giovedì, Settembre 23

Il massacro di Rwenzori field_506ffb1d3dbe2

0

Presidente-Museveni


Goma
– Sabato 05 luglio 2014. La provincia di Rwenzori, confine con il Congo, è sconvolta da un conflitto tribale di proporzioni e violenza inaudite iniziato alle due del mattino, ora locali, coinvolgendo cinque cittadine, una serie di villaggi circostanti e oltre 42.000 persone. Dinamiche e svolgimento degli attacchi denunciano una meticolosa preparazione militare e finanziamenti per assicurare comunicazioni e trasporto dei miliziani reclutati, per la maggior parte giovani disoccupati di lunga data. La prima città attaccata è Buindigyo, dove il comando di Polizia viene assaltato da una banda di miliziani armati di arme bianche. Nell’attacco, l’Assistente Sopraintendente Wilson Mugume Bataka e l’amministratore della caserma Swaibu Aliga, vengono barbaramente uccisi a colpi di machete. Gli aggressori si impossessano anche di un ingente arsenale di armi automatiche ed esplosivi, che verranno utilizzati per attaccare la caserma militare della città e il palazzo del Re della tribù Bamba Omundingya Kamya. Una delle sue guardie del corpo viene uccisa mentre il re tribale riesce a sfuggire da morte sicura. All’alba la stazione di Polizia di Ntoroko, cittadina distante 60 km da Buindigyo, viene presa d’assalto da un altro gruppo di miliziani. Le violenze si propagano a Kasese, importante centro commerciale non lontano con il confine che porta direttamente alle città congolesi di Beni e Butembo, controllate dalla etnia Banande. A Kasese vengono attaccate le caserme della Polizia e dell’Esercito e contemporaneamente inizia un tentativo di pulizia etnica contro i civili. Peggiori sono le sorti degli abitanti dei villaggi del distretto Biganda, Ibnunga e Nsinungi, ai piedi del Monte Rwenzori. I miliziani trucidano decine di civili tra cui 4 bambini di cinque anni tagliati a pezzi con i machete.

Alle 09.30 del mattino l’ondata delle violenze etniche è estesa in un perimetro di 120 km. Un’ordine viene diramato direttamente da Kampala: reprimere immediatamente i disordini utilizzando l’Esercito autorizzato a sparare a vista.  Una breve frase viene telegrafata ai comandanti della Seconda Divisione di fanteria  e della 305sima brigata delle truppe speciali stazionate nella provincia: ‘No quarter’. Espressione inglese originaria della guerra dei Cento Anni contro la Francia e ancora utilizzata negli Eserciti moderni per indicare lo sterminio totale del nemico senza far prigionieri.

Una colonna di blindati e carri armati viene immediatamente attivata dalla seconda città del Paese, Jinja, e gli elicotteri da combattimento russi decollano dall’aeroporto internazionale di Entebbe. La terribile macchina da guerra dell’Esercito ugandese (UPDF) viene attivata al fine di evitare la disintegrazione della regione che ospita i piú importanti giacimenti di petrolio del Paese.

Il UPDF ingaggerà per tutta la giornata violentissimi combattimenti con i vari gruppi di miliziani sparsi nella provincia.
Pur avendo a disposizione armi da guerra pesanti gli attaccanti non riescono a sostenere l’offensiva dell’Esercito piú potente della regione dei Grandi Laghi, l’unica soluzione è abbandonare le armi e tentare la fuga.
Decine di miliziani cadranno sotto il fuoco dell’artiglieria. Il bilancio provvisorio è degno dei peggiori massacri avvenuti durante la guerra civile al nord contro il Lord Resitence Army (1987 – 2004). Novanta morti tra cui cinque poliziotti, quattro soldati e 11 civili.
Dati che lo stesso Governo tende a precisare essere provvisori; secondo alcuni colleghi giornalisti ugandesi il bilancio definitivo, già a conoscenza delle autorità, sarebbe talmente alto che vi è il divieto assoluto di comunicarlo all’opinione pubblica. Affermazioni plausibili poiché oltre all’ordine del ‘no quarter’ è stato dato l’ordine di abbattere sul posto chiunque tentasse la fuga o resistesse agli arresti effettuati a partire dalla serata del 06 luglio scorso. L’intera popolazione della provincia riceve l’ordine di non allontanarsi dalle proprie abitazioni e di collaborare con le Forze Armate. Un coprifuoco non ufficiale viene proclamato 24 ore su 24. Ogni persona trovata per strada senza permesso rischia di essere abbattuta all’istante. Nelle operazioni di rastrellamento attuate con una meticolosità ed efficienza che ricorda molto quelle adottate dall’Esercito tedesco durante la seconda guerra mondiale, 120 sospetti miliziani vengono arrestati dalla Polizia e trasferiti in prigioni militari dove verranno interrogati dagli agenti segreti, noti per avere la mano pesante.
Gli arrestati non rientrano nella giurisdizione criminale. A decidere delle loro sorte sarà il Tribunale Militare in quanto considerati nemici della Nazione.

