domenica, Maggio 9

Il matrimonio d'interesse tra Cina e Marocco field_506ffbaa4a8d4

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Fino a qualche anno fa la Cina, più di un miliardo di abitanti e manodopera a basso costo, faceva tremare le vene ai polsi dei Paesi africani, Marocco incluso. Ne è passata di acqua sotto i ponti da allora, come dimostra la visita pechinese di Mohammed VI, Re del Marocco, giunto nella capitale cinese il 10 maggio scorso accompagnato da una dozzina di ministri. Da concorrente sui mercati africani dei manufatti a poco prezzo, Pechino è divenuto un alleato imprescindibile per Rabat, sia sul piano politico che su quello economico.

Membro eminentissimo del Consiglio di Sicurezza alle Nazioni Unite, la Cina basa la propria politica estera sul rispetto della sovranità interna dei propri partner, chiudendo spesso entrambi gli occhi su violazioni dei diritti umani e non applicando condizioni a investimenti e aiuti (eccezion fatta per la clausola inerente all’assenza di rapporti con Taiwan, su cui per altro Pechino ha spesso soprasseduto). Agli antipodi dell’intervenzionismo occidentale, quindi, la Repubblica Popolare costituisce un interlocutore prezioso per il Regno alawita, il quale ha intrapreso una politica di ‘non-allineamento’ che gli permetta di diversificare i propri partenariati (l’India, ad esempio, sarà la destinazione di una prossima visita di Mohammed VI) e proteggere i propri interessi sulla scena internazionale. In primis, ovviamente, la questione del Sahara.

Sul dossier del Sahara Occidentale (chiamato Sahara Marocchino e incluso nelle province del Sud da parte di Rabat, che lo considera parte integrante del Regno), la Cina si trova in una posizione ambigua. Pur condividendo gli auspici dell’ONU per una soluzione politica della disputa, Pechino sembra egualmente aderire al principio di integrità territoriale avanzato dal Regno alawita, il quale, in uno scambio di ossequi diplomatici non secondario, riconosce il principio di un’unica Cina e, conseguentemente, non ha una propria rappresentanza diplomatica a Taiwan. Espressasi a favore della risoluzione approvata dal Consiglio di Sicurezza l’aprile scorso, la quale ha stabilito il prolungamento per un anno del mandato della MINURSO (Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale), la Cina deve anche fare i conti con l’amico algerino, sostenitore del fronte Polisario con cui il Marocco è in rapporti non esattamente distesi. L’asse Pechino-Algeri, infatti, poggia su una comune storia socialista e su investimenti cinesi per quasi 9 miliardi di euro (a fronte dei poco più di 140 milioni destinati al Marocco).

Siamo quindi in una congiuntura estremamente delicata, con il Marocco che il 20 marzo scorso ha espulso 75 membri civili della MINURSO per protestare contro il termine ‘occupazione’ utilizzato durante una visita in Algeria dal segretario dell’ONU Ban Ki-Moon (da quel momento ribattezzato per scherno ‘Pokemon’ da molti Marocchini). Appare ovvio il bisogno da parte di Rabat di trovare sostenitori per la propria causa, e chi meglio di un gigante che occupa un seggio permanente al Consiglio di Sicurezza? Un’incognita permane, però, la politica cinese del piede in due scarpe, una marocchina e l’altra algerina. «Noi siamo la porta d’entrata all’Africa», ha dichiarato il rappresentante in Cina della BMCE (Banca Marocchina del Commercio Estero), Adil Zellou. Il ruolo di porta dell’Africa, però, il Marocco se lo deve conquistare, e rispetto al concorrente di sempre, l’Algeria, parte in notevole svantaggio.

Oltre al già citato divario tra i due Paesi maghrebini per quanto concerne gli investimenti cinesi, Pechino è ormai da tre anni il primo partner commerciale di Algeri, avendo così superato Parigi, mentre rimane solo in quarta posizione per gli scambi con Rabat; con quest’ultima, inoltre, la bilancia commerciale è in decisivo squilibrio: a fine novembre 2015, il Marocco ha esportato verso la Repubblica Popolare per un valore di circa 200 milioni di euro principalmente in piombo, rame e concime, mentre il Regno ha comprato dalla Cina merce per più di 2,5 miliardi di euro, soprattutto tessuti sintentici, telefonia e autovetture. Stesso scenario contrastante per le aziende cinesi attive nei due Stati nordafricani: ottocento imprese orientali sono attive in Algeria (tra i progetti ambiziosi che sono stati loro affidati figurano la grande moschea e l’opera di Algeri), mentre solo una trentina di gruppi cinesi  operano in Marocco, per ora. Thierry Pairault, socio-economista e sinologo presso il CNRS (Centre National de Recherches Scientifiques) a Parigi, è tuttavia ottimista: «    Il Marocco ha molteplici elementi d’attrazione per la Cina, in primo luogo il porto di Tangeri-Mediterraneo, un vero hub regionale. Per non parlare poi dei progetti di agricoltura in serra, della rete stradale…».

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