzionale nazionale; ha una discreta esperienza amministrativa maturata al tempo della sindacatura romana di Francesco Rutelli; la sua fedina penale odora di bucato lavato di fresco; è leale renziano senza essere pedissequo esecutore. La sua strada è tutta in salita, ma se c’è qualcuno che può restituire fiducia e speranza a un elettorato confuso, deluso, frustrato, è lui. La sinistra di Stefano Fassina lo detesta, e questo può essere un vantaggio: può aggregare un elettorato moderato che guarda perplesso il centro-destra, non si riconosce in un candidato ‘beautiful’ come Alfio Marchini; è laico senza che però le gerarchie vaticane, che a Roma e in Lazio ancora pesano, si mostrino ostili.

A Milano sembra che Giuseppe Sala non abbia credibili concorrenti; anche se non sarà facile far digerire a un elettorato progressista il rospo di un candidato che è stato stretto collaboratore della berlusconiana Letizia Moratti.

A Torino il Sindaco uscente Piero Fassino non dovrebbe avere grossi problemi.

Napoli, al contrario, è un vero rompicapo. Finora si sono ‘esposti’ solo Antonio Bassolino, che il PD non gradisce per nulla; e l’uscente Luigi De Magistris, che sembra comunque aver esaurito tutta la sua carica propulsiva. Altri candidati, per ora sono come sommergibili adagiati sul fondo. Molto dipenderà dalle scelte delle opposizioni, che però molta scelta non hanno.
Il Movimento 5 Stelle continua a essere un’incognita: i casi di Livorno prima, di Quarto poi, hanno dimostrato che il movimento di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio manca completamente di personale politico: cuochi pasticcioni che servono portate immangiabili e indigeribili, troppo scotte o troppo crude. Però per una non marginale fascia di elettorato (così dicono unanimi tutti i sondaggi), continuano a rappresentare una sorta di ‘ultima sponda’.
Resta Forza Italia; o meglio, i ‘resti’. Silvio Berlusconi fa del suo meglio per rilanciare tra i suoi demoralizzati sostenitori l’entusiasmo e l’orgoglio di un tempo. A Milano apre la campagna elettorale: «Per vincere», assicura. Farà ancora presa, quando dice che «la situazione richiede che sia presente in questa battaglia per la libertà»? Si mostra combattivo: «Siamo nella stessa situazione di alcuni anni fa, quando Forza Italia era scesa all’11,7 per cento. Ma in due mesi di campagna elettorale ho riportato il partito al 21 per cento. Ora dobbiamo farlo di nuovo, e arrivare al 20 per cento. Assieme a Salvini e alla Meloni possiamo raggiungere il 40 per cento, e vincere le elezioni al primo turno e governare il Paese».
E’ vero che Berlusconi dimostra di avere le proverbiali sette vite dei gatti. Ma appunto, sono sette. Ad ogni modo, promette una Forza Italia rinnovata, formata da una nuova classe di politici: «Non saranno politici di professione né tecnici, ma giovani preparati con una formazione e una selezione fatta all’interno del partito». Non solo: ci sarà anche «una squadra di saggi, come nel 1994. E quando presenteremo la nuova Forza Italia torneranno a votarci, perché sanno che le alternative sono il PD o i Cinque Stelle». Infine, le promesse di sempre: «Meno tasse, meno Stato, aiuti ai più bisognosi».
Questa la situazione, questi i fatti.

 

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