mercoledì, Ottobre 20

Il Mali resta insicuro field_506ffb1d3dbe2

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 Armi-tuareg

Il Mali non fa più notizia. L’attenzione mediatica si è spostata su altri Paesi africani, come il Sud Sudan e la Repubblica Centrafricana, dove i conflitti sono più ‘freschi’ e  ‘sanguinosi’. Eppure il Mali non se la passa bene. I gruppi armati, che dal disfacimento della Libia affollano la regione del Sahel, continuano a perpetrare attentati nel Paese. L’ultimo si è verificato lunedì, nel Nord. Un sottufficiale francese, Dejvid Nikolic, che partecipava ad un’operazione di ricognizione nella regione di al Moustarat, è rimasto ucciso. Altri sei soldati sono rimasti feriti, di cui due gravemente. Con questo decesso, sale a nove il bilancio dei soldati francesi che hanno perso la vita in Mali da quando, nel gennaio del 2013, è iniziata l’operazione Serval, conclusasi domenica scorsa.

La morte del militare francese è coincisa, infatti, con l’annuncio ufficiale della fine della missione. È stato il Ministro della Difesa, Jean-Yves Le Drian, a dichiararlo durante la trasmissione ‘Grand Rendez-vous’, andata in onda su Europe 1. L’operazione Serval è «terminata di fatto» e ha «raggiunto il suo obiettivo», secondo quanto affermato da Le Drian, annunciando l’inizio di un altro intervento: l’operazione Barkhane, il cui obiettivo «è essenzialmente quello di combattere il terrorismo» in tutta la regione del Sahel.

A detta del Ministro francese, il Mali non è più «un santuario per i gruppi terroristici». I soldati francesi, in poco più di un anno, sono riusciti a debellare il terrorismo in Mali e hanno «sequestrato 200 tonnellate di armi e munizioni». Tuttavia rimane «la preoccupazione per la Francia e per i Paesi della zona» in quanto «c’è sempre il rischio di un’espansione e di una ricostituzione dei gruppi jihadisti nella zona che va dal Corno d’Africa alla Guinea-Bissau».

Le Drian ha quindi precisato che l’operazione Barkhane «sarà attuata nei prossimi giorni» grazie alla collaborazione dei «cinque Paesi della regione del Sahel (Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger e Ciad)». In tutto, la missione sarà composta da 3.000 soldati, di cui 1.000 francesi, oltre ai caschi blu della missione di pace Minusma. Si prevede inoltre «l’utilizzo di droni» (con base a Niamey) e «aerei da combattimento» (a N’Djamena).

L’operazione era in cantiere già da maggio, ma è stata rimandata in seguito ad un aumento della tensione nel Nord del Mali. Nonostante le rassicurazioni della Francia, le regioni settentrionali del Paese rimangono insicure e i problemi lungi dall’essere risolti. Ci sono continui scontri, in particolare tra i tuareg del Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad (MNLA), che hanno occupato Kidal, e l’Esercito governativo maliano. Non corre buon sangue tra di loro. Il MNLA continua a rivendicare il diritto all’autodeterminazione nell’Azawad, denunciando una politica discriminatoria da parte del Governo di Bamako, che considera i tuareg cittadini di serie B e criminali.

Da mesi la situazione è ferma a un punto morto: da una parte i tuareg chiedono legittimamente i loro diritti e dall’altra il Governo di Bamako non vuole cedere ai ricatti. Scaramucce, accuse reciproche, battibecchi sono all’ordine del giorno e il più delle volte sfociano nella violenza. Nei giorni scorsi si sono registrati violenti scontri tra il MNLA e il Movimento arabo di Azawad (MAA), che hanno causato la morte di 37 persone. Il portavoce del MNLA, Mohamed Ag Attaye, ha accusato l’Esercito governativo di esserne il responsabile e di aver innescato lo scontro.

La guerriglia quotidiana e la morte del soldato francese sembrerebbero, dunque, smentire le parole del Presidente François Hollande, che domenica presso l’Hotel de Brienne, sede del Ministero della Difesa di Parigi, in un discorso alle Forze Armate, ha dichiarato che «la missione Serval è stata un successo». 

Finita una, ne inizia però un’altra, più duratura e più estesa. Il terrorismo incombe su nuove regioni e la Francia, che da qualche anno veste i panni del ‘buon samaritano’, ha deciso di lanciare la nuova operazione in un momento storico non facile.