La campagna militare decisa dal Presidente Yoweri Museveni è, per vastità e durezza, inaudita, eguale solo al tentativo insurrezionale del regno Buganda del 2007, quando per tre giorni Kampala si tasformó in un immenso campo di battaglia. Nonostante le proteste delle associazioni in difesa dei diritti umani la repentina e durissima risposta militare è stata considerata necessaria per bloccare una guerra etnica le cui dimensioni e conseguenze avrebbero potuto mettere in pericolo la sicurezza dell’intero Paese. Con tempestiva determinazione militare Museveni ha evidentemente deciso di sradicare il problema alla radice senza perdere tempo. A dopo indagini, analisi e ricerca di soluzioni per le comunità coinvolte.

Chi i carnefici e chi le vittime? A distanza di due giorni dalle violenze etniche si è finalmente in grado d’offrire un quadro chiaro, quanto complicato.
Gli aggressori appartengono alla tribù Basongora e le vittime alla tribù Bakonzo.
Le violenze tra queste due tribù possono avere gravi conseguenze sia nazionali che regionali e coinvolgere direttamente o indirettamente Burundi, Congo e Rwanda.
I Basongora sono una popolazione ruandese tutsi dedita all’allevamento immigrata nel 1400 D.C. tra il nord est dell’Uganda e il nord ovest del Congo, Provincia del Ituri dove prenderà il nome di Bahema. In Uganda ufficialmente la popolazione Basongora conta 11.000 persone. Una evidente sottostima che non prende in considerazione i Bahema che, a seconda delle convenienze, hanno la nazionalità congolese o ugandese. In Uganda i Basongora sono stati la base naturale di reclutamento del movimento ribelle congolese M23 nella recente guerra del Kivu (aprile 2012 – novembre 2013).
In Congo i Bahema sono la tribù piú bellicosa della regione del Ituri, storicamente contrapposta ai Nalu etnia autoctona congolese di origine bantu. I Basongora sono diretti cugini dei Banyangole la tribù del Presidente Museveni attualmente al potere nel Paese. Tutti i matrimoni misti con le altre etnie ugandesi bantu effettuati nei secoli dai Basongora e dai Banyangole hanno generato un altro ceppo bantu-tusti detto Batoro.
I Bakonzo sono una etnia etnica bantu autoctona dell’Uganda originaria dei distretti di Kasese, Kabarole e Bundibugyo nella provincia del Rwenzori anticamente denominata Bwera, termine in lingua locale significante “povertà assoluta”. Fu proprio la fame e la povertà assoluta che creò una biblica immigrazione dei Bakonzo nel 1.600 verso le fertili valli di Lubero, Nord Kivu, Congo dove l’etnia prende nome di Banande attuale élite commerciale del Kivu che detiene il potere economico dell’est del Paese, politicamente legata al Presidente Museveni e principale finanziatrice della ribellione congolese M23.

