domenica, Ottobre 24

Il massacro di Marikana e la giustizia negata

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La Lonmin non è stata coinvolta nella inchiesta. Nessuna responsabilità è stata imputata alla compagnia mineraria. Come è l’attuale situazione della Lonmin? Le condizioni dei lavoratori e le loro buste paga sono migliorate? Qual è la situazione attuale dei minatori nel Paese?

Dopo il massacro di Marikana è stato raggiunto un accordo con i lavoratori, permettendo la ripresa delle attività estrattive. Nel 2014 i minatori hanno ripreso gli scioperi sempre nel settore del platino. Dopo 5 mesi di lotta il movimento operaio ha ottenuto importanti concessioni da parte della classe imprenditoriale. Comunque l’attuale crisi del sistema capitalistico evidenzia un devastante impatto sul settore minerario. Ora la Lonmin sta affrontando una grave crisi comune ad altre imprese del settore del platino. Il rallentamento dell’economia cinese e la diminuzione della domanda a livello mondiale hanno fatto crollare i prezzi del platino, mentre i costi estrattivi sono aumentati. Nell’immediato futuro migliaia di posti di lavoro saranno messi a rischio.

 

Che ruolo ha giocato il Sindacato NUM nello sciopero di Marikana. Ai giorni nostri il NUM è un sindacato rappresentativo? Chi rappresenta i minatori?

Il NUM ha un passato di lotte sindacali rivoluzionari. Nacque durante i motti rivoluzionari e la guerra di librazione degli anni Ottanta. Fu spesso in prima linea assicurando tutto il sostegno politico e organizzativo ai lavoratori che stavano combattendo il mostruoso regime della Apartheid. All’epoca in NUM divenne un riferimento per milioni di minatori sud africani, trasformandolo nel più potente sindacato del Paese. Purtroppo il ruolo rivoluzionario del NUM è quasi scomparso durante i successivi decenni.

Il massacro di Marikana ha accelerato il declino del NUM, in quanto aveva perso ogni credibilità agli occhi della classe operaia. Durante la lotta sindacale del 2012 il sindacato fallì il suo compito di rappresentare gli interessi dei minatori in sciopero a Rustenburg e Marikana. Questo provocò degli scioperi selvaggi e un tentativo dei minatori di creare propri comitati di sciopero. La direzione della Lonmin si inserì abilmente nella disputa tra iscritti e dirigenza del sindacato non riconoscendo i comitati spontanei di sciopero, ma solo i dirigenti del NUM già ampiamente corrotti. Le responsabilità del massacro devono ricadere anche sulla dirigenza del NUM. Il suo mancato ruolo di difesa sindacale ha spinto i lavoratori alla esasperazione e il governo all’eccidio.

Dopo il massacro di Marikana il NUM ha perso l’egemonia sindacale nel settore del platino. Ora la posizione di leadership tra i minatori è stata occupata dall’AMCU – Association of Mineworkers and Construction Union (Associazione Sindacale dei Minatori e degli Edili). Il NUM rimane comunque il sindacato che vanta più iscritti. Nel ultimo suo congresso nazionale la vecchia dirigenza, con chiare tendenze ai compromessi con i capitalisti, è stata sostituita da una nuova dirigenza di estrema sinistra che ha promesso di riportare lo storico sindacato alle glorie del passato. Questo è il principale avvenimento all’interno della classe operaia in Sud Africa, dovuto anche dal massacro di Marikana.

 

Dopo 21 anni dalla liberazione come descrive la società odierna del Sud Africa?

Dopo due decenni dopo la fine della Apartheid il Sud Africa si trova a un bivio. La fine del dittatura razziale avvenuta nel 1994 fu una grande vittoria per la classe operaia. Furono i motti rivoluzionari degli anni Ottanta a decretare la fine del regime boero. Durante gli anni successivi alla liberazione abbiamo assistito a importanti conquiste e miglioramenti di vita per gli operai e le classi più povere del Sud Africa. Nonostante ciò il Paese rimane in ostaggio degli interessi di una ristretta cerchia di imprenditori e politici. Secondo la ONG britannica ‘Oxfam’, due sole famiglie di imprenditori bianchi (la famiglia Ruperts e la famiglia Oppenheimers) detengono la stessa ricchezza di 26 milioni di sudafricani. La disoccupazione ufficiale è salita al 25% e le disiguaglianze di reddito sono triplicate, arrivando a essere maggiori rispetto al periodo della Apartheid. Questo spiega l’ondata di lotte rivoluzionarie che ha investito il Paese in questi ultimi anni.

A partire dal 2004 abbiamo assistito a proteste di massa, scioperi generali e lotte sindacali di intensità e frequenza maggiori rispetto al precedente periodo dell’era dittatoriale boera. Sotto la pressione dettata dalla crisi del sistema capitalistico, la classe operaia sudafricana sta lottando per sopravvivere. Nel 2014 la protesta sociale ha raggiunto il livello più alto della storia del Paese. Questo indica che la classe operaia e le fasce più povere della popolazione sono determinate a lottare per difendere i propri diritti e migliorare le proprie condizioni di vita.