Oggi, come in molti Paesi dell’Europa, i francesi risentono della crisi finanziaria internazionale e della pressione fiscale. Le tasse hanno raggiunto il massimo storico e le piccole e medie imprese stanno soffrendo. Gli agricoltori sono in guerra. Gli impiegati pubblici scioperano, mentre i militari si lamentano del taglio delle spese.
Di fronte al malcontento popolare, Hollande vorrebbe fare leva nuovamente sul sentimento nazionale, come avvenuto tempo addietro con la Costa d’Avorio, la Libia, la Repubblica Centrafricana e il Mali.

Che se ne dica, da Nicolas Sarkozy a Hollande, la politica francese in Africa non è mutata. La Francia tutela gli interessi ancora presenti nelle sue ex colonie. La nuova missione rientra in questo contesto. Come il Mali, tutta la regione del Sahel è ricca di giacimenti petroliferi, uranio e gas. È inoltre al centro del passaggio del traffico di droga diretto verso l’Europa. La Francia ha quindi tutto l’interesse a posizionare le sue truppe in questa area.

C’è poi il problema della sicurezza delle miniere di uranio presenti in Niger, da cui dipende l’intera industria nucleare francese. Il Paese nigerino è, infatti, quello che più di tutti rischia di essere contagiato dal ‘pericolo islamista’. Parigi ha dunque a cuore la sua sicurezza.

I militanti jihadisti ancora presenti nelle immense catene montuose degli Ifoghas, si stanno spostando verso le frontiere e in direzione della Libia, da dove ricevono le armi.

Alla fine, i nodi ritornano sempre al pettine. L’attuale destabilizzazione del Sahel è la diretta conseguenza del conflitto in Libia conclusosi con la morte di Gheddafi. Molti miliziani e mercenari africani che hanno combattuto al fianco del colonnello libico hanno abbandonato la Libia per fare ritorno ai Paesi d’origine, destabilizzando la già precaria situazione di sicurezza interna. Con la sua morte, tutta l’Africa sub-sahariana è diventata un covo di gruppi armati. Senza considerare che la Libia ora trabocca di armi, favorendone la proliferazione e facilitando il traffico di droga in tutta la regione.

Sarà dura ripristinare l’ordine nell’area. Tuttavia Hollande sembra ottimista e giovedì inizierà il suo tour africano di tre giorni in Costa d’Avorio, Ciad e Niger per annunciare la nuova missione. Ottimismo che non è contraccambiato dai soldati francesi presenti in Mali. Un ufficiale francese, operativo a Gao, ha affermato al quotidiano francese ‘Liberation‘: «Operiamo in un ambiente più difficile di quello dell’Afghanistan. I talebani ci affrontano faccia a faccia. Qui, nel Sahel, siamo di fronte a gruppi che ci evitano, che si adattano, che si confondono nella massa». Ha poco dopo aggiunto: «In Afghanistan, abbiamo sorvegliato una vasta area grande come la Gironda, qui si tratta di una regione grande quanto l’intera Francia».

Se per le forze francesi si è rivelato un gioco da ragazzi liberare le città del Nord, non lo è stato altrettanto cacciare i gruppi armati che si sono rifugiati nelle immense e insidiose montagne degli Ifoghas. E non lo sarà in una regione grande quanto quella del Sahel.

Inoltre, l’attentato suicida di lunedì ha dimostrato che i gruppi islamisti sono lungi dal capitolare e ancora in grado di colpire le forze francesi. Secondo fonti locali, queste frange stanno reclutando i giovani disoccupati privi di ogni prospettiva politica e sociale, in particolare tra i ranghi della comunità tuareg.

Intanto, si è aperta mercoledì ad Algeri la prima sessione di colloqui tra il Governo di Bamako e i principali gruppi armati dell’Azawad, tutt’ora in posizione di forza nel Nord del Paese. «Possiamo vedere una luce alla fine del tunnel», ha detto fiducioso il capo della diplomazia algerina, Ramtane Lamamara, negoziatore tra le parti in lotta dal gennaio del 2012.

In passato ci sono già stati diversi colloqui tra le parti, mediati dal Burkina Faso, ma non sono mai andati a buon fine. Il MNLA chiede che vengano soddisfatte le esigenze delle popolazioni del Nord in settori-chiave come la salute, l’accesso all’acqua, all’energia elettrica, al cibo e all’istruzione. Tuttavia respingono la presenza dell’Esercito maliano nelle zone attualmente sotto il loro controllo. Bamako si è detta favorevole a promuovere un piano di sviluppo nelle regioni settentrionali, ma il Mali rimane «uno e indivisibile», e Kidal deve tornare sotto il controllo governativo. Le vecchie ferite rimangono ancora aperte.

 

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