Come tutte le violenze etniche anche quella tra Basongora e Bakonzo non è motivata da odi atavici e primitiva arretratezza socio culturale. Queste sono solitamente le facili spiegazioni adottate dai Governi per nascondere agende occulte e dai media occidentali poco pratici del complicato network etnico della Regione dei Grandi Laghi. Le violenze del Rwanzori, note alla stampa straniera come ‘il massacro di Kasese’, sono state provocate da un gioco di riequilibrio etnico del Presidente Museveni, evidentemente sfuggito dal suo controllo.  Per secoli i tutsi Basongora hanno vissuto fianco a fianco con i Bakonzo, in un fragilissimo rapporto costellato da sporadici scontri etnici legati a conflitti terrieri di cui prima traccia storica risale al 1925. I Bakonzo, etnia maggioritaria, nei secoli aveva creato una situazione di vassallaggio che limitava i diritti di pascolo ai Basongora. Solo dopo la conquista del  potere del National Revolutionary Army nel 1987 il Presidente Museveni riuscí a spegnere le periodiche ostilità creando le condizioni socio economiche per lo sviluppo agricolo e pastorale al fine di riappacificare le due etnie.
Questo equilibrio si è iniziato incrinare causa il nuovo corso deciso dallo stesso Presidente Museveni nel 2006, a seguito di forti pressioni subite dai piú alti esponenti della sua tribù Banyangole che si fecero portavoce della lamentele e rivendicazioni dei cugini Basongora. Il Presidente, all’epoca, incaricò il Primo Ministro Apolo Nsibambi di «risolvere le storiche ingiustizie subite dall’etnia Basongora nella regione» e decise  la confisca di terreni agricoli per trasformarli in terreni da pascolo, dietro  compensazioni finanziarie ai Bakonzo. Il Primo Ministro Nsibambi applicò la volontà presidenziale attuando sapienti modifiche che impedirono alla tribù maggioritaria di sentirsi vittima di una ingiustizia di un potere centrale fondamentalmente controllato dal ceppo tutsi della regione dei Grandi Laghi, impedendo prima di tutto la realizzazione della principale rivendicazione dei Basongora: la creazione di un proprio regno e il riconoscimento della famiglia reale. Apolo Nsibani convinse i Bakonzo a cedere (dietro compenso) terreni ai Basongora, con la promessa che l’etnia minoritaria rimanesse sotto la giurisdizione del re Bakonzo, trasformando il rapporto di vassallaggio in un rapporto di convivenza etnica.
Un’operazione che fu considerata un ottima soluzione alla complicata ed esplosiva situazione della provincia del Rwanzori.

Agli inizi del 2014 il Presidente Museveni ritorna ad essere vittima di forti pressioni, questa volta non solo provenienti dalla sua etnia Banyangole, anche da una parte dei miliziani del M23 di origine Basongora che minacciano di staccarsi dal movimento ribelle congolese per strutturare una propria ribellione contro l’Uganda. Un rischio inaccettabile in quanto la ribellione si sarebbe trasformata in un conflitto inter etnico tra tutsi e avrebbe sottratto il 32% delle forze combattenti al M23 che si sta riorganizzando per riprendere il conflitto all’est del Congo, questa volta non su base etnica ma su base politica nazionale, contro la dittatura del Presidente congolese Joseph Kabila. Per evitare questo rischio il Presidente Museveni il 30 maggio scorso riconosce il regno Basongora (privo di basi storiche) e nomina il Maggiore Martin Kamya Re di questa etnia tutsi.

Il maggiore Kamya non è una figura di secondo piano nella vita politica regionale essendo il principale responsabile dell’arruolamento e formazione militare del M23 e la protezione di parte del bottino di guerra sottratto al Congo durante la ritirata strategica del M23 nel novembre 2013. Un bottino di guerra dal valore di 57 milioni di dollari di cui 13,5 milioni di oro sottratto dalla vicine miniere congolesi di Matili. Si parla di 4 tonnellate di oro di cui 2 già immesse illegalmente sul mercato internazionale nel dicembre 2013 e 2 ancora nascoste in Uganda in varie caserme tra cui alcune proprio nella provincia di Rwenzori. 
La creazione dell’artificiale regno dei Basongora suscita reazioni negative sia da parte del Governo burundese, attualmente controllato dagli hutu, che dal Governo ruandese, preoccupato di eventuali scontri etnici tra tutsi e bantu in Uganda. Bujumbura e Kigali ricevono assicurazioni dal Presidente Museveni che la situazione è sotto controlla e che la creazione del regno Basongora è la migliore soluzione per risolvere le tensioni etniche, anche grazie alla mediazione dell’etnia bantu congolese Banande chiamata a calmare  le proteste dell’etnia gemella ugandese Bakonzo.