 

Le recenti violenze contro gli immigrati africani possono rappresentare un passo indietro della lotta di classe e l’inizio di una guerra tra poveri?

Gli attacchi xenofobici contro gli immigrati africani hanno una chiara natura reazionaria e sono da condannare in toto. Sono sicuramente uno strumento degli imprenditori per dividere la classe operaia e per lanciare colpi mortali ad essa trasformando la lotta di classe in una lotta tra poveri. Occorre però far notare che gli attacchi xenofobici, seppur estesi, sono stati attuati dal sottoproletariato urbano, che è la fascia più retrograda della società sudafricana, facile vittima di strumentalizzazioni reazionarie. Le violenze etniche sono state commesse da individui non organizzati che soffrono di disoccupazione cronica, dedite alla micro criminalità, e messe dai capitalisti ai margini della società senza prospettive di futuro. Quando gli attacchi di massa contro gli stranieri si sono verificati nel 2008 e nel 2015 non sono stati il Governo, le forze dell’ordine o le ONG a porre fine a queste violenze, come i media occidentali vi hanno fatto credere; ma la classe operaia e i suoi sindacati, che sono intervenuti difendendo le vittime e fermando fisicamente gli aggressori.  Questo intervento risolutivo si inserisce nella tradizione storica della classe operaia sudafricana, che rifiuta senza riserve il razzismo e le idee razziali anche contro la minoranza bianca. La classe operaia sudafricana non ha mai abbandonato la lotta di classe per abbracciare derive di rivendicazioni etniche o razziali.

 

Il presidente Jacob Zuma è criticato per aver tradito gli ideali e la visione politica dell’ANC di Nelson Mandela. Alcuni affermano che Zuma è un prodotto della nuova borghesia nera sudafricana che ha trasformato l’ANC in un mero strumento in difesa dei loro interessi. Qual è la sua opinione?

Jacob Zuma divenne Presidente grazie al supporto di una coalizione delle fazioni di sinistra radicale all’interno dell’ANC che fu creato alla conferenza di Polokwane nel 2007. Thabo Mbeki, all’epoca Presidente della Repubblica, rappresentava la destra all’interno dell’ANC. Durante la sua presidenza il Partito Comunista fu compresso politicamente e l’influenza delle idee di sinistra all’interno del partito fu sensibilmente ridotta. Mbeki impose la politica reazionaria del GEAR (Growth, Employment and Reditribution – Sviluppo, Occupazione e Ridistribuzione del Reddito). Si trattava di una politica socio-economica che aveva l’obiettivo di creare una società più uguale rispetto a quella dell’era dell’Apartheid, e di assicurare lo sviluppo economico del Paese. L’idea era quella di stimolare con una serie di riforme economiche il settore privato e gli investimenti per avere le risorse necessarie per lo sviluppo sociale e occupazionale. I risultati di questo ‘nuovo corso’ economico, che aveva abiurato gli ideali della lotta di liberazione, furono molto positivi per la classe imprenditoriale (per la maggior parte bianca). Furono ridotti il deficit fiscale e l’inflazione, e fu assicurata la stabilità della valuta nazionale. Furono distrutte le barriere protezionistiche, aprendo il Paese agli investimenti stranieri (spesso speculativi e insofferenti dei diritti dei lavoratori) e si realizzò la liberalizzazione del mercato e della finanza. L’impatto sulla società fu devastante. La disoccupazione e la povertà invece di diminuire aumentarono, come le diseguaglianze sociali tra la minoranza di ricchi e la maggioranza dei poveri. Le conquiste nella assistenza sociale e sanitaria furono minime, anche se soggette a una intensa propaganda per coprire il fallimento della politica GEAR che, in ultima analisi, impoverì le masse offrendo loro condizioni lavorative ed economiche peggiori di quelle sperimentate durante l’era della Apartheid. La politica GEAR fu imposta al partito in accordo con i capitalisti senza consultare gli alleati tradizionali del ANC: i sindacati. Come reazione gli iscritti appoggiarono l’ala sinistra, e Mbeki fu punito e sostituito da Zuma. Durante il primo periodo presidenziale di Zuma il Partito Comunista (che allora deteneva un grosso potere) fallì nel promuovere e sostenere un programma socialista. Per mancanza di alternative politiche e di necessario sostegno, Jacob Zuma abbandonò i suoi ideali e si adeguò alle esigenze della classe imprenditoriale bianca e ai neo capitalisti neri divenendo il loro rappresentante politico. La scelta del campo avverso gli permise inseguito di creare una complicata rete semi-mafiosa e un impero economico personale sfruttando le risorse dello Stato.

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