La strategia presidenziale non ha retto alla prova dei fatti, come dimostrano i recenti drammatici avvenimenti del Rwanzori. Il ‘fattore X’, totalmente fuori controllo, origina dalla etnia bantu Bakonzo, la quale ha deciso di attuare una pulizia etnica per stroncare sul nascere il nuovo e artificiale regno tutsi. La decisione non nasce da una pianificata ideologia genocidaria, come fu nel caso del Rwanda, ma da errori strategici compiuti dal Presidente Museveni.
Nell’aprile 2014 i leader dei Bakonzo, Beatrice Lozi Masinka, Ezekiel Mwigha e Paul Byakatonda, incontrarono e informarono il Presidente dell’eventualità di pulizie etniche in quanto avevano constatato l’impossibilità di calmare i giovani Bakonzo e convincerli ad accettare il nuovo regno nonostante la mediazione dei Banande congolesi. L’incomprensibile errore commesso dal Presidente Museveni, solitamente attento ai vari equilibri tra le etnie ugandesi, spiega la determinazione del Governo di Kampala a intervenire militarmente contro l’etnia bantu responsabile della pulizia etnica, seguita da un maldestra opera di disinformazione attutata dai media governativi, in primis il quotidiano ‘The New Vision’, sotto direttive del presidente Museveni.

Il Governo ha tentato di nascondere le responsabilità di Museveni cercando di trasformare gli scontri etnici in un attacco del gruppo terroristico islamico ugandese Alleance of Democratic Forces (ADF), operante nel vicino Congo. Una versione smentita dagli stessi alti comandanti di Polizia ed Esercito, tra i quali il Generale Maggiore Ronald Kakurungu della seconda divisione UPDF, il Colonnello Ninsiima Rwemijuma della 305sima brigata UPDF, il portavoce dell’Esercito, il Maggiore Paddy Ankunda, che apertamente confermano la natura etnica del massacro. La versione di questi alti esponenti della difesa ugandese è stata inaspettatamente confermata dal braccio destro del Presidente Museveni responsabile della sicurezza interna del Paese, della lotta anti terrorismo e della difesa dei giacimenti petroliferi,  l’Ispettore Generale della Polizia, Generale Kale Kayihura. «I drammatici avvenimenti del Rwenzori non sono originati da una ribellione contro il Governo o da forze ribelli ma da un chiaro tentativo di genocidio attuato dai Bakonzo contro i Basongora».

La smentita ufficiale proveniente da esponenti del nucleo delle forze di difesa ugandese ha costretto Museveni ha rivedere la politica di disinformazione precedentemente ordinata mettendolo in una difficile situazione. Il massacro di Kasese improvvisamente incrina la fama del Presidente Museveni di mediatore dei conflitti etnici e garante della sicurezza e pace del Paese. Incrina i rapporti anche con il principale alleato all’est del Congo, i Banande che oltre ad essere i principali finanziatori del M23 sono anche i piazzisti dell’immenso traffico illegale di oro, coltan e casserite che dal Congo giunge in Uganda, del valore di qualche miliardo di dollari annui. Ora i Banande potrebbero decidere di interrompere sia i finanziamenti per la ripresa del conflitto all’est, sia il flusso illegale dei metalli preziosi, mettendo in crisi i piani per la caduta dell’attuale regime di Kinshasa, e creando un colossale danno economico con l’interruzione del proficuo mercato nero delle risorse naturali congolesi.

Difficile immaginare la soluzione che il Presidente Museveni troverà  per ristabilire la pace nella provincia del Rwanzori e le alleanze regionali vitali per attuare un cambiamento di regine in Congo, con la trasformazione del Paese da Repubblica Democratica a Repubblica Federale del Congo, un progetto condiviso da molto tempo con Angola, Kenya, Rwanda e Congo-Brazzaville. L’accaduto evidenzia come, nonostante gli sforzi compiuti e il progresso economico, la società ugandese rimanga ancora legata alle dinamiche tribali.  Come l’Esercito necessita di una disciplina ferrea affinché questa indole violenta non sconfini in crimini contro l’umanità nei vari teatri di guerra regionali in cui l’Uganda è coinvolta, anche la società necessita di un regime di ‘democrazia controllata’. Ma se questo regime di ‘democrazia controllata’, che ha fino ad ora attuato una politica di stabilità e di rigore, si mette a giocare la carta tribale si deve arrivare a due conclusioni: o si tratta di un gravissimo errore destinato ad essere risolto tramite un riaggiustamento delle tattiche politiche. o è l’inizio della fine del potere di Museveni.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->